Os Argonautas - Samba delle Streghe (Digressione Music, 2016)

Nato nel 2011 nel 2011 dall’esigenza di esplorare l’incontro tra canzone d’autore e le sonorità portoghesi e brasiliane, passando attraverso la new-wave, la world music e la sperimentazione, il progetto Os Argonautas è in breve tempo diventata una delle realtà più interessanti della sempre vivace scena musicale pugliese. A distanza di quattro anni dall’apprezzato disco di debutto “Navegar è Preciso”, questa eclettica ciurma di musicisti in continuo movimento torna a prendere il largo con “Samba delle Streghe”. Ne abbiamo parlato con il polistrumentista  Giovanni Chiapparino, con il quale abbiamo ripercorso loro cammino artistico, per soffermarci ad approfondire questo loro ultimo lavoro.

Partiamo da lontano come nasce la tua passione per la musica brasiliana?
La passione spesso non ha una spiegazione e quindi mi sento di dire che quella per la musica brasiliana e portoghese sia nata per pura propensione. Probabilmente le musiche che si affacciano all'Oceano hanno qualcosa di comune a quelle che si affacciano al Mediterraneo. Credo che la presenza del mare contribuisca a far si che qualcosa si mescoli nelle culture, che sia una sorta di enorme ponte fra le terre. In particolare il Tropicalismo in Brasile è riuscito davvero a fondere musica, poesia e anche azione in una espressione d'arte unica, partendo già da un background musicale che riesce ad unire l'estemporaneità dell'improvvisazione jazz e l'ordine del contrappunto più classico. La musica del Brasile porta con se la storia di rock, jazz, musica popolare, reggae. Sarà stato questo ad affascinarmi e a farmi avvicinare agli altri componenti della band che avevano la stessa mia passione.

Come si è formata la ciurma di Os Argonautas?
ll progetto Os Argonautas nasce nel 2011 con la volontà di esplorare la canzone d’autore e mescolarla a influenze essenzialmente portoghesi e brasiliane, passando attraverso la tradizione della musica mediterranea e arabo-andalusa, e affrontando a tratti la new-wave che unisce un lavoro di matrice fortemente folk-acustico con la sperimentazione.  Ci siamo trovati a decidere di formare una band quasi come se fosse un bisogno fisiologico. Un incontro fortunato non si decide ma capita e a noi è capitato di trovarci insieme e avere la necessità e il piacere di raccontare il nostro percorso musicale così come si racconta un viaggio, una esperienza di vita. La band attraversa diverse formazioni fino a trovare il suo assetto stabile nel quintetto composto da Federica D'Agostino (voce), Domenico Lopez (chitarra classica), Giulio Vinci (chitarra classica ed elettrica), Alessandro Mazzacane (violoncello e basso elettrico) e Giovanni Chiapparino (percussioni, fisarmonica). 

Nel vostro disco di debutto “Navegar è preciso” avete sperimentato l'incontro tra i suoni del tropicalismo e la poesia della canzone d'autore italiana. Come nasce questa fortunata alchimia?
L'idea prende subito forma dopo l'ascolto di un brano di Caetano Veloso (“Os Argonautas”). Si tratta di un brano che esprime tutta la filosofia del gruppo. È un brano che porta in se tre matrici letterarie e culturali differenti (Veloso, Pessoa, Pompeo) che riescono a convivere in una sola nuova forma. Ne vien fuori qualcosa di sorprendente: un fado brasiliano le cui parole son prese in prestito e rielaborate da un motto Romano che affonda le sue radici nella mitologia Greca. È la dimostrazione di come si possano avvicinare culture e continenti col preciso e unico scopo di "creare". L'arte, atto d'ogni creazione, diventa, in questo brano, simile al viaggio per la conquista del Vello d'Oro, per cui è quasi più importante Navigare che Vivere. La meta diventa così solo la metà del viaggio così come l'arte non è più un risultato ma il processo stesso della creazione libera da vincoli e scopi. Volevamo continuare questa pratica e vedere cosa poteva succedere nel fare questo partendo dalla nostra matrice culturale e fin dove potesse estendersi e mischiarsi alle altre. Il risultato, sorprendente ma infondo aspettato, non è stato un collage ma la nascita di una cosa a se stante. Quello che in molti hanno definito "Tropicalismo Mediterraneo".

