Flo – Il Mese Del Rosario (Agualoca/Warner Chapell, 2016)

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Le canzoni-storie della cantautrice napoletana: cronache di vite intense, tra passato e presente 

Ha piglio da raffinata chanteuse multilingue e da graffiante vocalist, è autrice dalla personalità forte e dalla scrittura originale, colta e irriverente, delicata, determinata e ironica, voce duttile, carezzevole, solare e viscerale. Flo non è riducibile, vivaddio, a una nuova napoletanità esaltata a destra e a manca, che rischia già di infiacchirsi in luoghi comuni mediatici ed identitari. Dalle importanti esperienze teatrali che l’hanno formata alle collaborazioni, tra gli altri, con Claudio Mattone, Lino Cannavacciuolo e Daniele Sepe, Flo (all’anagrafe Floriana Cangiano) si impone come artista di rilievo in un territorio sanamente ibrido, che accosta pop intelligente, screziature world e canzone d’autore importante. Nel 2014 ha pubblicato “D’amore e di altre cose irreversibili“ per l’etichetta partenopea Agualoca Records: una notevole opera prima, che ha raccolto successo di critica e di pubblico. Nello stesso anno si è imposta al Premio Andrea Parodi (2014) e ha mietuto riscontri anche a Musicultura e al Premio Bianca d’Aponte. Il seguito sono stati due anni di concerti per l’Europa. Ora, sempre per Agualoca esce “Il mese del rosario”, album acustico pieno della profondità femminile, in cui coesistono poetica crudezza e desideri, ombre scure e amori violenti, memorie familiari trasfigurate e spunti narrativi che diventano cronache individuali e collettive, storie scomode, perfino inconfessabili: «pentimento e gloria di vite non vaste ma intense», scrive Flo nel booklet. Un album in nove tracce, anzi dieci, considerata la ghost–track che non sveliamo, perché va assaporata nella sua dimensione sonica, analogica, molto diversa dal resto del lavoro, seppure in linea sotto il profilo narrativo. 
Magnifici i tributi a Rusidda ’a licatisa. Da parecchi mesi le canzoni del CD costituiscono l’ossatura dei concerti dell'artista napoletana e la band compatta e vibrante è la stessa che nei concerti la accompagna: anzitutto, Ernesto Nobili (chitarre acustiche, bouzouki, toy guitar, organo, basso, cori), il co-autore musicale a proiezione soprattutto rock e world, con David Byrne nel cuore e nella mente; poi Michele Maione (percussioni e mandola) e Marco di Palo (violoncello). “Il mese del rosario”, realizzato con il crowdfunding, è anticipato dal singolo e video di “Bellissima presenza”, una canzone tragicomica, che partendo dalle pagine degli annunci, mette in scena i “criteri” che contano per entrare nel mondo del lavoro nel terzo millennio. Un album bello e intenso, che segna la maturità autorale di Flo. Ospiti della mente produttiva di Agualoca Davide Mastropaolo, che ci assiste con passo felpato, dispensando acqua, birra e stuzzichini, in una Napoli sfiorata dalla prima calura, con Flo ed Ernesto Nobili – da qualche settimana ritornati da Capo Verde, dove all’Atlantic Music Expo hanno presentato in anteprima il disco – sgraniamo questo rosario laico di canzoni. 

L’album è uscito a maggio, mese di devozioni mariane e di rosari…
Flo: In realtà, il “Mese del Rosario” è qualcosa che dico in “Vulìo”, la canzone che apre il disco. Mi piaceva il suono del titolo, significativo rispetto al racconto del disco. E anche un po’ ironico. Il fatto è che sono affascinata dai riti collettivi. Abitando alla Sanità, respiro questa contraddizione tra la chiesa che sta lì, a rappresentare l’aspetto sacro, mentre fuori i motorini sfrecciano, le voci dei neomelodici si ascoltano dalle case. Una contraddizione che fa parte del tessuto urbano, che, forse, non è nemmeno più una contraddizione: ormai è così… C’è anche la curiosità per le persone che recitano il rosario pregando in maniera così ardente. Da questo spunto, ho pensato a una serie di vicende che possono aver animato questo paese immaginario in cui ho ambientato tutte le storie del disco.

