Festival delle Ciaramelle, Amatrice (RI), 5-7 Agosto 2016

Il Festival delle Ciaramelle, che si è svolto ad Amatrice dal 5 al 7 agosto, ha confermato le ottime premesse che, già nella fase programmatica, ne avevano configurato un profilo coerente sia sul piano dei contenuti che dell’organizzazione. Come vuole la migliore tradizione, gli eventi si sono succeduti facendo riferimento, e accentuando la necessità di un progetto articolato su più temi e rappresentazioni, sia allo spettacolo sia all’approfondimento. Perché se un ruolo devono avere i festival popolari nella società contemporanea è senz’altro quello di aiutare a comprendere, e anche a riconsiderare, l’oggetto di cui trattano. Come abbiamo annunciato in queste pagine attraverso le parole di Giancarlo Palombini – etnomusicologo dell’Università di Perugia, membro del nostro comitato scientifico e organizzatore dell’evento insieme a un nutrito gruppo di collaboratori, soggetti istituzionali e privati, giovani locali – l’oggetto del festival può essere ricondotto alle ciaramelle dell’area amatriciana. Ma, più in generale, comprende l’insieme delle espressioni musicali di quella zona che, per motivi diversi, hanno mantenuto alcune peculiarità che non possono essere trascurate. Né sul piano scientifico, né su quello più inclusivo e auspicabilmente trasversale delle politiche culturali, tanto di moda da alcuni anni a questa parte quanto travisate e asfissiate da interpretazioni spesso superficiali. 
Non che gli esempi positivi manchino del tutto: chi ci legge sa bene che si può girare il nostro paese e fermarsi in molti posti a sentire ottima musica popolare e partecipare a eventi organici nei termini di cui dicevo sopra. Ma non diamolo per scontato, perché è evidente che quando si incontrano le buone iniziative, dietro c’è il lavoro e l’ispirazione di qualcuno che riesce a comprendere le necessità primarie di una manifestazione, di una comunità, di una o più amministrazioni, di tanti dei soggetti che operano nel territorio, dei musicisti e dei cosiddetti cantori (tanto per capirci). Palombini con il suo festival ha saputo riconoscere una buona parte di queste esigenze. E lo ha fatto da studioso, da una posizione cioè che non sempre assicura un punto di osservazione sufficientemente inclusivo. Basta scorrere il programma – ancora prima di dettagliare i singoli eventi e muoversi tra gli spazi che li hanno accolti – per comprendere quanto il festival sia intrecciato con la città di Amatrice, il suo territorio e le espressioni (la musica, la poesia, la danza) che qui sono state storicamente prodotte. E basterebbe anche fermarsi a riflettere su come riproporre, o meglio concentrare le voci tradizionali amatriciane per riconoscere nel festival non solo un ruolo necessario di mediatore, ma anche di amplificatore delle espressioni tradizionali della zona. Un’amplificazione che, come ormai è chiaro, non è rivolta solo all’esterno, ma anche all’interno, nel tentativo di riformulare un equilibrio tra tutti i fattori che convergono sulla “cultura” e sulla “tradizione”. 
In questo quadro le iniziative assumono un profilo ancora più netto. E si riconosce il contributo che tutti i soggetti coinvolti possono apportare. I “locali” – sia quelli che partecipano attivamente all’organizzazione e alla gestione dell’evento, sia quelli che ne fruiscono – maneggiano con meno mediazioni i “materiali” che, con gradi diversi di consapevolezza, lambiscono da sempre. I cantori e i ciaramellari locali elaborano una forma nuova (e locale) attraverso la quale esibire le proprie “competenze” e condividere i repertori della tradizione che conoscono. Ai cantori e ai musicisti non locali (mi riferisco agli zampognari lucani, calabresi e siciliani, ospiti del festival proprio per costruire una dimensione comparativa) è offerta la possibilità di avvicinare repertori e soprattutto strumenti differenti da quelli tradizionali nelle loro aree di provenienza, approfondendone la conoscenza in un quadro di confronto ovviamente empirico, ma anche grazie agli approfondimenti garantiti dalla presenza degli studiosi. Questi ultimi – Piero G. Arcangeli, Domenico Staiti, Goffredo Degli Esposti e Giancarlo Palombini – sono stati impegnati nel convegno “Gli strumenti a fiato continuo in Italia. Uso, ri-uso. Permanenze, trasformazioni”, che si è svolto sabato 6 agosto al Centro Culturale S. Giuseppe. 