Come si è evoluta la vostra ricerca sonora e composita dal vostro disco di debutto al nuovo album "Samba delle Streghe"?
La cosa bella, intrigante e divertente della nostra formazione è che partendo da una base comune si snoda nelle esperienze di ogni singolo musicista che ne fa parte. E' come se noi facessimo come fa la nostra musica. L'evoluzione della ricerca sonora e compositiva è altresì un esperimento come quello suddetto sulla contaminazione. In questo caso siamo noi i luoghi e Os Argonautas lo spazio ideale in cui si incontrano. La formazione dei nostri cinque elementi è molto diversa e poliedrica. Non c'è quindi una ricerca pensata e studiata ma piuttosto una spontanea unione delle esperienze. Questo secondo disco nasce in realtà subito dopo l'incisione del primo. E' un lavoro lungo tre anni che naturalmente porta con se tutte le fasi della nostra ricerca sonora. Anche la scaletta del disco (tranne piccole incursioni) rispetta una cronologia di composizione e così si parte da "Lo Stivale" (brano più legato al Portogallo, il nostro "primo amore") a "Come Spose" (che fonde tango, musica arabo-andalusa, elettronica). Ognuno di noi ha continuato a seguire le proprie ricerche e ad assecondare le proprie propensioni per poi portarle nel disco. Così la formazione classica di Alessandro Mazzacane (violoncello) e Giulio Vinci (chitarra) ci hanno portato precisione ed ordine nelle orchestrazioni e nella gestione dell'espressività, quella più legata al flamenco e alla musica brasiliana di Domenico Lopez (chitarra) ci ha regalato un tocco di improvvisazione ed estemporaneità fondamentali in un lavoro di contaminazione (oltre che la composizione delle musiche di due brani presenti nel disco). La formazione dapprima pop e reggae e poi lirica, unita alla sua pratica sul canto MPB e fado di Federica D'Agostino ci ha regalato una molteplicità di sfumature davvero importante per quello che facciamo. Io ho cercato di far tesoro della mia esperienza nel progressive rock, nella musica popolare e nella composizione di musica per film per tentare di tenere le fila di tutto e riuscire ad arrangiare un genere musicale che a questo punto non poteva appoggiarsi su nessuna prassi.  L'evoluzione dal primo disco si può individuare in una grossa sfida, spero riuscita, che è quella di far entrare tanta musica e tanta letteratura in brani semplici che suonino come vere e proprie canzoni e che si allontanino da sovrastrutture intellettualistiche.  

Ci puoi raccontare la genesi di "Samba delle Streghe"?
Il primo disco di Os Argonautas nasceva col preciso intento di scrivere musica d’autore esplorando e contaminando il terreno delle musiche che si affacciano sul mare. Partendo dal versante europeo del Portogallo e da quello americano del Brasile (oltre che dall’ovvio ceppo Mediterraneo). Gli Os Argonautas si sono dedicati dapprima alle reinterpretazioni della canzone portoghese e brasiliana contaminandola con la cultura mediterranea per poi allargare il raggio d’azione, in questo secondo album, alla scrittura di un genere che comprenda tutte le influenze che possano derivare dall’essere vicini al mare. In questo secondo disco è come se si sia allargato il ventaglio delle contaminazioni che adesso fondono alla canzone italiana i suoni e gli stilemi di MPB, fado, elettronica , folk, tango, bolero, afro, flamenco. Il tutto è per costituzione appoggiato sulle fondamenta di un linguaggio già di per se molto contaminato (specie dalla cultura araba) che è proprio del Mediterraneo. Il proposito è dunque fondere, tramite l’unione di lingue, generi e scritture diverse, ciò che di più simile ci sia nelle culture circostanti al proprio “luogo” dimostrando che la peculiarità dell’espressione artistica non risiede nell’appartenenza ad un luogo, una disciplina o un genere ma piuttosto nello spazio (anche metaforico) che separa luoghi, culture e generi. Il risultato è molto lontano e diverso da una sterile e complicata rappresentazione intellettualistica della musica e della parola. Tutt’altro, il tentativo è quello di trasferire un pensiero complicato in una forma semplice che ben si adatti al concetto più naturale di canzone. La sfida è quella di far entrare gli argomenti e la prassi dei generi cosiddetti “colti” o “di nicchia” in un contenitore non “commerciale” ma “commerciabile” in modo da separare il binomio “orecchiabile-stupido”. A differenza del primo disco (che contiene soltanto quattro brani originali) "Samba delle Streghe" è più personale e più carico di ciò che siamo noi come autori. Il filo narrativo è essenzialmente una specie di naufragio negli abissi di se stessi da cui a volte si riesce ad essere vittime ed altre superstiti. Il mare, in questo disco rappresenta la duplicità dell'essere umano che è in continuazione superficie e abisso. Il "Samba delle Streghe" è difatti parafrasi divertita del dipinto "sabba delle streghe" di Francisco Goya in cui i rapporti tra Demone e Angelo, Bene e Male, Istinto e Morale, vengono invertiti così come spesso succede nell'essere umano. Inoltre tutto questo è rimarcato in maniera altrettanto poetica e magistrale dalle illustrazioni di Rosalba Ambrico (straordinaria illustratrice pugliese) che ha saputo esprimere in disegno questo alternarsi di livelli e questa duplicità dell'essere umano in cui in continuazione le due parti naufragano e risorgono.