Parliamo del passaggio dal primo lavoro a questo secondo. C’è una scelta linguistica diversa, se in “D’amore e di altre storie irreversibili” c’era una scrittura plurilingue, l’apertura su un mondo cosmopolita, qui l’immaginario in parte è differente.
Flo: È un momento diverso. Non rifletto mai in maniera induttiva, nel senso che scrivo, ma solo dopo capisco che le cose che ho scritto hanno una coerenza tra di loro, riesco a contestualizzarle al momento storico che sto vivendo, alla fase di vita che sto attraversando. Il primo disco l’ho scritto in più lingue, ma lì c’era anche il timore di farmi comprendere troppo: era la mia prima volta da sola. Io ho avuto la fortuna di essere stata sempre protetta da grandi nomi: andare sola è come lasciare la mano al papà. Sono stata spinta un po’ dalla volontà di proteggermi con la scrittura. Inoltre, allora vivevo a Bacoli – può  sembrare una sciocchezza – ma vivevo in una casa vicino al mare. Ho scritto il primo disco in un’atmosfera di viaggio desiderato, sognato, di posti che vorresti vedere, in cui vorresti stare. Quando mi sono trasferita alla Sanità, il mio orizzonte di riferimento è completamente cambiato, oltre alla vita, che è cambiata dopo due anni passati suonando dal vivo in giro. Sono diventata anche più sicura di me: mi sono detta: “Tutto sommato posso scrivere quello che penso e quello che voglio, posso farmi comprendere dalle persone senza dover compiacere nessuno”. Non c’è più quell’anelito che traspariva dal primo lavoro. “Il mese del rosario” è più un disco sulla memoria, sulla radice, sulla mia storia qui a Napoli, sulla mia famiglia. Naturalmente, trasportato nella dimensione del racconto inventato, ma c’è più la realtà che il desiderio.

Come sono andate le cose dal punto di vista compositivo? Il gruppo produce un suono raccolto ma anche più aggressivo, C’è un passo diverso sull’idea musicale rispetto al primo album, c’è lo sfioramento del mondo world che appariva più preponderante in precedenza.
Ernesto Nobili: Il gruppo è nato realizzando il primo disco che è stato l’esplorazione sonora di un gruppo appena nato, intorno a me e a Floriana. Poi abbiamo suonato per due anni in lungo e largo, creando un suono che è diventato peculiare. Mi è sembrato il passo più naturale portare su disco il suono divenuto caratteristico del quartetto. Un suono e una scelta stilistica figlia della realtà vissuta in questi anni, più che di un’idea di partenza. Anche, perché a me piace molto arrangiare e scrivere basandomi su un obiettivo realistico più che teorico: mi piace utilizzare le forze che ho a disposizione, soprattutto quando queste forze mi danno un contributo creativo notevole. Devo dire che il nostro quartetto si sta rivelando una fonte di idee, non solo di esecuzione. Dal punto di vista compositivo, nel primo disco io ho dato a Floriana dei pezzi quasi finiti, sui quali lei ha aggiunto la dimensione lirica. Invece, in questo secondo disco i pezzi sono nati perché cercavamo insieme cose che poi abbiamo trovato. È tutto frutto di ore passate suonando, improvvisando, trovando… Dopo c’è stato il lavoro di taglio, di scrematura, di razionalizzazione del percorso; il mio discorso di “produzione” è figlio di un’improvvisazione durata uno o due anni. Durante le prove ci mettevamo a suonare improvvisando liberamente, finché non mi colpiva un frammento, un flash che mi prendevo e rielaboravo, restituendolo agli altri che me lo ridavano e via dicendo, nel senso di un lavoro di gruppo. Adesso, si ascolta un lavoro di una band vera e propria.

