Massimo Ferrante – Populaj Kantoj (Felmay 2015)

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Per il nuovo album il calabrese di Joggi (CS), napoletano d’elezione, Massimo Ferrante ha scelto un titolo in esperanto, “Populaj Kantoj”, così come anni fa aveva fatto, con “Nia Maro”, il suo vecchio compare Daniele Sepe (che non manca di metterci il suo soffio ispirato in questo nuovo disco). Un titolo che rimanda a un desiderio utopico di comunicazione universale, «ma anche – mi racconta Massimo – alla speranza di vedere l’umanità tutta capace di comunicare in una sola lingua, senza predominanze linguistiche, che inevitabilmente comportano delle soggezioni, non solo culturali, da parte dei popoli che sono costretti a esprimersi in un idioma non proprio. È per avvalorare sempre di più questo proposito, che oltre al titolo che significa “Canzoni Popolari”, ho voluto che anche le note di presentazione dei brani fossero in esperanto». Senza però rinunciare, naturalmente, alle note in inglese, lingua della comunicazione globale. Ferrante suona da oltre venticinque anni, ed è uno di quelli che non ha mai aspirato ad andare a Sanremo, come mi sottolinea. Dai primi concerti a Napoli, intorno alla metà degli anni Ottanta, al duo con il bluesman Francesco Sansalone, fino al sodalizio con quel diavolaccio di Daniele Sepe, a partire da quel disco formidabile che è “Vite Perdite”. Tra teatri, concerti e festival internazionali sono dodici anni straordinari per il musicista del cosentino, che però, nel 2005, si mette in proprio, incidendo “U Ciucciu”. E subito Massimo fa capire che non vuole rinchiudersi nella sua Calabria. L’anno successivo pubblica “Ricuordi”, nel 2009 esce “Jamu”. Sono tutti dischi che riflettono sulla memoria e sul mondo popolare, che rivisitano storie dal basso, andando di pari passo con la ricerca di canti che parlino all’oggi. Una rilettura, che non è mero ricalco dello stile contadino o di modelli folk revivalistici. 
Infatti, se nel primo disco, Ferrante si presenta con una band che declina in chiave elettrica i canti popolari (Lutte Berg alle chitarre, Lello Petrarca al basso ed Enrico Del Gaudio alla batteria), nel secondo, si fa pescatore di canti e canzoni a volte dimenticate, da interprete folk sanguigno, creativo e ironico: tre aggettivi che non sempre confluiscono nello stesso artista. Infine. nel terzo CD, pur tenendo la barra del timone a Sud, Massimo allarga il campo degli arrangiamenti al rock (perfino acido e rumorista), agli echi caraibici e al jazz. Sei anni sono trascorsi da quel disco, e non sono pochi, come riassumerli? Sentiamo Ferrante: «È vero, sei anni non sono pochi….’in questo periodo ho fatto cose, ho visto gente…’. A parte le battute, nel 2009 era uscito il mio terzo disco nel giro di cinque anni: non male. “Jamu”è stata un’operazione molto particolare ed interessante per me. C’era la voglia di trovare altre vie alla musica popolare e il gruppo era formato da validi amici-musicisti (Berg, Petrarca, Del Gaudio). Abbiamo fatto un po’ di concerti in giro per l’Italia ed anche qualche puntatina all’estero. In questa fase è incominciata anche la mia collaborazione con il gruppo operaio ‘E Zezi, che dura ancora. Ho fatto dei concerti insieme a Antonello Paliotti e poi uno spettacolo teatrale (“Donne e Sud”) con Myriam Lattanzio e I Teatri di Seta, ancora con Paolo Polcari. Da solo ancora concerti in alcuni importanti festival Italiani. Ho lavorato molto anche nei club, esibendomi in stile tipo cantastorie, anche a causa della crisi che vive la musica in genere e quella popolare in particolare, a parte le isole felici dei festival tutti concentrati sulle tarantelle, tammurriate e pizzichi. 
