Antun Opic - Shovel My Coal (Antuned, 2015)

Torniamo a parlare di Antun Opic attraverso “Shovel my coal”, un ep di quattro brani che questo straordinario cantautore dalle doppie origini tedesche e croate ha recentemente prodotto. L’anno scorso si è fatto notare con "No Offense”, primo album autoprodotto e ricco di suggestioni differenti (una sorta di manifesto e raccolta di ispirazioni disparate): dal richiamo al vecchio Waits (un po' raddrizzato da un ritmo più sicuro) a un “gitanismo” di corde e fiati, tutto imperniato in una tensione piacevolmente sperimentale sia negli arrangiamenti che nella scrittura. In “Shovel my coal” Antun Opic appare più deciso nel linguaggio, anche se ci presenta quattro panorami chiaramente distinti e distinguibili. Dai quali emergono elementi netti, che divengono evidentemente marcatori di un’ispirazione senza sosta, di una scrittura veloce, di una produzione che si va raffinando anche attraverso una sovrapposizione più sperimentale di stili e suoni (“Shovel my coal”). A differenza dell’album precedente, però, questa breve selezione ruota intorno a una scrittura più personale, a una visione che riesce a mantenersi inalterata pur nel riflesso di narrazioni ora frenetiche, ora sciolte e allungate, ora acide e rarefatte. L’ultimo brano in scaletta, “Come with me”, è una breve ballata bluesseggiante in cui le chitarre si rincorrono dentro un quadro melodico e timbrico molto raffinato. La voce di Antun Opic riporta tutto fuori posto, strillando con ostinazione il tema dall’inizio alla fine. Si addolcisce a ridosso della chiusura, grazie anche all’intervento di una seconda voce più calda e rotonda, appena prima della chiosa delle chitarre, che producono un’ultima piroetta su una melodia discendente. In “The journalist” ritorna un’atmosfera più “narrativa”, prodotta da una base strumentale compatta e pesata (batteria, basso e chitarra elettrica), che converge, quasi all’unisono, in una melodia con poche variazioni. La voce non canta ma racconta, appunto, anche se l’interpretazione è molto musicale e (forse un po') teatrale: in sottofondo gli strumenti tengono un ritmo spezzato, nel quadro del quale si reitera una divergenza molto piacevole - sebbene costruita su poche note - tra la linea melodica del basso e quella della chitarra elettrica. Il brano più interessante è “Hide & sick”: è scheletrico e irriverente, con la voce scheggiata e irreparabilmente infranta sul basso slabbrato, sorretto e allo stesso tempo incupito dalla tuba. L’unico vuoto si produce con gli intermezzi del clarinetto, che ricuce, anche se nello spazio di poche battute, una figura melodica volutamente asimmetrica. 


Daniele Cestellini