La musica delle sue origini, il tempo del web e il mercato discografico. Intervista con Rosalia De Souza

Nata a Rio de Janeiro, Rosalia De Souza si trasferisce poco più che ventenne in Italia, dove inizia a studiare musica presso la Scuola di Musica Popolare del Testaccio a Roma. Riscopre la tradizione musicale brasiliana e nel 1995 debutta come cantante del Quintetto X (gruppo degli anni 90 dell’acid jazz italiano e della scena lounge). Ha al suo attivo numerosi lavori discografici: “Novo Esquema de Bossa” del 1995 insieme al Quintetto X, poi “Garota Moderna”, “Garota Diferente”, “Brasil Precisa Balançar” e “D'improvviso” come solista, usciti tra il 2003 e il 2009. Numerosi concerti nei jazz club di mezza Europa e tournée in Europa e in Giappone l’hanno resa nota come interprete raffinata della musica brasiliana in Italia, affermatasi anche per la sensualità e la leggerezza della sua lettura. Ci incontriamo davanti ad una tazzina di caffè la mattina dopo il coinvolgente concerto Obrigado Brasil che ha tenuto il 7 agosto a Carpino (FG) insieme al Quintetto X, nel corso della ventesima edizione del Carpino Folk Festival dedicata a Damatira, la Madre Terra. «Mi piace svegliarmi presto»,  aveva detto la sera precedente, subito prima della sua esibizione terminata quasi alle due della notte, così al mattino è lì, al nostro appuntamento delle 8,30.

Hai vissuto la prima parte della tua vita in Brasile e poi sei venuta in Italia…
Sì, sono venuta in Italia ed ho cominciato a studiare musica.

Non seguivi la musica quando eri in Brasile?
Beh, è difficile dire che c’è qualcuno che non segue la musica in Brasile, perché lì la musica la seguono tutti. Io cantavo fin da piccola e in Brasile ci sono tantissimi bambini che cantano, sono doti naturali. Nessuno avrebbe mai immaginato che in futuro avrei fatto la cantante, nessuno avrebbe scommesso un centesimo e neanch’io. Arrivata a Roma, un po’ per impiegare il tempo, un po’ per imparare la lingua italiana, ho cominciato ad interessarmi, a leggere. Vivevo in un mondo di musicisti e di rappresentanti di strumenti musicali, gli amici che frequentavano casa nostra dicevano che avevo una bella voce... così mi hanno suggerito di studiare musica, e lì è cominciato tutto! Devo dire anche che non sono andata a scuola per studiare canto, bensì il sassofono... Dopo sei mesi l’ho abbandonato e mi sono dedicata completamente al canto. Mi sono appassionata molto, ho studiato canto da camera. Nella Scuola Popolare di Musica del Testaccio, tendevano a farti studiare più strumenti per capire dov’erano le migliori capacità. Credo che ogni musicista dovrebbe fare questa esperienza, perché è importante capire qual è la parte di te che va meglio. Una mia compagna di studi, ad esempio, voleva cantare, poi ha approfondito il trombone.

Cosa rappresenta per te la musica brasiliana?
È una gran parte di me. Mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Non potrei vivere senza, la musica è tutto per me. Non solo mi dà da vivere, ma mi dà energia, mi riempie l’anima. Poi salire su un palco e vedere che tra il pubblico c’è qualcuno che riceve quell’energia che hai dato e te lo viene a dire, allora quello vale moltissimo per me. È bello sentirsi così partecipe, dal punto di vista emozionale, della vita di qualcun altro. Ovviamente, non parlo della musica brasiliana commerciale che arriva in Italia. 

Da quando sei in Italia è cambiato qualcosa nel rapporto con la musica delle tue origini?
Sì, questo rapporto si è evoluto ma, soprattutto, è cresciuto dentro di me l’attaccamento a questa musica. Sono arrivata in Italia con una cultura musicale di base, anche se la base brasiliana è molto ampia. Sentire la mancanza del mio Paese ha fatto in modo che mi attaccassi molto di più alla mia radice musicale. Questo ha anche fatto sì che io mi interessassi sempre più a musiche che in Brasile non avevo mai ascoltato e poi Internet ha aperto un mondo: puoi cercare qualunque cosa di qualunque epoca. Sì, mi sono molto, molto attaccata alla mia musica. Posso dire che ho imparato a dare molto più valore alla musica dei cantautori brasiliani e che, stando in Italia, capisco molto di più le radici della mia musica.

Quali sono stati i tuoi riferimenti musicali?
Come donna, c’è stata la cantante Elis Regina: era la più grande. Lei ha dato ispirazione a tutti i cantanti brasiliani, soprattutto alle cantanti. Ma non c’era un unico punto di riferimento. Nel periodo in cui sono arrivata in Italia, in Brasile era molto di moda Adriana Calcanhotto, cantautrice anche lei. Ascoltavo Leny Andrade, anche se lei è semplicemente un'interprete, da piccola ascoltavo Joao Gilberto e tutto il movimento tropicalista. Ascoltavo anche la musica italiana: Peppino Di Capri, Gigliola Cinquetti, cose dell’altro mondo (ride). I punti di riferimento sono tanti, ad esempio mi sento molto legata a Sylvia Telles, Astrud Gilberto, tutte degli anni Sessanta. Ecco perché io spesso dico di me che sono antica. Era quella la musica brasiliana che mi piaceva di più ed è per questo che io canto, per questo tipo di musica. È la musica che io sento più vicina, non perché mi fa ritornare nel passato ma perché è questo stile musicale che sento mio rispetto a quello più moderno.

