The Unthanks - Mount the air (Rubble Rouser, 2015)

Definire la musica di “Mount the Air” di The Unthanks non è immediato. Una solida base folk che attinge a canzoni del Dorset, a partire da una raccolta di songs scovata nella storica Cecil Sharp House di Londra, musica da camera eseguita da una strumentazione costituita da una tromba, un pianoforte, un violino e da percussioni, apporti jazz e pop. Si può pensare alle composizioni raffinate del cantautore Nick Drake, al folk dei Pentangle, alle esplorazioni dei Penguin Café Orchestra, alle atmosfere rarefatte dei Portishead. Sono melodie pensose cantate da limpide voci femminili, che fanno della gioia malinconica (lo so, è difficile crederci ma ascoltatele!) il loro tratto distintivo. Sul sito web ufficiale The Unthanks raccontano “Mount the air”. È il primo disco in studio dopo quattro anni dal precedente “Last” (ma, precisano, in questi quattro anni non sono certo stati fermi ed hanno collaborato con grandi artisti della scena pop, rock, jazz e sono stati impegnati in faccende personali come matrimoni e figli); ha richiesto due anni di lavoro ed è uscito per la loro etichetta Rubble Rouser. È la prima registrazione caratterizzata da una scrittura corale, nata da tutti e cinque i componenti della formazione (ovvero le sorelle Rachel e Becky Unthank, Adrian McNally, pianista, produttore e compositore nonché marito di Rachel, Chris Price alle chitarre e basso e Niopha Keegan al violino). È il primo lavoro ad essere realizzato nel proprio studio nel Northumberland (ai confini con la Scozia), allestito in un vecchio granaio, vicino al posto in cui Rachel e Adrian vivono con i loro due figli. “Mount the air”, la title-track che apre il CD, è un brano di oltre dieci minuti caratterizzato dal suono ovattato della tromba del performer jazz Tom Arthurs. Inizia trepidante e poi si apre e fluisce come un fiume in piena; tromba e pianoforte dialogano, così il tema si ripete e si rincorre incalzando le voci cristalline di Rachel e Becky che cantano: “I love my lord because I know my love for he loves me”. Seguono le altre tracce, in cui le voci, la tromba e il piano dialogano insistentemente, ammantate con leggerezza dalle sonorità di violini e percussioni. La musica folk è certamente il punto di partenza, nelle loro mani gentili si trasforma e diventa la base per un approccio contemporaneo, favolistico, a tratti leggero ma anche pensoso. Colpiscono l’equilibrio sottile e sospeso di “Died for love”, la melodia toccante del violino in “For Dad”. In “Magpie” le voci a cappella cantano un’oscura filastrocca: “One's for sorrow two's for joy three's for a girl and four's for a boy five's for silver six for gold seven's for a secret never told. Devil devil I defy thee”, mentre in sottofondo, quasi impercettibile, si ode un harmonium. Le undici tracce si susseguono in circa un’ora di musica. Lo strumentale “Waiting” chiude in modo interlocutorio il flusso di questo album non banale, da ascoltare e riascoltare per coglierne appieno tutti i chiaroscuri e le sfumature. Dopo ogni ascolto, vedrete, desidererete riascoltarlo ancora. 


Carla Visca