Un evento che ha registrato una grande partecipazione e che ha avuto un seguito nel seminario del pomeriggio dello stesso giorno, intitolato “Presentazione organologica e dei repertori delle zampogne ospiti (zampogne lucane, zampogne siciliane, ciaramelle)”, con esempi musicali dal vivo e brevi esecuzioni degli zampognari invitati. Dentro questa ampia cornice di riferimenti, il giorno inaugurale del festival, è stato avviato il corso di saltarello  con il supporto di ballerini locali ed è stato presentato “La sposa lamentava e l’Amatrice… Poesia e musica della tradizione alto sabina”, di Piero G. Arcangeli, Giancarlo Palombini e Mauro Pianesi. Le iniziative connesse invece al territorio, nelle sue accezioni paesaggistiche e storico-artistiche, si possono ricondurre a due escursioni, che si sono svolte giovedì 5 e domenica 7 agosto. La prima ha interessato la città di Amatrice e le sue chiese, mentre la seconda (a cura del TAM, Tutela Ambiente Montano), si è svolta in località Fosso Capo Rio, attraverso una visita al popolamento di betulle dell’area. Alcuni approfondimenti sulle zampogne sono stati infine garantiti dalla presenza di David Marker, studioso e ricercatore italo-americano, il quale ha raccontato la sua esperienza di ricerca (giovedì al Centro Culturale S. Giuseppe) e ha presentato alcuni dei suoi documenti video, raccolti durante le sue ricognizioni in Italia (domenica alle 17.00). 
La chiusura del festival è stata affidata a due eventi differenti ma allo stesso modo paradigmatici dell’idea che ne è alla base. Mi riferisco all’esibizione in piazza dei poeti a braccio (Donato De Acutis,  Francesco Marconi, Giampiero Giamocante, con il ciaramellaro Andrea delle Monache) e al concerto del cantautore e ricercatore molisano Giuseppe “Spedino” Moffa. Conosciamo bene Moffa e non è necessario indugiare sulla sua storia, ma è importante registrare anche qui la bellezza della sua produzione musicale, sia in solo che con le varie soluzioni, come l’orchestra di zampogne, i Co.mpari o i Traf De Gadjo. Una produzione che da un po’ di tempo a questa parte ha attratto l’interesse di molti, come ci dimostrano gli ultimi riconoscimenti ottenuti dal suo album “Terribilmente demodé”: il primo premio “Di canti e di storie” istituito da Squilibri Editore e la candidatura tra i primi cinque posti della Targa Tenco nella categoria “Miglior disco in dialetto”. Per il concerto di Amatrice Spedino ha proposto il suo repertorio con un quartetto composto da Primiano Di Base (pianoforte), Domenico Mancini (violino), Guerino Taresco (contrabbasso) e Simone Talone (percussioni), a cui si sono aggiunti Susanna Buffa (voce e chitarra), Andrea Delle Monache (ciaramelle amatriciane) e Massimo Giuntini (cornamuse). Il risultato è stato perfetto e ha racchiuso e rappresentato buona parte delle idee programmatiche dell’organizzazione. Indirizzate, come detto, nella prospettiva della sperimentazione e dello studio, ma anche della riflessione critica, legata a doppio filo ai possibili riflessi di uno sguardo “esterno” e di uno “interno”. 


Daniele Cestellini
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