Non ho sentito quindi l’esigenza di fare un nuovo lavoro. A un certo punto quest’urgenza l’ho avvertita. Abbiamo incominciato una sorta di pre-produzione nel 2014 con i musicisti che mi accompagnavano nei club (Francesco Di Cristofaro: fiati e fisarmonica e Francesco Manna: tamburi) a Casa Cuma. Per una serie di circostanze, che qui non è importante ricordare, abbiamo interrotto e ripreso il tutto nel 2015». Nel selezionare il suo canzoniere folk, Ferrante si è sempre fatto guidare dalle emozioni più che dalla filologia: non fa eccezione il quarto disco a suo nome, di lunghezza generosa, che attraversa il Sud Italia (Campania, Puglia, Calabria, Sicilia), Insomma, un intenso florilegio sul canto popolare, intessuto da una delle voci più robuste, appassionate e militanti del panorama trad italiano. Che se fossimo in Irlanda, dove lo statuto del musicista folk, interprete e creatore, è pienamente legittimato, uno come Ferrante avrebbe ampiavisibilità nella programmazione mediatica. Come sempre nella cifra artistica di Massimo “Populaj Kantoj” è un disco fatto per pensare e per divertirsi. Gli chiedo cosa lo colpisce di un canto tradizionale o di una canzone folk da riprenderla? «Fondamentalmente, ciò che mi spinge a riprendere alcune canzoni popolari è la poetica che ci trovo dentro e mi incuriosisce, che il più delle volte è il frutto di vari interventi, nel corso degli anni, della gente, del popolo, un lavoro collettivo spalmato nel corso degli anni…emozionante. Ma anche l’ironia, la rabbia – e perché no?– la voglia di divertirsi. E sicuramente anche l’emozione e l’esigenza di mettere mano a un materiale che fa parte del passato, che mantiene, però, sempre una sua vitalità e attualità». 
Ferrante attinge a fonti documentarie (le storiche registrazioni di Lomax e Carpitella, le più recenti di Plastino), ma anche alla viva voce di cantatori e stelle del folk italiano, a sue visite sul campo e ad autori contemporanei. «Avendo concepito “Populaj Kantoj” come un’antologia della canzone popolare non potevano mancare i “grandi” del canto popolare del sud Italia: Otello Profazio, Rosa Balistreri, Matteo Salvatore, Nonò Salamone. Ma anche quelli meno conosciuti, che comunque scrivono, interpretano o raccolgono canzoni popolari, come, ad esempio, Vincenzo Lo Iacono, conosciuto durante un mio concerto insieme alla Mescla ad Avignone, che mi propose di fare una mia versione di “Arrivaru i Cammisi”, racconto dei fatti di Bronte del 1860. E ancora c’è un altro calabrese, Cosimo Papandrea, e me medesimo…)».“Populaj Kantoj” è un disco vigoroso negli umori, nei commenti, nelle gioie e nei dolori del Sud di ieri e di oggi; il lavoro sposta l’asse musicale di Ferrante verso una più attenta ricerca timbrica, coadiuvato da un cast di numerosi e valenti compagni di viaggio. «La scelta dei compagni di viaggio è stata molto semplice. Intanto la base del lavoro l’abbiamo fattain trio, con Manna e De Cristoforo, musicisti che suonano sempre con me. Per gli arrangiamenti c’era già una base fatta insieme al trio. Paolo Del Vecchio e Piero De Asmundis (che ha anche registrato, mixato e masterizzato il CD) hanno fatto il resto. In pratica, ci abbiamo lavorato in cinque e molte delle cose sono nate… in corso d’opera. 
