Leyla McCalla - A Day for the Hunter, a Day for the Prey (Jazz Village, 2016)

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Il secondo album solista di Leyla McCalla, già nota come membro dei Carolina Chocolate Drops, è una conferma della brillantezza dell’artista di origini haitiane, cresciuta a New York, ma che ha scelto New Orleans come città elettiva. Poco più che trentenne, violoncellista di formazione classica che canta e suona anche banjo e chitarra, McCalla sfodera un programma di primissima qualità, che mescolando idiomi creoli haitiani, folk francofono della Louisiana, spunti old time e influenze classiche supera il pur notevole esordio “Vari-Colored Songs”, in cui ha musicato liriche del poeta afro-americano dell’Harlem Renaissance Langston Hughes. Il titolo del nuovo disco deriva da un proverbio haitiano e dal libro eponimo di Gage Averill (del 1997) incentrato sui nessi tra potere e musica nell’isola caraibica; un lavoro che aveva attratta McCalla soprattutto per il concetto di ‘resistenza’ all’oppressione esterna ma anche interna, che caratterizza la tradizione musicale haitiana. «Ho sentito che questo proverbio cattura davvero l’essenza dello spirito di Haiti, che per me è molto legato alla lotta per i diritti umani e la sovranità politica», racconta McCalla a National Public Radio. Su un altro livello, continua l’artista, il titolo «mi ha fatto pensare ai ruoli che tutti noi giochiamo nella nostra vita, […] in cui a volte ci si sente come cacciatore, e talvolta preda». Accanto a Leyla (violoncello, banjo tenore, chitarra, canto) la formazione base include suo marito Daniel Tremblay (banjo a cinque corde, chitarra, triangolo e voce in “Fey-O”), Free Feral (viola) e Jason Jurzak (basso, sousafono). “A Day for the Hunter, a Day for the Prey” si apre con la title-track, dove un ostinato ritmico, dato dall’archetto che percuote le corde del violoncello, scandisce il canto, poi entrano banjo e viola per una song che ha per tema la tragedia dei boat people haitiani in rotta verso gli States e che sottolinea la vulnerabilità e la disperazione di profughi, che poi è «la stessa lotta dei siriani diretti in Grecia», osserva ancora l’artista. 
Si danza in stile cajun con il valzer “Les Plats Sonts Tous Mis Sur La Table” di Conray Fontenot, protagonista il violino di Louis Michot dei The Lost Bayou Ramblers. mentre cadenze klezmer & swing si uniscono allo spirito Dixieland in “Far From Your Web”, complice il clarinetto di Aurora Nealand. Alla folk ballad “Little Sparrow”, scritta da Ella Jenkins, dove è vincente l’interplay tra gli archi, fa seguito “Manman” – composta dall’attivista politico haitiano Manno Charlemagne –: qui Leyla incontra la voce della sua ‘vecchia’ compagna dei Drops, Rhiannon Giddens. Il banjo primeggia in “Peze Cafè”, canzone tradizionale haitiana, compartecipi la chitarra elettrica di Marc Ribot, il violino di Michot e la fisarmonica di Aurora Nealand con un finale spiazzante da funeral marching band. Il ritmo incalza ancora in “Bluerunner”, strumentale per ‘ti fer’ (il triangolo) e violino (è ancora l’archetto di Louis Michot). Sul filo di chitarra e voce si sviluppa “Vietnam” del bluesman Abram Jay, cantata da Leyla con sua sorella Sabine. Di nuovo l’idioma creolo della Big Easy nel tradizionale “Salangadou”, con McCalla a duettare con Sarah Quintana. Invece, “Let It Fall”, sospesa tra folk e classicismo, è dominata dagli intrecci tra banjo e violino. Si continua con due traditional (con dentro Shaye Cohn al corno): il primo, “Fey-O”, ci porta di nuovo nella cultura haitiana, mentre il secondo, “Minis Azaka”, unisce le comunità francofone tra Caraibi e bayou. Inevitabile che “Day For the Hunter, Day for the Prey” sia fra le nostre “favourite things”. 


Ciro De Rosa
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