Bombino – Azel (Partisan Records, 2016)

Il world groove tuareg di Bombino. Il chitarrista nigerino presenta “Azel”
Potente, asciutta e tagliente ritorna la ‘chitarra tuareg’ di Omara Moctar: ‘Bombino’: strumento icona rock, diventato parte del paesaggio sonoro tamashek a partire dagli anni Novanta del secolo scorso quando si incominciarono a trasporre ritmi tradizionali sulle sei corde. Nelle mani del musicista nigerino la chitarra assume contorni elettrici blues che nell’incontro con il palcoscenico globale rafforzano l’idea di credibilità e di riconoscibilità. Nato in un campo tuareg nei pressi di Agadez, cresciuto nell’esilio algerino e burkinabé, dopo che la sua famiglia aveva lasciato il Paese nel 1990 per l’insurrezione tuareg, Bombino fa puntate semi-clandestine in Libia, dove conosce Hendrix, Led Zeppelin e Dire Straits (in videocassetta) che si affiancano alle star locali Ali Farka Touré e Tinariwen. Ritorna una prima volta in Niger nel 1997, ma non finiscono le tribolazioni causate dai cruenti conflitti nell’area subsahariana; espatria ancora, incide un disco, poi riapproda definitivamente in patria nel 2010. Per il pubblico world Bombino è ‘autentico’, fasciato di vesti argentee e azzurrine tradizionali, ma possiede anche tutta la riconoscibilità dell’iconografia chitarristica rock-centrica. Tant’è che per lui la narrazione mediatica ha coniato abusate scorciatoie semantiche, improbabili quanto confortanti per l’ascoltatore occidentale: l’Hendrix del deserto, del Niger, ecc. 
Certo di tempo ne è passato da “Agamgam” (2004), inciso dall’allora ventiquattrenne Bombino in due giorni nel luogo omonimo del deserto del Ténéré e da “Guitar From Agadez vol.2” (2009) del Group Bombino pubblicato sempre dall’etichetta Sublime Frequencies, dopo la lunga pratica live al club “La belle étoile” della sua città natale e l’assidua frequentazione del suo mentore Haja Bebe, che gli affibbia il nickname in italiano storpiato. Quelle del Group Bombino sono incisioni, talvolta, neppure riportate da molta stampa, come se l’orologio artistico di Omar partisse dall’album ufficiale “Agadez” (2011) dell’approdo occidentale, prodotto dal filmmaker statunitense Ron Wyman. Le undici tracce del successivo “Nomad” (2013), affidate alle cure di Dan Auerbach, portano Bombino definitivamente sugli altari mainstream con il suono grezzo giocato su riff chitarristici tiratissimi. Dal tour mondiale che segue, scaturisce l’idea di lavorare a un nuovo crossover (denominato ‘tuareggae’, ma accenti caraibici si rintracciavano già in “Tar Hani”  nel disco precedente), guardando agli artisti reggae da sempre nel patrimonio di ascolti di molti giovani africani (Bob Marley, Alpha Blondy e Tiken Jah Fakoly). Nei fatti, la spruzzata in levare c’è, ma senza forzature. Dave Longstreth dei Dirty Projector, da anni fan del chitarrista di Agadez, ha raccolto l’invito a produrre i dieci brani del nuovo album, intitolato “Azel” (il nome di un villaggio nigerino, ma anche una parola tamashek che significa ‘rami di un albero’ o ‘radici’), registrato a Woodstock, NY, all’Applehead Studio. Le liriche si occupano di amore, tolleranza, invito all’unità di intenti, sensibilizzazione dei giovani tuareg sul patrimonio culturale tamashek. Con Bombino (canto, chitarra solista e ritmica) è una piccola banda composta da Corey Wilhelm (drum kit, calabash, congas shakers, djembe), Youba Dia (basso), Abdoulahi ‘Koutana’ Mohamed Van Loon (backing vocals, djembe), Mama ‘Mahassa’ Walet Amoumene (backing vocals), Avi Salloway (chitarra ritmica in “Akhar Zaman” e “Iyat Ninhay/Jaguar”). Con interventi dosati, Longstreth – che suona anche l’Hammond – stempera il massiccio dosaggio chitarristico che trionfava in “Nomad”, catturando l’essenza live dell’artista tuareg.  Qui, il nigerino presenta a “Blogfoolk” il suo nuovo lavoro.

Per “Azel” hai lavorato con un nuovo produttore. Quale è stato l’approccio di Dave Longstreth con il tuo stile e con la tua musica?
Quella con Dave è stata una buona accoppiata. Lui è un tipo tranquillo e rilassato. Come produttore non si è mostrato aggressivo. Piuttosto si è messo da parte ascoltandoci a lungo prima di decidere di fare qualsiasi cosa. Alla fine è stato più attivo, ci ha mostrato le sue idee, ma per la maggior parte del tempo è stato solo una guida nel processo. Ho apprezzato molto la sua presenza e l’opportunità di lavorare con lui.

“Azel” viene dopo “Nomad”: è un disco che ci fa incontrare un nuovo lato di Bombino? In altre parole, quanto e come diverso è dal precedente album?
Sì, ci sono alcune cose nuove su questo album, ad esempio lo stile ‘tuareggae’ che facciamo in un paio di canzoni, e alcune armonie vocali e cose del genere. Ma soprattutto questo album rappresenta il suono del nostro spettacolo dal vivo. Suono da anni con questa band. Cosicché abbiamo suonato con fiducia in studio come lo facciamo sul palco. Tutto ciò lo rende un lavoro più evoluto rispetto ai precedenti album.