Quali sono le ispirazioni alla base di questo disco? Quale il filo conduttore che lega i vari brani?
L'ispirazione di questo disco credo che sia più letteraria che musicale e lo stesso vale per il filo conduttore che lega i brani. Questo filo narrativo è essenzialmente una specie di naufragio negli abissi di se stessi da cui a volte si riesce ad essere vittime ed altre superstiti. Il mare, in questo disco rappresenta la duplicitá dell'essere umano che è in continuazione superficie e abisso. Il "Samba delle Streghe" è difatti parafrasi divertita del dipinto "sabba delle streghe" di Francisco Goya in cui i rapporti tra Demone e Angelo, Bene e Male, Istinto e Morale, vengono invertiti così come spesso succede nell'essere umano. Inoltre tutto questo è rimarcato in maniera altrettanto poetica e magistrale dalle illustrazioni di Rosalba Ambrico (straordinaria illustratrice pugliese) che ha saputo esprimere in disegno questo alternarsi di livelli e questa duplicità dell'essere umano in cui in continuazione le due parti naufragano e risorgono. Tutto il resto si è appoggiato a questo.

Tra i brani più belli ed intensi del disco c'è "Francesco Padre". Come nasce questo brano?
Sono venuto a conoscenza di una terribile vicenda avvenuta nel nostro mare oltre vent'anni fa. Si tratta dell'affondamento di un peschereccio Molfettese per un errore (diciamo così) della N.A.T.O. Ciò che mi ha colpito molto di questa vicenda è stato il fatto che io non ne sapessi nulla pur essendo molto attento alla vita politica del mio territorio. Ho scoperto, così, un'altra faccia dell'amato Mediterraneo che mai avrei voluto conoscere. Questa è una vicenda che ha l'importanza di Ustica ma se ne è parlato poco perché i poteri politici e militari coinvolti erano troppo e troppo sensibili.  I protagonisti della vicenda (le famiglie dei pescatori defunti) mi hanno chiesto di scrivere una canzone a riguardo che speravamo funzionasse come un'arma simile a quella che ha affondato il peschereccio "Francesco Padre" e lo facesse metaforicamente tornare a galla. 
I tentativi di rendere una giustizia mai avvenuta a queste famiglie e soprattutto una informazione corretta sui fatti sono stati tanti (documentari, libri, videoclip, presentazione a Sanremo) ma si può ben immaginare che un Paese che riesce ad affondare le prove di una simile tragedia possa con altrettanta facilità affondare una canzone che scopre qualcosa di importante e purtroppo non conosciuto da molti.  In ogni modo come recita un verso di questa canzone: “Nell’inganno che non seppi più tacere/Mi accorsi di sapere/che una barca si può allontanare/ma l’amore non può naufragare/che il ricordo tende a galleggiare/che il pensiero non lo puoi affondare”. Quindi non sarà questo ulteriore affondamento a toglierci la voglia di far emergere questa la canzone, la nostra band, la verità e un po' di senso di riflessione su ciò che ci circonda 

Altro brano cardine del disco è "SUDditanza" un brano dalla trama tradizionale che guarda ai Balcani...
Sudditanza è un chiaro gioco di parole. E' un brano che parla dei danni che può fare la logica della gerarchia.  L'uomo, oggi, rischia di vivere una doppia sconfitta: quella dettata dal fallimento all'interno di una gerarchia e quella dettata dal fallimento del suo sentirsi fuori da una gerarchia. È paradossale ma è quello che succede. Sudditanza prende solo spunto da una sorta di "questione meridionale" ma in realtà poi parla del Sud di ognuno di noi. Noi che siamo costretti a vivere dei ricordi di qualcosa di bello che eravamo è che potremmo essere. Quale possa essere il ruolo di un musicista, un artista, in questo marasma davvero mi riesce difficile spiegarlo. Credo che non si tratti più di qualcosa di simile a ciò che succedeva nei primi del '900 o nei più recenti anni '70 perché siamo andati indietro. In quei tempi (quelli della scoperta della psicoanalisi, delle ricostruzioni dei dopoguerra, della nascita dei nuovi mondi, dell'era dell'Acquario, della Beat generation) c'era qualcosa da contrastare e l'arte era conferma di un pensiero. Oggi, il cancro da combattere risiede in noi stessi ed è troppo difficile contrastarlo, piuttosto è più semplice trovare conforto in un arte comoda e che distragga e non distrugga. 

