Mihretu Ghide & Panacea - Zemen (Autoproduzione, 2014)

Autore, cantante e suonatore di krar, il trentacinquenne Mihretu Ghide, originario di Barantu, Eritrea sud-occidentale, si è rifugiato in Italia poco meno di dieci anni fa per sottrarsi alla coscrizione obbligatoria a tempo indeterminato che vige nel suo Paese, sotto dittatura (nel nostro Paese ha ottenuto lo status di rifugiato politico). Lui è uno di quelli che ha superato la traversata mediterranea, dopo immense avversità, tra cui un tragico passaggio del Mar Rosso verso l’Arabia Saudita (nel naufragio ha perso un caro amico), ripari provvisori quanto precari in Sudan e Libia, prima del drammatico approdo a Lampedusa nel 2006, salvato dall’umanità di pescatori siciliani. Speranze e sogni tramutatisi nello sfruttamento bracciantile nella piana del Tavoliere. Poi la svolta con l’arrivo a Salerno, cui seguono gli studi, l’attività di mediatore culturale e quella di cantautore, in un incrociarsi di strade con i musicisti locali di estrazione world Michele Longo e Casimiro Erario. Musicista autodidatta, in Italia Mihretu ha ripreso ad accompagnarsi alla lira krar (strumento dotato di cinque o sei corde, molto diffuso in Etiopia ed Eritrea), imparata in patria da ragazzo. Altra passione è quella per la scrittura (tre suoi racconti sono stati pubblicati in Eritrea). In larga parte la sua storia è anche il racconto di “Zemen” (significa epoca, era, tempo), album scritto e suonato insieme agli italiani Panacea, che sono i già citati Longo (calabash, percussioni, toys, tastiere, cori) ed Erario (piano, tastiere, fisarmonica), a loro volta autori di un EP pubblicato in formato digitale nel 2005; Longo è anche titolare di una registrazione con Stella Chiweshe, immensa regina della mbira shona (“Chakandiwana”). In “Zemen” il trio si avvale del sostanzioso contributo vocale e strumentale della siciliana Valeria Cimò (voce, marranzano, tar, tamburello siciliano) e di altri musicisti, che arricchiscono timbrica, ritmica e sostanza melodica del disco (percussioni, basso, sax, tromba, chitarra acustica ed elettrica, mandola, violino, flauto cori). I nove brani di questo lavoro intrigante, dal tratto danzabile e lirico, si alimentano alla struttura pentatonica delle espressioni musicali del corno d’Africa, in particolare dell’Eritrea, su cui si innestano stilemi della musica tradizionale del Sud Italia ma anche timbri dell’Africa subsahariana: «Mihretu non aveva mai visto la calabash prima di incontrarci», mi racconta Michele Longo, «Come Panacea, da anni ci confrontiamo per arricchire il nostro ‘bagaglio musicale’, sono tanti i Paesi che ci interessano: partendo dal nostro Cilento, alla Lucania e al Sud Italia, più in generale, ma anche Maghreb, Mali, NIgeria, Zimbabwe, Etiopia e appunto Eritrea. Quello con Mihretu è un incontro e confronto. Come si vede nei titoli di alcuni brani, c’è una parola tra parentesi: sono ritmi e nomi di gruppi etnici eritrei, a testimoniare la fusione tra culture eritree e tradizioni musicali del Sud nostro», aggiunge il polistrumentista. I temi delle canzoni sono incentrati soprattutto su amore, rapporti generazionali, amicizia, religiosità, nostalgia per la terra e per i propri cari. Nella title-track tigrino-sicula la voce di Valeria duetta con Mihretu. Poi c’è l’incrocio tra lo spirito improvvisativo e il rapimento estatico delle feste popolari est-africane e di quelle campane di “Guaila Partenope” – centrale l’intervento di Paolo Cimmino (voce, tar, tammorra, clapping) – , dove si fondano guaila eritreo e melopea popolare partenopea (una fronna), con il canto che alterna tigrigno e napoletano. Invece, nella magnetica “A la controra”, primeggia il duetto vocale tigrino-siciliano con Valeria Cimò, autrice anche del testo: qui il ritmo hedareb sposa la tarantella siciliana (i musicisti suonano calabash, tamburello e fisarmonica). Si impongono all’attenzione anche “Aitegagyni”, animata da un ritmo incalzante e dalle serpentine del violino di Gianmarco Volpe; i ricordi della dolce “Feruza” (il nome della figlia di Mihretu, che oggi vive in Svizzera) e i fiati della funky-reggae “Rishanky eyu lebey” (più o meno significa “Il mio cuore è il tuo castello”). Si finisce con le delizie del piano elettrico, in stile Eritrea’s got soul, di “He is a friend”, cantata in inglese su ritmo kumana; il brano, che intende trasmettere un messaggio di accoglienza, ha una dedica a «ribelli, disobbedienti e rifugiati: portatori di credo, di dignità, di umanità». 


Ciro De Rosa