Quale canzone incarna meglio lo spirito di “Azel”?
È molto difficile rispondere. In realtà, non credo di poter dare una risposta perché abbiamo davvero cercato di mettere un sacco di stili e colori diversi. La prima canzone, “Akhar Zaman”, è una canzone che fa ballare la gente. “Iyat Ninhay / Jaguar” è una canzone molto rock. “Iwaranagh” e “Timtar” sono esempi del nuovo stile “tuareggae”, di cui parlavo. “Inar” è una canzone acustica, che è più dolce. Per me la forza di questo album è nell’equilibrio che si è creato nell’insieme delle canzoni. 

Da musicista ritieni di avere una responsabilità morale o sociale?
Sì, penso di sì. Non ci sono molti artisti provenienti da Niger, che hanno l’opportunità di suonare fuori della nostra regione o al di fuori dell'Africa. Così ho la sensazione che quelli di noi che hanno questa opportunità, devono utilizzarla per rappresentare il popolo del Niger. Siamo come i diplomatici per il Paese, non in termini di politica, ma in termini di arte e cultura. Prendo sul serio questa responsabilità.

Di cosa cani in “Timtar” (Memorie)? 
La canzone “Timtar” è una canzone d’amore per mia moglie. Si parla del dolore e della gioia dell’amore romantico. Per la gioia è necessario che ci sia anche sofferenza: è nella natura stessa dell'amore.

E in “Ashuhada’”, che riprendi da “Agamgam”? Chi sono i "martiri della prima ribellione"?
Erano i ribelli che hanno combattuto contro il governo per i diritti dei tuareg: è un omaggio a quelle persone. Ormai considerata una canzone tradizionale tuareg, che ho adattato per questo album. 

Per te, cosa significa essere tuareg oggi?
Essere un tuareg, significa fare parte di una cultura molto forte con una lunga storia. Abbiamo un legame profondo con il deserto e con lo stile di vita nomade. Allo stesso tempo, per essere un tuareg significa che ovunque si vive si è in minoranza e spesso i nostri diritti sono in pericolo. Viviamo in paesi che hanno bisogno di molto sviluppo. Quindi nell’essere tuareg ci sono grandi lotte da fare, ma è anche un dono molto grande.

Ti rivolgi ai giovani della tua comunità, hai un messaggio per loro?
Il mio messaggio per i giovani tuareg è che devono lavorare sodo per lo sviluppo della comunità, ma allo stesso tempo non possono dimenticare le radici e i nostri valori tradizionali. Si tratta di un compito difficile abbracciare il futuro pur rispettando il passato: devono essere molto attenti a trovare questo equilibrio.

Al disco partecipa Mahassa una delle voci femminili del gruppo Tartit. Cosa rappresentano per te? 
Le Tartit sono molto importanti per il popolo tuareg. Siamo tutti molto orgogliosi di questo gruppo. Sai, nella cultura musicale tuareg cultura musicale le donne hanno un ruolo centrale. Suonano le percussioni, cantano: Tartit rappresenta queste donne in tutto il mondo. È molto importante per noi. Mahassa, la cantante che ha registrato nel mio album, è come una zia per me. Sono stato molto contento che abbia accettato di partecipare al disco.

Come ti senti di tornare a una città del deserto come Agadez, dopo aver girato il mondo?
È davvero una bellissima sensazione tornare a casa a Agadez, cerco ogni opportunità per farlo. Il deserto è il mio posto preferito nel mondo. È dove la mia anima è in pace. Raccomando a tutti di fare esperienza di questo bellissimo deserto.

Cosa non sappiamo del Niger in Occidente?
Penso che spesso le persone in Occidente guardino al Niger e perfino all'Africa in generale solo come luoghi pericolosi, poveri e oppressi da malattie e guerra. Certo c’è un problema serio in Niger, ma la vita è tranquilla e la gente è molto gentile e accogliente. La vita è gioiosa in Niger e ci sono qualità nella nostra cultura che non esistono in Occidente. Vorrei incoraggiare le persone in Occidente a farci visita in Niger.


Ciro De Rosa

Bombino – Azel (Partisan Records, 2016)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Il suono penetrante, ruvido (appena più rotondo con il trattamento di Longstreth) e luminoso, che infonde una grana blues-rock al tichumaren tuareg di impianto modale, la ritmica che combina drumming rock, tamburi e battito di mani sui ritmi tradizionali: è "Akhar Zaman”, l’apertura di “Azel”. Lo sviluppo in levare si affaccia in “Iwaranagh", ma a lasciare il segno è soprattutto la dolce trama acustica di “Inar” (che è anche primo singolo pubblicato, lanciato da un video). Ritorna il profilo rock su scale pentatoniche nella potente "Tamiditine Tarhanam", già incisa nel 2004 per “Agamgam”. In "Timtar” (che significa “Ricordi”) riaffiorano le sfumature reggae, mentre al canto si aggiunge la grande voce di "Mahassa" Walet Amoumene delle Tartit. Le lancinanti staffilate rock accendono "Iyat Ninhay/Jaguar” e “Timidiwa” (“Amicizia”). Invece, la tessitura acustica e magnetica di "Igmayagh Dum" e di "Naqqim Dagh Timshar” (“Siamo lasciati in questo posto abbandonato” sulle difficoltà della vita tuareg) e la riproposta di “Ashouhada” (“Martiri della Prima Ribellione”) evocano la lezione di Ali Farka Touré, esaltando il coté più intimista e riflessivo di Bombino - proposto anche nel suo set dal vivo e che, a dirla tutta, amiamo molto – con ricami di chitarra in risposta al verso cantato, inesorabili pelli percosse e hand-clapping, Non rinunciate ad “Azel”.


Ciro De Rosa
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