Vi ritrovate nella dimensione di canzone d’autore cameristica con cui siete stati identificati?  Oppure è solo una lettura giornalistica?
Ernesto Nobili: Questa è una riflessione che mi faccio, perché quando suono, ho sempre l’idea che sto per suonare con i Led Zeppelin, che sto per sfondare le pareti di quelli che mi circondano. Invece, devo pensare che questa formazione induce, gioco forza, a pensare a un suono cameristico, perché abbiamo percussioni, violoncello, chitarre acustiche, ma tra poco scatterà la sorpresa… 
Flo: Adesso, è arrivata la chitarra elettrica! 
Ernesto Nobili: Quindi, quest’idea da camera passa già per la formazione in sé, al di là della mia identificazione con un altro tipo di mondo musicale. Come sai, anche filosoficamente, l’identificazione non è la realtà dei fatti… 

Scrivi che “Il mese del rosario” è cronaca di esistenze sospese, in equilibrio tra pieta è disincanto, ma tra questi due estremi c’è spazio per l’azione? 
Flo: Eh… è una domanda importante! Per me sì, c’è spazio per l’azione, nel senso che nel mio lavoro, ho trovato la sublimazione di tutto quello che è il sacrificio, anche il brutto a cui uno è costretto ad assistere o a prendere parte. Ti ripeto, Napoli è una città che ti impone una certa bruttezza, lo fa anche con una certa aggressività. Ma la musica riesce a fare il miracolo di trasformare le cose, i posti, di trasformare le persone. Attraverso la musica io sono diventata una donna, intendo dire che questa famosa pietà l’ho trovata cantando: sono diventata una persona migliore, perché quando canto, faccio una cosa importante non solo per me, ma anche per gli altri. C’è gente che mi scrive che le mie canzoni hanno lasciato un segno, hanno sortito un effetto: questa è l’azione che sta tra i due poli. È chiaro che può sembrare un discorso eccesivo, ma chi fa musica sono sicura possa capire quello che to dicendo. Quando suoni e canti – se lo fai in maniera onesta – senti che quello è il tuo posto, la tua missione. Magari resta una missione solo per te… ma non lo credo. Quando c’è una forza strabordante, nulla la può fermare. In questi anni ci siamo posti la domanda: “Ernesto, ma questa cosa bella ce la stiamo raccontando solo tra di noi?”. Invece, i fatti sono altri: siamo andati a suonare a Torino e a fine concerto c’è stato chi mi ha detto: “Sento questo pezzo tutti i gironi prima di andare a lavoro, perché il lavoro non mi piace, e in questa canzone trovo la forza di andare avanti, di pensare di cambiare vita. Per me, era solo una canzone scritta da sola in cucina, invece poteva avere un effetto a catena su altri. Per me questa è l’azione. Sì, c’è lo spazio per l’azione, voglio credere di sì. 

In uno dei brani più belli del disco, “Quale amore” interviene l’arpa fatata di Vincenzo Zitello.
Ernesto Nobili: È stato un incontro fortunato. Ho sempre amato Vincenzo Zitello in maniera profonda. Quando l’ho conosciuto, mi sono anche innamorato di lui anche come persona. Dopo due giorni passati a insieme al Folkest, dovevo trovare modo di inserirlo nel disco, ci doveva comunque stare in qualche veste! Riflettendo sul materiale, ho capito che in “Quale amore” – che si presta anche da arrangiamenti “sanremesi” – chitarra acustica e arpa toglievano ogni tentazione “populista”, che l’arpa avrebbe potuto donare quella dimensione onirica che è molto presente nel brano, malgrado sia un testo duro; perché se ci pensi, è il punto di vista di una persona che non c‘è più. Forse l’arpa era lo strumento più adatto a dare quell’area poco neorealista al brano. 
Poi l’arpa di Zitello ha un suono particolare, sia per come la suona sia per il tipo di strumento. La cosa che più mi ha stupito è che lui ha fatto quello che speravo ma non osavo immaginare… suonando in maniera ritmica soprattutto sui ritornelli. La sua potenza ritmica ha fatto decollare i ritornelli del brano in una maniera che non era ipotizzabile da parte di un arpista. Questa cosa rende il brano ancora più bello, perché Floriana si è davvero superata nello scrivere, ma Vincenzo Zitello lo ha reso un brano contemporaneamente lirico, dinamico, emozionante, sognante e ritmico. Se togli il ritmico alle cose, è finita. Qui c’è sia l’aspetto world che quello da vecchio rocker: l’aspetto ritmico è ciò che mantiene tutto nella musica, anche quando l’ascoltatore medio non se ne accorge. 