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento del disco?
Come spiegavo prima ci siamo presi tutto il tempo necessario perché i brani nascessero con calma e riflessione e fossero loro a chiederci come arrangiarli. Mi sono occupato io degli arrangiamenti del disco ma con un approccio molto rispettoso nelle proposte di tutti i musicisti che vi hanno partecipato. La guida dell'arrangiamento su una canzone secondo me dev'essere il suo testo (il suo significato) e bisogna assecondare ad esso un timbro specifico che ne definisca meglio la sensazione finale. Il resto viene abbastanza semplicemente se si sanno tenere in equilibrio le forme e le voci. C'è stata sicuramente una grande libertà nella decisione degli stilemi perché lo scopo era proprio quello di allontanarsi da un esercizio di stile e lasciar scorrere, col testo tutto ciò di cui ogni brano potesse aver bisogno. L'apporto dei musicisti in questa fase è stato come al solito fondamentale perché mi ha di volta in volta suggerito delle cose. Un bravo arrangiatore, si sa, non scrive solo note e orchestrazioni ma scrive note e orchestrazioni per determinati musicisti e non può prescindere da questo. Di sicuro molto ci hanno influenzato, come spiegavo prima, gli ascolti e le esperienze così disparate.

Al disco hanno collaborato Daniele Di Bonaventura e Jaques Morelenbaum. Quanto è stato importante il loro apporto nella definizione del sound del disco?
Spiegare la soddisfazione e l'emozione nell'avere questi due grandissimi artisti nel nostro disco è praticamente impossibile. Per anni ho studiato arrangiamento sui dischi di Caetano Veloso o di Jobim arrangiati dal maestro Jaques Morelenbaum. Questo musicista è uno degli inventori della bossa-nova è il padre insieme a Veloso proprio del Tropicalismo. Lavorare con lui è stato semplicissimo perchè dietro un grande artista abbiamo scoperto una grande persona piena di umiltà (che avrebbe potuto benissimo non avere data la sua grandezza) la cui unica preoccupazione è stata quella di chiederci se ciò che ci proponeva era in linea con quello che avevamo pensato di trovare in lui. Poche ore di registrazione, a Milano, hanno riempito il nostro disco di un suono che porta con se parte della storia del Brasile musicale. Un regalo grandissimo. Una profonda e commovente soddisfazione. 
Con Daniele Di Bonaventura è stato altrettanto bello. Daniele è diventato per noi un grande amico. Lo è perchè ha deciso di esserlo e perchè è uno che mastica musica e vita indistintamente al di là di qualsiasi etichetta e “forma”. Se a Daniele piace una cosa la fa e basta... e la fa bene. Lo abbiamo contattato la prima volta per accompagnarci nella serata finale della XXIV edizione di Musicultura e quasi increduli ce lo siamo trovati con noi sul palco quella sera allo Sferistereo di Macerata. Ricordo che mentre faceva il sound-check del nostro brano mi sono commosso. Ho capito in quel momento che stavamo avendo a che fare con uno dei grandi maestri del nostro tempo, una mente geniale e una sensibilità indiscutibili. Daniele è un compositore “istantaneo”, riesce a far muovere le voci di quello che suona in maniera nuova, unica e straordinaria... un’altro diamante nel nostro disco. Direi che è stato fondamentale nella creazione di un disco unico perché il suono e il modo di suonare di entrambi è unico ed irripetibile.

Come saranno i concerti di presentazione del disco?
Il nuovo spettacolo ripropone la maggior parte dei brani del nostro ultimo disco inframmezzati da alcune incursioni nel Brasile e nel Portogallo. Si cerca di raccontare anche il perché di alcune scelte per mezzo di brevi presentazioni dei brani. Si racconta come accennato prima di un altro tipo di viaggio questa volta: quello nel mare di noi stessi faccia a faccia con le proprie tempeste e i nostri giorni di mare fermo. Un alternarsi di stasi e ritmo che prevede anche una grossa interazione con il pubblico che cerchiamo sempre di non tenere distaccato dalla scena ma che spingiamo ad entrare con noi nell'esperienza di questo viaggio. In cantiere anche l'idea di preparare uno spettacolo con una orchestra… tutto però da capire ancora.