La scelta sulle partecipazioni è stata fatta da me con motivazioni diverse. Sepesul brano di Matteo Salvatore, perché la conoscenza personale di questo grande interprete è avvenuta molti anni fa durante un concerto a Bari con il gruppo di Daniele. Mi è piaciuto, quindi, duettare insieme a lui. Il farlo suonare in “Susetica ti cantu” è dovuto al fatto che il brano in questione lo abbiamo concepito, già con il trio, in maniera diversa rispetto all’originale Daniele ha questa capacità di… manipolare il popolare. Antonello Paliotti in “Figli d’oru e figli d’argentu”, poiché era stata scelta da lui e inserita nella suite di canti siciliani per uno spettacolo di Gianni Lamagna, che mi vedeva compartecipante. Poi la sua chitarra battente è presente nella “Spuntunera”, la bellissima serenata di Savelli (KR). Myriam Lattanzio in “Ninna nanna di la guerra” poiché la cantava, ed io l’accompagnavo con la chitarra nello spettacolo “Donne e sud”, che facemmo insieme ai Teatri di seta (Marina Cavaliere, Cecilia Lupoli, Serena Lauro, che hanno partecipato alla realizzazione dei cori nel disco), per la regia di Pina Di Gennaro. L’ho voluta anche in “Serenata” per la sua grande e bella voce. Lutte Berg in “Tarantella del Gargano”, perché l’abbiamo suonata insieme nei live un miliardo di volte e il suo tocco è inconfondibile. Paolo Del vecchio, perché avendo condiviso il palco nello spettacolo di Paolo Polcari, ho avuto modo di riconoscergli una delicatezza che non è solo tecnica sullo strumento. E infine, Francesco Sansalone, con cui ho condiviso molti anni della mia vita artistica. In pratica nella scelta sono naturalmente guidato dal binomio arte-amicizia». Scorrendo la scaletta, la voce cruda di Massimo apre in “Volìajettari ‘nu lignu ‘nta mari”, dovuto incipit alla terra natìa. Poi è subito “’A spuntanera”, la serenata segnata dalle note argentee del grande Antonello Paliotti che procedono di pari passo con il doudouk di Francesco Di Cristoforo. 
Cori, fisarmonica e corde nella rievocazione che dell’occupazione delle terre a Melissa (1949) ha fatto Otello Profazio. Si balla con la tarantella “Susèti ca ti cantu” (complici il flauto doppio di Sepe, il canto armonico di Alberto Spisso, tamburi e putipù di Francesco Manna e il bouzouki di Paolo Del Vecchio), con “Stilla chjara” e con la “Tarantella scostumata”, quest’ultima raccolta da Massimo a Tortora, nella Calabria tirrenica al confine con la Basilicata. Il brano contiene un inizio recitato (da Domenico Olivieri), che riprende il “Canzoniere Italiano” pasoliniano. Spiega Ferrante: «Ho registrato dei cantori tradizionali, che erano uno calabrese e uno lucano alla fine di un mio concerto. Da tutto il materiale raccolto, tipo trenta minuti di registrazione, ho selezionato i versi più.... scustumati. L’inizio preso dal “Canzoniere” non è fedele, poiché Domenico si sentiva più a suo agio nella versione del suo paese, che differisce un po’, anche se il senso è quello. Un testo simile si trova sulstorico vinile “Petina degli Alburni in Campania”, curato da Otello Profazio». Si scorre la storia antagonista del sud in “Tira, nimicu miu”, che contiene strofe attribuite al brigante Mimmo Strafaci, mentre “’A manu ‘mpiettu” è da sempre un cavallo di battaglia live di Ferrante. Dal repertorio di Rosa ‘a licatese proviene “Ninna nanna di la guerra”, cantata in coppia con Myriam Lattanzio. Del brano di Giuseppe Ganduscio, la versione della Balistreri omette la terza strofa, che è l’invito alla diserzione: Ferrante e Lattanzio rimettono le cose a posto cantando tutti i versi. Uno dei vertici musicali del disco è la contro-storia del Risorgimento “Arrivaru i cammisi”. 