“Vulìo”, con il suo attacco molto ammaliante, apre lo scenario sulle storie di questo paese immaginario… 
Flo: Un paese dove tutto resta immobile. Nella prima stesura mi veniva fuori questa parola: “vulìo”,  che ha un significato molto ambiguo e spiega bene la mia ossessione del tempo che passa. Non è che abbia paura di invecchiare, ma è l’idea di non avere abbastanza tempo per fare tutto quello che vorrei, visitare luoghi, suonare con musicisti: dieci vite non mi basterebbero. Questo “vulìo” è il sale della mia vita, perché mi piace andare oltre. Però, c’è una doppia faccia, perché il “vulìo” può rimanere anche uno stato di desiderio incompiuto. È un concetto importante nella vita.

E musicalmente?
Ernesto Nobili: Un brano strascicato, ha un incedere che quasi non porte mai, le percussioni non hanno mai un groove diritto, la chitarra è zingaresca, c’è un andamento quasi in due: tacco-punta, un passo lieve. Poi a un certo punto lei ce lo dà… e anche noi!  

È un disco dai titoli tutti molto belli: ora vi propongo un trittico di brani, iniziando da “Malemaritate”…
Flo: Parla di storie scoperte visitando quello che un tempo è stato un ricovero per prostitute, trasformato in un luogo di arte e cultura. Attualmente, il convento è il Teatro del Sale a Firenze, di proprietà del noto chef Fabio Picchi. La storia ce l’ha raccontata lui. 
Ernesto Nobili: Ci siamo andati a suonare un paio di volte. A parte mangiare da dio, è proprio un posto particolarissimo, con struttura in legno, cucina a vista, sempre sold out. 
Flo: Tra il Quattrocento e il Cinquecento, tantissimi conventi diventavano ritiro di donne che lasciavano il mestiere in cerca di un ricovero per corpo e anima. Ma erano preda facile per preti venditori di indulgenze. Così le sventurate finivano di nuovo sulla strada, preferendo la libertà della loro professione all’abuso del potere.

Passiamo a “Ad ogni femmina un marito”...
Flo: La canzone cui sono più legata. È il dialogo aperto tra chi ha vissuto e conosce l’inganno dei sentimenti e chi ha la vita davanti e non ha ancora ridimensionato le proprie aspettative. Racconta dell’amore di una madre, così maledettamente perfetto, così assoluto e completo, così ineguagliabile e poi racconta dell’amore di una figlia, così per difetto, così incompiuto. 
Ernesto Nobili: “Malemaritate” e “Ad ogni femmina un marito” sono due pezzi che hanno avuto una lunghissima genesi e molte trasformazioni, non nella struttura o nell’armonia o melodia, ma nella ricerca del suono definitivo. Alla fine, “Malemaritate” è diventato un brano molto tosto e “rock”. Come dice David Byrne: “Mi sono immaginato dove volessi che il brano fosse suonato: ho pensato ai festival, e al pubblico che salta .Il ritornello "kalashnikov” è nato quasi a disco finito! Invece, “Ad ogni femmina” è stato già pubblicato in un’altra versione, ma era troppo riconducibile ad un suono di pop italiano, che contrastava molto con l'idea di suono del gruppo. È un brano la cui musica è nata più di dieci anni fa, nella mia fase leonardcoheniana! Il testo era in inglese e parlava di me che a volte mi comportavo proprio come mio padre. Lei senza nemmeno saperlo ne ha fatto la versione femminile ma migliorata all’infinito!