Di cosa parlano i testi delle canzoni che interpreti?
Non c’è una regola. È difficile dirlo. Spesso le canzoni parlano d’amore. ma il brasiliano ha un modo un po’ cinico di vedere l’amore. Alcune volte le canzoni parlano di storie finite, ma con distacco. Non sono sofferenze d’amore, sono rivelazioni. Se cerchi di esprimere a parole la tua sofferenza, viene fuori il tuo modo di vedere le cose che alcune volte è comico, altre volte può essere serio. Poi, spesso noi brasiliani nelle canzoni parliamo della nostra terra. Joyce, ad esempio, ha cantato i sapori e gli odori della nostra terra. Anche le donne sono un argomento molto ricorrente nella musica brasiliana, la donna è molto presente nei testi delle canzoni.

Cosa pensi del concerto di ieri sera e della tua partecipazione al Carpino Folk Festival?
Il pubblico era molto ‘caldo’. Lo dicevo anche agli organizzatori: bisogna educare i ragazzi, non possono pensare che la musica sia soltanto zum-zum-zum e poi saltare a più non posso. Il mio concerto è stato un esperimento per loro. Il primo impatto per me è stato molto difficile perché ho visto questa piazza gremita di gente: tutti quelli che erano davanti erano soprattutto ragazzini. A loro la mia musica poteva piacere oppure no. Il primo impatto è stato: «Saprò gestire questa situazione?» Poi i ragazzi se ne sono andati ed hanno lasciato spazio a quelli che volevano ascoltare. Anche questa è una forma di educazione e rispetto verso gli altri. Potevano andare altrove, hanno lasciato spazio a quelli che erano venuti per ascoltare me. Mi ha sorpreso, alla fine, vedere che c’erano molti giovani ma al di fuori del perimetro sotto il palco, c’erano tutte persone più grandi che sono rimaste fino all’1,30 di notte, in piedi; ascoltavano, applaudivano ed hanno seguito il concerto dall'inizio alla fine. Un’impressione molto positiva.

Puoi presentare il Quintetto X, la formazione con cui hai suonato ieri sera? Esiste ancora come formazione?
Il Quintetto X, in effetti, non si è mai sciolto e al tempo stesso, non esiste. Da quando sono la cantante principale della formazione, loro esistono se io ci sono, altrimenti no. Praticamente, sono diventati il mio gruppo di supporto. Sono Piero Vincenti al piano, Marcello Piarulli al basso,  Francesco De Giosa alla chitarra, Fabio Accardi alla batteria; ieri sera c’è stata la partecipazione speciale di Francesco D’Omaggio al sax e flauto, tutti musicisti eccellenti.

Il futuro di Rosalia De Souza?
Per quanto riguarda i miei progetti… In questo momento, riguardo alla crisi economica che attraversa un po’ tutti i settori, anche quello musicale, vedo che la gente non compra più i dischi, scarica file musicali da Internet che poi neanche ascolta. La gente è molto famelica, ha voglia di prendere tutto, ma poi non riesce ad ascoltare tutto. C’è un momento di crisi del mercato discografico e del mercato musicale. Adesso i live stanno tornando ed io sono contenta di questo. Per il momento credo non sia il caso di pensare a nuovi progetti, di produrre nuovi dischi. Credo che aspetterò il nuovo supporto della musica, che prima o poi dovrà arrivare! La gente non va più nei negozi ad acquistare il CD, è tutto pilotato dalle case discografiche, tutto ciò che si vede in un negozio è commerciale. Una volta, ad esempio, se entravi nei negozi Ricordi a Roma (adesso diventati Feltrinelli) trovavi un responsabile del reparto dischi o della musica jazz, c’erano persone competenti, che orientavano l’ascoltatore, dicendo: «Ascolta questo» oppure «È appena uscito quest’altro». Se oggi entri in un negozio di dischi...
È come entrare in un supermercato…
Anche peggio, non sanno neanche loro cosa c’è.  Se chiedi: «Voglio un disco di Rosalia De Souza», La risposta è: «Cos'è, musica brasiliana? Lì c'è il reparto». Per il momento non è il caso di credere molto nel mercato discografico. Nel mercato musicale sì, ma non in quello discografico. Per questo, oggi, quando mi si chiede di un nuovo progetto, un nuovo CD, rispondo: non lo faccio! Non ha senso. Le persone sono interessate ad acquistare il disco soltanto dopo aver visto il concerto, altrimenti i dischi rimangono in magazzino. Per il momento i dischi non si possono fare.



Carla Visca
Foto di Giuseppe Porcaro