venerdì 15 luglio 2016

Verso Medea, Napoli Teatro Festival, Teatro Bellini, Napoli, 10 giugno 2016

Sulla scena nuda, da soli, ci sono Enzo e Lorenzo Mancuso, musicisti, compositori e attori nativi di Sutèra, l’uno accanto all’altro stretti nell’abbraccio. Intonano il canto polivocale “Ti preu Maria”, che esalta il loro timbro austero, magnetico nel profluvio di armonici: espressione canora che è parte del loro scavare nell’animo umano, forti di una non comune sensibilità musicale nel portare alla luce dal profondo voci ancestrali, parti di un «suono che ci è appartenuto millenni fa», mi dirà Lorenzo a fine spettacolo. Poi, i due artisti si pongono con i loro strumenti a lato del palco, da dove contrappunteranno la narrazione euripidea della sposa ripudiata ed esule della Colchide, la quale punisce Giasone, marito adultero, uccidendone la nuova moglie e i figli. “Verso Medea”, testo e regia di Emma Dante, prodotto da Compagnia Sud Costa Occidentale di Palermo, è uno spettacolo-concerto in cui i Mancuso non sono colonna sonora vivente, ma autori di partiture prodotte apposta per la pièce, che interagiscono con la scena con funzione di secondo coro. Figure di spicco nella reinvenzione del canto siciliano e dei moduli esecutivi, con una ricerca che è poetica, vocale e strumentale al contempo, i Mancuso sono artisti più volte protagonisti di collaborazioni con la regista palermitana, dal teatro al cinema. Dante (che già nel 2003 aveva prodotto un allestimento di “Medea” per il Mercadante di Napoli, sempre con la partecipazione dei due fratelli musicisti) dà voce e, soprattutto, corpo ad una Medea passionale, fisica e potente, interpretata da Elena Borgogna. 
Perfettamente rispondente al linguaggio della regista è il coro delle donne corinzie (in realtà, cinque uomini in abiti femminili: Carmine Maringola, Salvatore D’Onofrio, Sandro Maria Campagna, Roberto Galbo e Davide Celona), energiche/ci nell’incalzare della loro gestualità e nella tensione del parlato, intessuto di dialoghi in dialetto palermitano e napoletano. Una di loro racconta il suo sogno ricorrente di essere incinta, ma è Medea la donna che non darà progenie alla sterile Corinto – che nella riscrittura di dante è una città del nostro Sud – perché sopprimerà il solo figlio maschio che ha dato alla luce: questo passaggio cruciale è una variazione rispetto alla tragedia di Euripide. Bordoni di harmonium e ghironda accompagnano il canto “L’hai vistu ma l’ucceri”, in cui i due artisti siciliani, ispirati dalle corde drammatiche della tragedia, fanno propri i testi del drammaturgo greco, mettendoli in scena con proprie musiche, costruendo un contrasto tra l’arcaismo delle loro voci e la ‘contemporaneità’ del recitativo. La vicenda della ‘barbara’, della donna ferita dall’ingiustizia maschile, che non riconosce l’autorità, diventa per l’appunto “un viaggio verso Medea”, come se «lei fosse un paese straniero e la sua storia, la sua appartenenza a un gruppo familiare, di classe, nazione o religione limitassero la sua presunta libertà», scrive Emma Dante nella presentazione allo spettacolo. Creonte bandisce la donna da Corinto, Giasone – un Carmine Maringola non tanto convincente sul piano interpretativo quanto lo è invece, nella sua veste di corista nel gruppo di donne/uomini – entra ad allargare la narrazione tragica, della «donna in travaglio che sgrava la sua tragedia», come spiega ancora la regista. Bello il movimento dei corpi, l’uso dello spazio e degli oggetti (la trapunta che si trasforma nel neonato), mentre sempre superbi i canti dei Mancuso, che attraversano la narrazione: “Gloria vini nell’urtimi uri” è per chitarra e violino, in “Terra sacru funnamentu” si incrociano saz di diversa foggia (un saz baglama e un saz cura). Latino e greco antico per “Deus meus”, dove accanto all’harmomium c’è il calore del sipsy, il piccolo fiato ad ancia semplice turco, il cui timbro lo fa rassomigliare a un lamento. Invece con “Cercatori di tracce” (titolo sofocliano), costruito su un grammelot di invenzioni foniche, i Mancuso mettono insieme la solennità dell’ harmonium, il fraseggio dell’archetto e la sonorità metallica della sansula per rappresentare il dolore dell’epilogo luttuoso e tragico della narrazione.



Ciro De Rosa

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