Il terzo è “Controra arancione” dai richiami arabi mediterranei.
Flo: Un tradimento finito in tragedia, un racconto leggero e graffiante,  di un delitto d’onore da commedia all’italiana anni Sessanta. La musica è nata in sala, suonando insieme e scambiandoci occhiate d’intesa e di traverso… In questo brano più di tutti gli altri riconosco il terzo elemento complementare alla musica e al testo: il divertimento.

Canti in napoletano in “Freva ‘ e crescenza”.
Flo: È un brano che ho scritto a casa senza musica. Mi sono appassionata al poeta Michele Sovente, scomparso poco tempo fa. Pochi lo conoscono, ma ha lasciato delle cose molto importanti. Lui mi ha dato uno spunto molto interessante, perché scriveva la stessa poesia in cappellese (il dialetto di una frazione di Bacoli, località flegrea, ndr), in italiano e in latino, utilizzando parole diverse per il suono. Leggi la poesia in latino e, anche se non conosci il latino, ne comprendi l’impatto emotivo. Questo perché lui lavorava molto con il suono, piegando la parola, accartocciandola. Avevo sempre dentro di me l’idea di scrivere un pezzo in un napoletano che non è come quello che si parla adesso e che si usa in maniera un po’ poco onesta nella musica: povero e finto, lontano dal parlato. A casa mia, soprattutto con i miei nonni ho sempre usato il canale comunicativo del dialetto. Poi mi sono ricordato di mia nonna materna che sapeva togliere il malocchio con un piattino, dell’olio e il suo indice. 
Io m’incantavo a guardarla. Ma questo dono lo devi tramandare, se non lo hai tramandato per tempo, è perduto. Dal ricordo della nonna che faceva questo rito con il piattino, che “musichiava” si dice in napoletano, ossia che cantilenava a labbra serrate, usando questo mantra, è nato il brano. Il mio mantra potevano essere le sue parole. L’idea della scrittura poteva essere quella di Bjork su un napoletano poetico, come quello di Mimmo Borriello o di Michele Sovente.

Citi Bjork, ci sono altri modelli canori che ti accompagnano o sono entrati in questo disco? 
Flo: Mi piacciono delle cose così diverse che non saprei trovare un modello di ispirazione Carosone, Modugno, Lhasa o Bjork, appunto. Cose molto lontane. Mi colpisce quando in una voce trovo un fatto autentico, un’espressione vocale connessa con un fatto interiore. Penso che mi abbia influenzato più il lavoro fatto in teatro che la musica, ho lavorato con registi molto bravi che mi hanno saputo mettere in situazioni di imbarazzo. Ho fatto uno spettacolo praticamente nuda, è sta una cosa violenta, imbarazzante, ma dopo mezz’ora era diventata un’espressione naturale di contatto con me stessa. Quelle circostanze tra attori e registi, le suggestioni sonore, le improvvisazioni, mi spingevano sempre più in là, a trovare una vocalità un po’ più necessaria. Tra i modelli, penso anche a Gilda Mignonette, a tutte quelle che hanno cantato tendendo il cuore in mano non in maniera esibizionista ma “smargiassa”: è un modo di cantare che mi fa godere, quando riesco a trovare questo aggancio tra il dentro e il fuori, penso di aver fatto il mio lavoro. Poi ci sono altri artisti ai quali non mi ispiro vocalmente, ma che mi piacciono, come Michael Jackson: penso che non esisterà mai più uno come lui, anche se ha una vocalità completamente diversa dalla mia. 
Ernesto Nobili: Rispetto ai modelli, Modugno è quello che, a un’analisi razionale, può essere una guida per quello che facciamo noi. Ha avuto un piede nella musica leggera, una radice fortissima nelle forme popolaresche di canzone, ha cantato in dialetto, in italiano, in francese, flirtato con il rock, e tutto era semplicemente Modugno. E se vuoi un discorso simile si può fare per Carosone.

