Canusìa – Fiore di cardo. Canti popolari del Lazio (Autoprodotto/Altipiani, 2015)

“Fiore di cardo. Canti popolari del Lazio” è una selezione di brani musicali che i Canusìa – duo formato da Anna Maria Giorgi e Mauro D’Addia – hanno mutuato dal patrimonio etnomusicale del Lazio e, in particolare, dell’area dei monti Lepini. Si tratta di una raccolta molto ben fatta, dalla quale emerge un lavoro di ricerca che può essere ricondotto alla duplice prospettiva di documentazione e di rielaborazione del patrimonio espressivo di tradizione orale. E che si configura principalmente attraverso un profilo coerente, sia sul piano dei contenuti e del panorama sonoro di riferimento, sia sul piano delle interpretazioni. Come specifica lo stesso ensemble nelle note di copertina, lo scopo di questo lungo lavoro di ricerca (che si è protratto dal 2007 al 2014 e ha portato ai risultati qui raccolti grazie alla collaborazione di diversi informatori e cantori) non è solo quello di riportare in superficie un insieme di espressioni prodotte in un contesto socio-culturale ormai decaduto. Ma di riflettere, attraverso i contenuti testuali e il loro radicamento in quel contesto, su alcuni elementi di carattere generale, che ancora oggi mantengono evidentemente un preciso significato politico e culturale: il lavoro, i processi migratori, le relazioni sociali e il ruolo delle donne. Una volta elaborato e compreso fino in fondo il quadro dei riferimenti – che può far leva su una struttura musicale molto solida ed efficace – “Fiore di cardo” si rivela come una narrazione coerente. Dalla quale emergono anche “classici” della narrativa popolare (si pensi a “Mamma dammi cento lire”, “La Cecilia”, “Ciccirinella”) che, senza sforzi apparenti, assumono in questo nuovo ambito un profilo piacevolmente moderno, sorretto dalla passione per la ricerca e l’oculatezza nella “traduzione”. È inutile dire che lo spazio che si genera dal lavoro dei Canusìa va a integrare un’area di produzione molto ampia, ancorché differenziata in base alle modalità di interpretazione e alle aree di “raccolta”. Un’area che, a ben vedere, mantiene comunque almeno due poli di interesse. Il primo polo è senza dubbio la possibilità che lavori come questi danno alla potenzialità di diffusione e di fruizione dei repertori popolari. Il secondo è legato alle soluzioni musicali. Non si può mai sapere quale forma possono assumere i brani popolari, fino a che punto possono “estendersi” e trasfigurarsi in qualcosa di originale. E se si incastrano le condizioni necessarie, spesso le novità più stimolanti maturano proprio in riferimento a matrici molto tradizionalizzate. È ciò che si configura dentro al flusso musicale di “Fiore di cardo”, composto con una strumentazione che rifugge abilmente la ridondanza e calibra gli interventi di un ampio ventaglio di suoni (tutti acustici e legati in modo diverso all’immaginario e alle produzioni espressive popolari): violino, ciaramella, zampognette, fisarmonica, organetto, tuba, grancassa, percussioni, chitarre, flauto, cembalino, kazoo. L’album si chiude con gli “Stornelli anticlericali del’48”, che ben rappresentano – pur in un quadro retorico conosciuto – l’approccio dell’ensemble: il ritmo è secco e costruito su un ostinato di chitarra, la voce è decisa e compatta. La metrica dei versi è incoerente, anche se questi sono assemblati in quartine che si alternano a tre distici, che legano l’intera successione in una struttura più compiuta e congruente. 


Daniele Cestellini