Riserva Moac - Babilonia (Bayla Records/Galileo Music Communication, 2015)

Ottimo disco il nuovo di Riserva Moac. Denso, quadrato, differenziato con equilibrio. Ricco sia in quantità che in qualità. Perfettamente in linea con il titolo, “Babilonia”, e con la prospettiva che la formazione molisana segue ormai da diversi anni. Una prospettiva che, sebbene ponga sulle basi ben salde del folk nostrano, si allunga dentro uno scenario più ampio, che chiama in causa il Sudamerica, qualche parte dei Balcani, il profilo più politico di alcune produzioni “simbolo” delle espressioni indipendenti della scena musicale americana. Fin dal primo ascolto colpisce la stratificazione di suoni, strumenti e voci. Il flusso musicale è incontenibile, orientato da una mescolanza spinta al limite ma calibrata con cura ed efficacia (“Fight Club”). Inoltre – e questo elemento è tra i più importanti – il suono e la costruzione generale dei dieci brani in scaletta riservano sorprese interessanti in più parti, in più passaggi (“Jackpot”). È evidente che l’ensemble punta sulla lavorazione dei dettagli – che riesce a definire con estrema cura e originalità – ma il risultato è legato anche a qualche tratto di estemporaneità che ha resistito fino alla fine della produzione dell’album. Quando questi due elementi convergono nel modo giusto le combinazioni sono trascinanti. Grazie anche alla capacità di tutti i musicisti di stringersi con ordine intorno ai temi dei brani e agli elementi più determinanti di questi (il dato quantitativo rimane in primo piano e la varietà della strumentazione ne è la conferma più esplicita: accordion, chitarre, dobro, mandolino, banjo, basso, fiati, percussioni, batteria). “Babilonia”, il brano posto all’inizio, è il manifesto di questo processo divergente e, allo stesso tempo, coagulante. In tutti i suoi aspetti. Il ritmo è sostenuto ed echeggia un’atmosfera esteuropea, corroborata dalle linee melodiche dei fiati e dalle “interruzioni”, che si reiterano come varianti differenziate, organizzate in modo tale da reintrodurre i cori in più parti del brano. Per i motivi schematizzati qua sopra l’album assume una posizione di rilievo nel panorama musicale non solo nazionale (“Komba Bonma”). Difatti, sebbene i riferimenti (come detto) siano ben riconoscibili, l’organicità delle soluzioni spinge la band a sporgersi dentro una visione nuova. Questo effetto di sorpresa si produce anche attraverso variazioni semplici, ma che, in un contesto sonoro aperto e estremamente ricettivo, assumono un tratto sperimentale molto piacevole. Nella maggior parte dei casi è come se la coerenza strutturale faccia leva su due poli inevitabilmente connessi: da un lato il testo, la narrazione, l’immagine evocata e, dall’altro, l’interpretazione musicale, che afferra l’intera struttura con forza e la sviluppa in tutte le sue parti (“Balkoscenico”). In alcuni brani questo rimbalzo è più sistematico e organizzato ed emerge in un modo che si può definire “naturale”, nella misura in cui sembra generarsi nei riflessi stessi dell’interazione tra tutte le parti. Uno dei brani migliori in questo senso è “Alcolizzato sentimentale”: ironico, irriverente, colmo fino all’orlo di segnali di cui si riconosce la crosta, lo strato più esterno. Ma che poi, nel profondo, si rigenerano per dar forma allo stile della band, attraverso un’interpretazione più meditata. Che definisce un timbro preciso e uno spessore nuovo anche alle formule mutuate dalle espressioni tradizionali o più diffuse e condivise. 


Daniele Cestellini