Come nel primo disco, riprendete Rosa Balistreri, qui addirittura in due brani. In tanti l’hanno cantata, ma non è da tutti riuscire a interpretare il suo canto così intimo eppure così universale. Come vi siete posti nel proporre “Bottana di to ma” e “Terra ca nun senti”?
Flo: Li trovavo coerenti rispetto alla trama narrativa. “Bottana di to ma”, per sole voci e percussioni, l’abbiamo suonata dal vivo in questi due anni e generava un effetto partecipativo nel pubblico, ma anche in noi produceva un effetto quasi catartico. Ernesto dice: “Tu ti trasfiguri quando canti quel pezzo”. Perché quella canzone non la puoi cantare pensando che sei un cantante: voglio dire, pensando a come tecnicamente puoi raggiungere quella nota. No, non funziona così! 
Se riesci a condizionarti e a stare in un momento non dico di trance ma di grande suggestione emotiva allora esce una voce bestiale (nel senso animale), ma se l’affronti con l’idea tecnica la magia non riesce. Mi piaceva fermare questo momento, che per me era una piccola vittoria, perché ero riuscita a togliere i panni della cantante, arrivando ad un’espressione molto autentica, per un’interpretazione di una cosa così importante come il repertorio di Balistreri. In fondo, sono due brani che facciamo dal vivo in un momento intenso del concerto e volendo fare un disco che riproduce quello che facciamo dal vivo, li abbiamo inseriti.
Ernesto Nobili: La take che senti sul disco è una e unica, non sono stati fatti tentativi. Non ci siamo neppure posti il problema di riascoltarli. Sono due brani – soprattutto “Bottana di to ma” – che     sono quasi “sgradevoli”: ti pongono di fronte a qualcosa che devi voler sentire e ti devi prendere. Ti pongono di fronte a una parte quasi brutta di quello che stiamo raccontando, forte, viscerale, che non poteva essere mediata da un suono di maniera, non poteva essere mediata da un arrangiamento pomposo o ammiccante. La parola è abusata ma è un momento quasi sciamanico: quando Flo è sul palco, ti guarda ma non ti sta guardando, la sua faccia cambia, il suo corpo reagisce in maniera diversa al suono, la sua voce cambia. È qualcosa di molto difficile da trasferire su disco. Però, c’era un’esigenza fortissima, anche perché per evitare equivoci su cosa stiamo facendo adesso, c’era bisogno del “giro della pagina. E i due brani lo chiudono in maniera perfetta. Nonostante siano brani famosi di Balistreri, sono stati resi in maniera tostissima, assolutamente violenta, scelti non perché sono famosi, ma perché sono venuti in quel modo là.

Lo scorso aprile avete presentato il disco in anteprima all’Atlantic Music Expo di Capo Verde. Cosa mi dici di questa avventura?
Flo: Un’esperienza bellissima! Ma devo fare un cappello, tirando in causa Davide Mastropaolo, che come produttore è un sognatore, uno che punta sempre in alto, ma che è anche concreto. Per me che vengo dalla bottega, la musica è un lavoro artigianale. Invece, Davide mi ha convinta di poter essere un’artista. C’è una doppia tensione tra me che tiro alla bottega e lui che punta alle stelle. Davide ha mandato la proposta senza che ne sapessi niente. Quando ci hanno accettati, è stata una notizia bellissima, perché era il mio primo Expo. Non è la Capo Verde dei resort (la manifestazione si è svolta a Praia, ndr). Nel palazzetto della cultura si apriva uno squarcio sulla cultura di ogni parte del mondo: cose belle e meno belle. Siamo stati messi a suonare su un palco grande in Rua Pedonal, destinato un po’ a tutti, alla gente comune non solo per gli addetti ai lavori. 
Per fortuna noi siamo simpatici… durante i pranzi ci siamo divertiti, abbiamo portato la gente a mare con noi. Il fatto è che ci facciamo risate tra di noi al limite del molesto… Quindi. la gente vede che ci divertiamo e si appioppa...  il concerto è stato un successone con i capoverdiani che ballavano.
Ernesto Nobili: Far ballare un mare di africani sulle mie musiche: è stata una grande soddisfazione! 
Flo: Scesi dal palco, i delegati sudamericani (da Brasile, Colombia, Uruguay) ci hanno contattati per organizzare un tour in Sud America per l’anno prossimo.  Abbiamo già dei riscontri, la cosa si sta evolvendo e dovrebbe succedere per giugno 2017.


