(a cura di) Flavia Gervasi, Le Dimensioni Della Voce. Una introduzione all’espressività dei prodotti vocali, Besa 2015, pp.233, Euro 18,00

Curato da Flavia Gervasi e pubblicato dalla casa editrice salentina Besa, “Le Dimensioni della Voce” è una preziosa raccolta di saggi che, nel loro insieme compongono, un articolato quanto inedito percorso di indagine che ha il pregio di ridiscutere le posizioni adottate dalla musicologia storica, analizzando la voce come come fatto primariamente verbale, e presentando da prospettive diverse una serie di riflessioni sulle sue proprietà intersoggettive, affettive e simboliche. Si tratta, dunque, di studi e ricerche di alto profilo scientifico che propongono una serie di approcci complementari allo studio della voce, e la varietà dei temi presi in esame ci svela quanto sia vasto il campo di azione, ma soprattutto come sia necessario un approccio multidisciplinare per la sua analisi. I ricercatori chiamati ad intervenire in questo volume, infatti, hanno formazioni diverse, seppur in alcuni casi affini (filosofi del linguaggio, semiotica, antropologia, musicologia, sociologia, etnomusicologia) ed operano in ambiti differenti, in ogni caso la maggior parte degli studi si basa su un approccio metodologico basato sul costante dialogo tra ricercatore ed attori “osservati” nell’ambito delle esperienze etnografiche. Aperto da una introduzione nella quale la curatrice, contestualizza e presenta i vari contributi, il volume entra subito nel vivo con i contributi (“Verso la voce cantata: evoluzione e vocalizzazioni”) di Roxane Campeau e (“Cantar la Voce: un’introduzione alla multidimensionalità̀ del corpo vocale”) di Michele Pezzuto che ci offrono una accurata indagine sulle diverse manifestazioni pre-logiche del vocalico esplorando la forte componente affettiva che l’arte del canto mutua dalle forme espressive primordiali quali il grido, le vocalizzazioni. In particolare la Campeau ricostruisce e individua, lungo la catena evolutiva, il passaggio dalle vocalizzazioni alla voce cantata, mentre Pezzuto propone una attenta classificazione dei prodotti vocali. A sviluppare ed approfondire le questioni epistemologiche poste dai due contributi iniziali, sono i saggi firmati da Flavia Gervasi (“L’aria dei trainieri salentini dallo spazio rurale al revival: dispositivi psicoacustici per analizzare la voce cantata”), Fulvia Caruso (“La voce narrante: un’esperienza di analisi della performance abistica”) e quello di Lacasse e Lefrançois (“I modificatori paralinguistici nel canto popolare. Il caso di Where Will I Be di Emmylou Harris”) che muovono da un comune assunto mirando a far emergere questioni metodologiche per l’analisi della voce come atto performativo a forte connotazione estetica. Se “Vox et machina” di Brice Tissier presenta i risultati di una ricerca spaziale del suono vocale nella composizione contemporanea, “La saeta, una preghiera della Settimana Santa andalusa” di Eloisa Zoia ci offre una interpretazione socio-spaziale del canto in un contesto sacro attraverso uno studio sistematico sulla tradizione dei canti monodici paraliturgici, destinato alle processioni della Settimana Santa. Di grande interesse sono poi i contributi di Flavia Gervarsi e Attilio Turrisi (“ L’azione socioculturale dei cantastorie: resoconto di un’esperienza laboratoriale a scuola”) e Luigia Parlati (“Le voci dello slam a Parigi. La configurazione di uno spazio dedicato alla parola”) che indagano il potenziale espressivo del corpo-voce in un atto linguistico come veicolo di esternazione e di condivisione di un contenuto centrato sulla parola, sia essa la denuncia sociale dei cantastorie o le esternazioni della propria interiorità degli slameurs. Completano il volume i saggi di Sophie Stevance (“La dimensione del “gioco” di gola inuit nella tradizione della nuova vocalità occidentale secondo Tanya Tagaq”) e di Serge Lacasse (“Strategie narrative in “Stan” di Eminem) che rispettivamente propongono una riflessione su come un gioco vocale possa trasformarsi in musica interpretate e riconsiderano la narratività musicale alla luce di parametri tradizionalmente esclusi dall’analisi musicologica, come nel caso del rap. 

Salvatore Esposito
Posta un commento