Os Argonautas - Samba delle streghe (Digressione Music, 2016)
“Samba delle streghe” è un album composto di dodici tracce delicate e incastonate l’una nell’altra con un equilibrio perfetto. Equilibrio di suoni, di voci, di strumenti. Ma anche di programma. Il progetto dell’ensemble è chiaro fin dall’inizio e possiamo ricondurlo a qualcosa di molto personale, nonostante - come è ovvio - i riferimenti siano diversi e in alcuni casi formalmente eterogenei. Il nucleo della formazione è composto da Federica D’Agostino (voce), Giovanni Chiapparino (percussioni, piano, rhodes, acordeon, bandoneon, sintetizzatori e basso),  Domenico Lopez (chitarra classica, fretless e portoghese, tres cubano), Alessandro Mazzacane (violoncello) e Giulio Vinci (chitarre e bouzuki). All’album però hanno partecipato anche Jaques Morelenbaum (violoncello in “Passanti” e “A historia sem fim”) e Daniele Di Bonaventura (bandoneon in “Come spose”), oltre a un nutrito gruppo di ospiti: Andrea Campanella (clarinetto e clarinetto basso in “Samba delle streghe” e “Sogno”), Alessio Campanozzi (basso in “Samba delle streghe” e contrabbasso in “Valzer del poi” e “Disseram que voltei americanizada”), Cris Chiapperini e Danilo Grillo(voci rispettivamente in “A historia sem fim” e “Disseram que voltei americanizada”), Antonello Losacco (contrabbasso in “Sporca estate” e “Come spose”), Roberto Piccirilli (violino e viola in “Francesco Padre”) e Domenico Ricco (basso in “Francesco Padre”). In termini generali, i riferimenti dei musicisti sono molto ampi. Tutti gli strumenti intervengono con una perizia straordinaria, cesellando un suono e una timbrica d’insieme senza sbavature. In questo quadro la voce - perfetta e suadente, limpida, spesso allungata in melodie morbide e soffuse - assume un ruolo trainante. Non perché sia lo “strumento” sempre in primo piano, ma piuttosto perché mantiene un valore di amalgama, nel quale convergono le parole, sempre raffinate e ricercate, e il suo suono. Quest’ultimo è come una marea, un flusso straniante che striscia come un sottofondo, che avvolge chi ascolta in un’onda costante, implicita e calda. La scena include senza dubbio l’idea di un cantautorato radicato nella tradizione musicale italiana. Ma sul piano sopratutto musicale e, di conseguenza, dell’insieme, include elementi eterogenei (certamente il Portogallo e il Sudamerica, come si può facilmente evincere dai titoli di alcuni brani), che sono stati sedimentati con cura e pazienza. Quando si esce in modo più netto dallo schema più “allungato” e flessibile di brani come “Lo stivale” o “Nella valigia”, le esecuzioni diventano più cadenzate, lasciando emergere una bravura diversa dei musicisti. Non solo in termini tecnici (le esecuzioni sono lineari e sempre calibrate sulle relazioni degli strumenti) ma anche strutturali. Cioè in relazione a quel nucleo di elementi che compongono un tema e che includono la tenuta dell’insieme, oltre che il dinamismo delle singole parti. In questo senso “SUDditanza” è un brano molto significativo. È il quarto in scaletta e si configura come un primo strappo nello scenario che ci avvolge. Uno strappo che matura innanzitutto nella voce, che si presta a sillabare un testo più ritmico e veloce, ma anche nell’andamento di tutti gli strumenti. I rumori dell’incipit ci assorbono in un ambito più frenetico, così come il tema di base, sorretto dalle corde e ingrandito dalle percussioni. Pur in un quadro pieno di suoni, nel quale anche le voci si sovrappongono in alcune parti, rimane un’alternanza precisa tra tutte le parti, specie quelle di chitarra e di violoncello. La chitarra rimane anche sotto la strofa - con poche note, acute e stranianti - mentre gli archi legano le varie parti, sia vocali che musicali. Il testo è molto interessante e vale tutto l’album, per almeno due motivi. Il primo è che è tutt’altro che celebrativo della categoria “sud”. Il secondo è legato alla capacità dell’ensemble di aggrapparsi - fuori dalla retorica - alla descrizione ironica e amara di alcune dinamiche, rese con un gioco di contrari molto efficace: “Estrema spiaggia d’Oriente”, oppure “Ultima linea d’Africa”. Tra i brani più interessanti segnalo “Nella valigia”, in cui le voci in coro, con sotto le percussioni appena sfregate, producono un piacevole effetto di sospensione. Si tratta di tratti solo apparentemente marginali e che, a ben vedere, introducono sempre qualcosa di nuovo. Un passo più dinamico, un’armonia più piena, una trama strumentale più profonda.



Daniele Cestellini
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