Festival ImigrArte, Ateneu Comercial, Lisbona 12 e 13 novembre 2016

Musica e multiculturalismo nella città di Lisbona 

La decima edizione del Festival ImigrArte di Lisbona si è svolta come di consueto nella sede dell’Ateneu Comercial, uno dei palazzi storici più importanti della capitale. Un tempo utilizzato dai cittadini soci per svolgere attività culturali, ludiche e sportive, oggi è quasi abbandonato e aperto solo in sporadiche occasioni. Due giornate piene, una grande festa di tutte le comunità immigrate residenti in Portogallo e legate alla Associação Solidariedade Imigrante di Lisbona, che organizza l’evento ogni anno fin dal 2007. L’obiettivo è promuovere l’interazione tra la popolazione immigrata e quella portoghese, valorizzando l’arte e la cultura che i popoli migranti portano con sé ed incentivare l’attivismo a favore dei diritti di cittadinanza. Un festival impegnato e totalmente indipendente: si regge, infatti, sull’autofinanziamento e il lavoro di moltissimi volontari, compresi gli artisti che decidono di parteciparvi senza ricevere alcun compenso. Entrando nella sala principale, denominata per l’evento “Palco Intercultural”, incontro Mostafà Anwar Swapan, musicista e poeta originario del Bangladesh, residente a Lisbona da quattro anni. 
In abito tradizionale si prepara a esibirsi con voce e tambura, strumento a corde appartenente alla tradizione indiana. Le poesie-canzoni di Mostafà sono molto significative, in quanto raccontano la sua situazione di migrante, la memoria del suo paese d’origine e la Lisbona da lui vissuta con una vena spirituale molto accentuata – oltre ai vari riferimenti alla religione musulmana. Al mio arrivo, il palco è temporaneamente occupato dall’esibizione del Grupo folclòrico Mexicano, residente in Portogallo, successiva alle danze e ai canti dei gruppi di folklore rumeno e moldavo. In poco tempo entro perfettamente nel clima dell’evento e, tra una festa araba, una balcanica e un’altra africana, mi aggiro tra i vari piani dell’edificio in cui sono allestiti palchi minori e diverse aree espositive. Le pareti dell’Ateneu sono fatiscenti e allo stesso tempo affascinanti grazie ai murales che le decorano, tra i quali la rappresentazione della Rivoluzione dei Garofani che pose fine alla lunga dittatura salazarista. Un edificio-simbolo di una storia così recente – quanto significativa per il Portogallo – ha ospitato dunque 97 nazioni, per due giorni e più di 250 artisti migranti che hanno avuto la possibilità di esprimersi nei più disparati linguaggi artistici, promuovendo momenti di intensa riflessione nell’ambito di conferenze, film e dibattiti.
Di maggiore spicco, a livello musicale la seconda serata, che ha dato spazio ai gruppi che rappresentano la Lisbona multiculturale, oggigiorno animata anche da molti musicisti italiani. Il primo a esibirsi è Mick Mengucci, riminese stabilitosi a Lisbona da più di quindici anni, la cui ricerca e sperimentazione attraversa generi molto diversi. Tutto ciò si traduce in musica con una mescolanza di sonorità blues, funky, caraibiche oppure più tipicamente jazz, scandite dalle ritmiche africane o della musica reggae. Mengucci si definisce un funky menestrello per la sua capacità di intrattenere e interpretare, con voce e chitarra, canzoni originali e cover di canzoni italiane, cubane, africane e brasiliane, per un risultato piacevolmente danzante e coinvolgente, che non ha di certo risparmiato il variegato pubblico della sala “Intercultural”. L’esibizione successiva vede sul palco l’Orquestra transultural latinidade (Argentina- Italia-Capo Verde-Brasile-Portogallo-Spagna), un progetto molto recente ma che già vanta numerose esibizioni sia nella capitale portoghese che in alcune città minori. L’orchestra nasce dalla residenza artistica del trio italo-argentino Forrò Mior al Largo Cafè Intendente, luogo favorevole per aprirsi alla città, coinvolgendo di volta in volta professionisti dai percorsi musicali differenti, ma tutti stabilmente insediati a Lisbona, per interpretare lo sfaccettato paesaggio sonoro della città. 
La variegata origine dei musicisti, che per lo più arrivano dai paesi lusofoni, così come l’intento di amalgamare i diversi linguaggi musicali, rendono a pieno l’idea suggerita dell’aggettivo transculturale nel nome di quest’orchestra cittadina. La matrice musicale presente in quasi tutti i brani arriva dall’America del sud, dalla tradizione brasiliana della bossa nova, della samba o del tango argentino, che ritrovano le proprie origini nere amalgamandosi con le musiche di tradizione capoverdiana o angolana. I brani presentati sono per lo più originali e sono cantati in portoghese-brasiliano, con qualche eccezione in spagnolo. A chiudere il festival, un gruppo molto conosciuto nella capitale lusitana: Maio Coopé & Djumbai D’jazz, attivo dagli anni novanta, risulta essere la prima band costituita da musicisti provenienti dalla Guinea Bissau, ex colonia portoghese, stabili a Lisbona. Grazie all’incontro tra il leader Maio Coopè, artista poliedrico conosciuto a livello internazionale, e professionisti dai differenti background musicali, il risultato converge in una musica di fusione africana in cui le matrici rurali e urbane sono tenute insieme da una comune ed elegante sensibilità jazzistica. La performance risulta uno spettacolo di musica e danza in costumi tradizionali, un melange di strumenti tradizionali ed elettrici e canzoni in lingua mandinga, capace di trasportare il pubblico in un universo sonoro unico e originale. 
Partecipare adun evento come ImigrArte è stato senz’altro rilevante per capire come si muovono i musicisti migranti e quale tipo di musica intendono proporre nel contesto urbano della capitale portoghese. Gli incontri più comuni sono quelli che avvengono tra professionisti legati da questioni identitarie – come, ad esempio, per le ex colonie portoghesi ed i paesi lusofoni, giunti da molto tempo in Europa e per le motivazioni più diverse. Al loro lato ci sono i musicisti del vecchio continente, molti italiani tra questi, ad inseguire l’affascinante Lisbona multiculturale: una grande babele in cui il melange musicale e culturale è favorito dal linguaggio universale che le è proprio. Per quanto questa immagine sia poco realistica rientra perfettamente nella retorica della world music, importante per cui sarà riflettere su come questo tipo d’incontri, uniti dall’elemento catalizzatore della migrazione, possono essere un punto di partenza per analizzare e comprendere i processi interculturali contemporanei in relazione alla musica. 


Layla Dari
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