Sulle corde delle chitarre scorrono il tradizionale “Figli d’oru e figli d’argentu”, ninna nanna ascoltata nelle registrazioni siciliane di Lomax e Carpitella e “Favi Amari” proveniente dal repertorio di un altro grande cantore di Sicilia che è NonòSalamone. Dopo il canto natalizio “Sutta ‘n piedi”, ecco “Lu polverone”, tributo alla rabbia e ironia del cantore di Apricena per voce, chitarra e flauto di canna (ancora Sepe). Entrano le corde di LutteBerg per la più conosciuta mundanarë carpinese (ovvero la cosiddetta “Tarantella del Gargano”); cattura l’attenzione questa versione che mette insieme whistle, bansuri, chitarre, saz e percussioni. A proposito della Puglia, Ferrante nelle note del booklet scrive che quella di Matteo Salvatore e del canto alla carpinese è la Puglia che gli piace. Cos’è un commento critico alla regione tuttosole, mare e taranta? «Penso che la Puglia si sia appiattita sulla pizzica, sul ballo quindi. Questo secondo me è un problema che riguarda non solo la Puglia, ma anche la Calabria con la tarantella e la Campania con la tammurriata. È la moda del periodo che ormai dura da molto tempo. Noto nel pubblico una voglia di protagonismo ‘ballereccio’. Intendo dire che quello che succede sul palco non è rilevante: l’importante è che il gruppo che si esibisce dia l’impulso per il ballo. Io preferisco cantare altro e avere un pubblico che ascolta anche i testi delle canzoni. Volendo inserire qualcosa di salentino nel mio “Ricuordi” ho scelto “La Ceserina”, che appartiene al repertorio dei canti dal carcere. Questa mia scelta penso che limiti il mio lavoro….ma va bene così». Dalla penna del comitato mogli degli operai Fiat di Pomigliano d’Arco e di Angelo De Falco (‘E Zezi), sulla melodia della nota canzone di Edith Piaf “Les amants d’un jour”, parte la denuncia di “Non lavoro più…in Fiat”. «È una canzone sulla drammatica situazione – cisono stati anche dei suicidi – deicassintegrati confinati a Nola. Esiste già una versione registrata da una parte degli Zezi(con Massimo Mollo, Marzia Del Giudice e altri) in un CD pirata fatto dagli SLAI Cobas di Pomigliano. Sono andato a cantarla davanti ai cancelli della Fiat insieme ai compagni… non potevo non inserirla nel mio lavoro. 
In più, è per me un tuffo nel passato poiché la linea melodica è appunto quella della famosa canzone della Piaf, che fu cantata anche dal grande Herbert Pagani in italiano col titolo “Albergo ad ore” ed io ho incominciato questo mio mestiere facendo la canzone d’autore nei clubs calabresi e napoletani…» La struggente “Serenata” di Amerigo Ciervo trova ancora la magnifica interpretazione della Lattanzio, mentre si finisce in cantina con il beffardo e licenzioso coro maschile e maschilista di “Tutta pelosa”. Precisa Massimo: «L’avevamo registrata a Casa Cuma l’anno prima. C’è finita proprio nell’ottica che la canzone popolare è anche questo… un po’ di volgarità ma non solo». Come i tre album già pubblicati anche “Populaj Kantoj” è edito da Felmay, ma è stato realizzato attraverso una campagna di crowdfunding. Inoltre, Ferrante ha pensato a diversi pacchetti di eventi, in uno dei quali porta il pubblico a casa sua ‘offrendo’ disco, cena e concertino finale. Lo stesso Massimo approfondisce meglio questa trovata. «Il crowdfundig è stato un successo. Ho più che raddoppiato l’obiettivo che mi ero prefissato. Per la stampa e distribuzione mi sono affidato, come i lavori precedenti, alla Felmay, poiché penso che ognuno debba fare il proprio mestiere. L’idea dei pacchetti: ‘cena a casa mia’, oppure ‘cena a casa tua’, mi è venuta poiché è da un po’ di tempo che organizzo a casa mia delle cene con concerto finale (anche se non sono sempre io a suonare), che funzionano abbastanza bene. Avevo ragione…ho venduto diversi pacchetti»


Ciro De Rosa