Ciro De Rosa

Flo - Il Mese Del Rosario  (Agualoca/Warner Chapell, 2016)
Bello sin dal titolo il nuovo disco di Floriana Cangiano, in arte, e di arte davvero si può parlare, Flo. Nove brani (dieci in realtà, per la presenza di una sfiziosissima ghost-track), in cui la cantante napoletana mette in mostra voce, stile, personalità e una cifra autoriale importante; sono infatti suoi i testi dei sette brani originali, mentre le musiche sono in gran parte del chitarrista, arrangiatore e produttore artistico Ernesto Nobili. Manca la babele linguistica che aveva caratterizzato il precedente “D'Amore e Altre Cose Irreversibili”, che conteneva brani in spagnolo, catalano, portoghese, napoletano e francese, ma il lavoro appena uscito è altrettanto forte e include almeno un paio di capolavori.  “Il Mese del Rosario” è un disco molto femminile, tante storie di donne e di amori difficili, amori violenti, amori che ingannano, fino allo struggente omaggio a Rosa Balistreri, già citata nel precedente album con “Pirati a Palermo” e qui riverita con “Buttana di to Ma” e “Terra ca nun Senti”.  Le tracce contenute nel CD costituiscono già dall'estate scorsa l'ossatura dei concerti dal vivo dell'artista napoletana e la band che suona è la stessa che nei concerti la accompagna, ovvero il già citato Ernesto Nobili alla chitarra, Michele Maione alle percussioni e Marco di Palo al violoncello. I brani più forti del disco sono la travolgente “Malemaritate” il cui testo mostra la vergogna di un passato da nascondere che si “sconta” con un presente altrettanto squallido, “Ad ogni Femmina un Marito”, che, viceversa, presenta  l'annoso bivio fra il presente frustrante e un futuro di ambizioni, davvero questa una delle più belle canzoni italiane dell'anno, “Freva 'e Criscenza” (ovvero “Febbre di Crescita”, anche questa bellissima fin dal titolo), e “Controra Arancione”, con un arrangiamento fra mediterraneo arabo e atmosfere musicali tipo “spy story”. Il disco è anticipato dal singolo “Bellissima Presenza”, amara ma ironica analisi su quanto soggiace a cose apparentemente banali come ricerca del lavoro e raggiungimento del successo. La ballata “Quale Amore”, sofferto racconto di un rapporto violento, è impreziosito dall'arpa di Vincenzo Zitello. Da segnalare anche la fresca e latineggiante “Vulìo” che apre la raccolta. Infine, non è facile rapportarsi con un grande classico come “Terra ca nun senti”, uno dei brani più conosciuti dei repertori regionali italiani, cantato, fra le altre da Carmen Consoli, Noa, e tanti altri, ma questa versione eguaglia per personalità e spessore la raffinatissima versione di Rita Botto, dal disco omonimo insieme alla Banda di Avola uscito nel 2013. Il brano della Balistreri, che parte libero e cresce ritmicamente e d'intensità con il procedere delle strofe, chiude in maniera epica il disco, ma, a proposito di versioni che superano l'originale, abbiate la pazienza di sentire arrivare la ghost-track (dopo oltre 4 minuti: tanto che molti addetti ai lavori non se ne sono accorti) e rimarrete, una volta di più, a bocca aperta. Niente spoiler, ascoltate il disco! “Il mese del Rosario” consolida la figura di Flo come figura di spicco di un'area musicale sui generis che sta in egual misura al pop, alla world music e alla canzone d'autore. Forse l'unica artista italiana world che potrebbe aspirare a un successo internazionale nel mainstream. A Flo non possiamo che augurarlo; come diceva qualcuno, “Ha tutte le carte in regola”: due dischi belli e un live-act di livello straordinario.


Gianluca Dessì
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