SES - Tronzar os valos (Fol Musica, 2015)

“Tronzar os valos” è il titolo del terzo album di SES, alias Maria Xose Silvar, cantante e cantautrice galiziana con una spiccata vena rock-blues, avvolta in un canto molto curato e strutturato. La sua produzione è abbastanza recente (il primo album “Admirando a condicón” risale al 2011, a cui ha fatto seguito, nel 2013, “Co xenio destrozado”) e si inquadra in un progetto generale che si muove principalmente tra due poli, solo in apparenza opposti (perché la bellezza della produzione in questione è riscontrabile sopratutto nella coerenza interna degli elementi di cui è composta): i testi in galiziano e il riferimento a uno scenario sonoro e strumentale senza confini, dal quale emergono più nettamente e in egual misura la passione per l’elettrico, il distorto e l’acustico, costruito con delicatezza su corde e percussioni. La voce la fa da padrone in tutti i brani, fino a divenire lo strumento principale, con intrecci melodici originali, dai quali emergono sia linee melodiche sovrapposte che voci dialoganti. È il caso, ad esempio, di “Come eu canto”, il secondo brano in scaletta. Si tratta di un espediente piacevole e che in questo caso, sebbene sia basato su elementi utilizzati spesso in più contesti musicali, diviene particolarmente interessante. Da un lato perché - grazie anche alla sinuosità della lingua galiziana - l’effetto straniante dell’andamento vocale è irriducibile. Dall’altro perché SES sembra aver trovato il giusto equilibrio tra la sua voce e gli strumenti che la supportano. Strumenti che, pur variando, come detto, da uno spettro acustico a uno elettrico, si stringono e si guardano intorno a una voce che catalizza tutta l’attenzione. Non perché particolarmente complessa o profonda, dinamica, ma sopratutto perché ha un carattere netto. Dentro il quale si riconosce un progetto chiaro. E dentro il quale si riconosce la visione, la tensione di questa giovane cantante con laurea in scienze sociali e antropologiche e che di lavoro fa la professoressa. La visione - dicevo - in cui converge una produzione musicale esclusivamente contemporanea. Del tutto libera da riferimenti e zavorre stilistiche internazionali e altrettanto scevra di “impressionismo”, di quel fascio di espressioni riconducibili alla tradizione musicale locale, regionale. In questo senso si può parlare di libertà (in riferimento a una forma di produzione estemporanea, nella misura in cui arriva al nervo dell’ispirazione, al cuore del gesto artistico), perché la Galizia che chiama in causa la Silvar non è tradizionale e neanche oggettiva. Scordiamoci la gaita e il celtismo, la nebbia, il grande oceano e la malinconia dei pescatori. Ciò che può essere ricondotto alla Galizia è riflesso solo nella voce. Forse nel timbro un po' roco e suadente allo tesso tempo. Ma, in ultima analisi, a un semplicissimo codice, all’idioma. Certo vista così non è una novità trascendente, ma gli elementi per approfondire l’idea ci sono. “Novas ganas de sonar”, ad esempio, è uno dei brani che meglio rappresenta le articolazioni della produzione raccolta in “Tronzar os valos”. È semplice e diretto, elettrico e allacciato a una chitarra scivolosa, che sembra introdurre implicitamente la seconda parte del brano, in cui prende forma un andamento più deciso, orientato dall’alternanza di cori femminili quasi urlati e voce solista. All’estremo opposto ci sono due splendide ballate: morbide e ruvide, acide e corpose, dolenti ma dolci. La prima è “Màis que Chimera”: un sospiro cantato, adagiato su arpeggi flebili di chitarra acustica e classica che, in alternanza alla voce, si stringono in una melodia di violino quasi impercettibile, silenziosa: uno strascico che sembra poter addirittura allungare i moduli melodici della voce. L’altra perla viene subito dopo. Si intitola “Humanamente”: è, nel complesso, più “soleggiata”, sorretta da un tintinnio di percussioni (bongo, tumbadoras, clave, maracas) che puntella un tema melodico definito sopratutto attraverso il tres cubano. Il cerchio si chiude nelle voci, che si ostinano, nella seconda parte del brano, nella reiterazione di una breve frase che suona come un sunto di tutto l’album: “andar pola vida humanamente”. 


Daniele Cestellini