giovedì 2 febbraio 2017

Melingo – Anda (World Village, 2016)

Melingo è tornato più visionario che mai (se possibile). Il suo nuovo album "Anda" si posiziona con agio e coerenza nel solco tracciato dai lavori più recenti del compositore e polistrumentista argentino, stringendo con forza gli elementi che ne hanno fin qui determinato il successo (ricordiamo soprattutto “Santa Milonga”, “Maldito tango”, “Corazon y Hueso” e “Linyera”). Tra questi c'è il riflesso sottile (in modo diverso rispetto al passato, più personale, più estremo ed evocativo) del tango, o meglio dell'idea di un tango aperto e multiforme, modulato dentro una struttura musicale allo stesso tempo complessa, profonda e diretta, lineare, semplice. In questo senso il riferimento a Tom Waits - sul quale alcuni osservatori hanno indugiato troppo a lungo - non è del tutto fuori luogo. Un riferimento però che può sembrare superficiale se ci si limita alla voce e al timbro che modella tutte le canzoni (profonda, abissale, stremata ma travolgente). Se si prova a entrare più in profondità, invece, si comprende la validità del parallelismo, riconoscendo la potenzialità (analitica) di una vicinanza più strutturale. Che si costruisce e definisce nell'impianto della scrittura e, in ultima istanza, nella definizione delle forme che assume la narrativa dell'uno e dell’altro (“Sol tropical”). Ricordo bene come, ormai diversi anni fa, Melingo avesse colpito e stupito anche alcuni critici navigati, strappando commenti entusiasti. Ma non furono solo i suoi brani che irruppero a destrutturare i riferimenti di molti. Fu anche la sua corporeità musicale, la sua teatralità così concreta e credibile, la sua permeabilità a certi suoni e alle forme che questi assumono quando sono diretti, vivi, pregni di una dinamica estrema e spesso contraddittoria. C’è qualcosa di prominente nella sua musica che ha a che fare con il suo corpo (fuori dal comune come quello di Waits, d’altronde), dal quale esce una voce impossibile, lontana certamente da ogni modello conosciuto, ma soprattutto avvolta in ogni movimento, in ogni articolazione. E da qui i più attenti riescono a distinguere la tensione serrata tra la sua immagine e i tanti riflessi della sua musica, accomunate solo da una prospettiva dissacrante, estremamente informale ma mai informe. A ben vedere i poli più brutali della sua narrazione - i suoni locali, i ritmi strisciati e apparentemente solo abbozzati, le raffinatezze melodiche del suo clarinetto, del bandoneon e delle chitarre - rimbalzano tutti in quel corpo nervoso e indefinito. E lo fanno accogliendone e riflettendone in pieno i tratti più duri, lo sguardo penetrante, i nervi delle mani, la voce stridula. Anche in “Anda” si incontra un’atmosfera rarefatta, nella quale gli strumenti si sovrappongono e seguono con equilibrio i rantoli di Melingo. Il primo brano è strumentale e si intitola “Se viene el dosmil”: sembra servire proprio a introdurci a un viaggio in luoghi pieni di ombre, creando la tensione necessaria alla concentrazione, e investe tutto sulla voce che non c’è, ma che troverà tutto lo spazio necessario nel resto delle dieci tracce. Sul piano musicale siamo in presenza di soluzioni raffinate, di scelte orientate da un senso di grazia tutto personale. E in questo quadro gli archi che dialogano con il piano e con il clarinetto, in una rincorsa piena di scatti e di pause, di silenzi e rumori fortissimi (“Igualito que el tango”) sono i vettori più forti di tutta la macchina melinga. Tra i brani più promossi dall’uscita dell’album vi è “En un bosque de la China”, che raccoglie molti dei drammi racchiusi in “Anda”, anche se tralascia i passi musicali più complessi che caratterizzano l’album. Ascoltare il brano è come leggere una storia o vederla svolgersi in un film: l’andamento è costante e ogni strumento ha un ruolo preciso, anche se partecipa - dentro una coralità roboante e mai rumorosa - alla definizione di un ritmo cadenzato e saltellante fino alla fine del brano. Questo vale indistintamente per il violino, il trombone, la fisarmonica, il bandoneon e il contrabbasso. La voce qui si ritaglia un piccolo spazio, partecipando al racconto con poche frasi, raccogliendo però fin dalle prime parole la spinta di tutti gli altri elementi. 


Daniele Cestellini

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