Giuditta Scorcelletti – Nightingale (Spring Hill Music/I.R.D., 2015)

Giuditta Scorcelletti è una cantante con una voce leggera ed equilibrata. I nostri lettori la conoscono, perché alcune delle sue produzioni precedenti a quella di cui parliamo in queste righe, hanno trattato le musiche popolari toscane. Michael Hoppé è un compositore e produttore inglese, ha ricevuto una nomination ai Grammy nel 2003, ha composto musica per grandi artisti. L’estate scorsa ha incontrato Giuditta che cantava per le strade di San Gimignano. Le ha lasciato un suo biglietto da visita e da lì è nato “Nightingale”, il disco composto da brani di Hoppé cantati dalla Scorcelletti. Il risultato è piacevole e convincente: i sedici brani che lo compongono sono soffusi, equilibrati, eleganti. Gli strumenti che li sorreggono sono discreti ma determinanti, sia nel timbro che nel ritmo. E la voce di Giuditta è straordinaria: come ci dice lei stessa, nel loro insieme questi brani non richiamano un genere, ma sono essenzialmente riconoscibili. Abbiamo parlato di tutto questo e di molti altri dettagli del disco nell’intervista che riportiamo qua sotto.

La nascita di questo progetto è molto particolare. Puoi parlarcene?
Un pomeriggio di giugno del 2013 stavo cantando per le vie di San Gimignano, dove ho svolto per anni l'attività di artista di strada. Quel giorno avevo scelto un luogo ed un orario inconsueti e mi misi a suonare un brano di Gian Domenico da Nola. Iniziai a cantare e chiusi gli occhi come sempre. Quando li riaprii, un signore sorridente mi stava guardando. Parlò un momento con sua moglie, mi lasciò un biglietto da visita nel cestino e comprò un disco, come fanno in tanti. Quel volto però mi era rimasto impresso, perché aveva un'aria familiare. 
Avrei voluto parlarci, ma stavo cantando e c'era altra gente ad ascoltare... Così lo vidi allontanarsi. Tornata a casa posai il suo biglietto da visita sul tavolo e dopo qualche giorno lo ripresi in mano. Michael Hoppé... cercai la sua musica sul web e scoprii che molti anni prima mi aveva emozionato con la colonna sonora del film "Misunderstood" (remake dell'italiano "Incompreso") e pensai che sarebbe stato bello cantare alcuni suoi brani, come ad esempio la canzone dal gusto un po' folk "Love overflows", con il testo di David George. Gli scrissi una mail per un primo contatto. Mi rispose che per tutto il viaggio di ritorno, lui e sua moglie non avevano fatto altro che ascoltare il mio CD di canti toscani... Così gli scrissi che sarebbe stato bello per me cantare quel brano. "Mandami una demo, anche con l'iphone!", rispose... Registrai in studio il brano, chitarra e voce, supportata come sempre dal mio compagno Alessandro Bongi, chitarrista, che ha uno studio di registrazione. Mandai l'mp3 e partii per le vacanze, dove, per giorni, non riuscii a connettermi. Appena mi fu possibile, trovai diverse mail entusiaste di Michael Hoppé e David George. Così è nato l'album "Nightingale", un sogno nel cassetto per i due autori, un 
miracolo per tutti noi. 

Hai trovato delle connessioni tra i brani che compongono "Nightingale" e i repertori che hai trattato nei tuoi lavori precedenti?
Stranamente sì. Sono brani d'autore, ma hanno quasi tutti un'impronta folk. Lo stile che caratterizza i miei primi lavori da sola e quelli seguenti con la chitarra e gli arrangiamenti di Alessandro Bongi, si è perfettamente adattato alle composizioni di Hoppé. Anche il genere cantautorale che ho sempre incluso nel mio repertorio è sicuramente connesso alla melodicità delle composizioni di Hoppé.

Un elemento che accomuna alcuni repertori della tradizione orale toscana e le composizioni di Hoppé può essere la struttura melodica? Penso, ad esempio, a un brano come "Mind how you go”.
Assolutamente: a parte alcuni brani più complessi, che hanno richiesto un lavoro più impegnativo e una maggiore attenzione agli arrangiamenti, è stato molto naturale per noi trovare la strada. I giri armonici e le melodie, semplici ed interessanti allo stesso tempo, ci hanno permesso di sbizzarrirci liberamente, senza limitazioni da parte degli autori.

Dall'album emerge la volontà di far emergere la centralità della voce. La scelta degli arrangiamenti, così come della strumentazione, è stata orientata da questo?
"La voce è la cosa più importante", ci ripeteva spesso Michael Hoppé; ma per noi che veniamo dal canto narrativo è normale. Non è pop, né rock... gli strumenti devono solo incorniciare e supportare la voce, che racconta, parla... a volte recita una parte. Ci siamo trovati spesso tutti e quattro a discutere, in maniera sempre estremamente rispettosa e costruttiva, sulla scelta degli strumenti e su come affrontare i singoli brani. Entrambi gli autori sono stati partecipi attivamente ed è grazie a loro che siamo giunti ad un livello e ad una qualità superiori rispetto a quelli degli album precedenti.

Michael Hoppé è un compositore e un produttore affermato. Cosa ti ha colpito maggiormente del suo lavoro?
La semplicità, la bellezza di certe melodie struggenti. L'anima che c'è dietro. Una persona che si è rivelata grande, non solo come compositore. Quando ci siamo incontrati, lo scorso anno, è stato un momento veramente unico. Ci ha guidati passo passo in questo lavoro, con grande professionalità e passione. Ha rispettato ed ammirato il nostro lavoro dall'inizio alla fine e forse per la prima volta, sia io che Alessandro, ci siamo sentiti davvero compresi come musicisti e, per questo, aiutati. Spesso abbiamo capito quanto fossero preziosi i suoi suggerimenti solo dopo averli messi in pratica... La grandezza spesso è rappresentata dalla capacità di avere una visione di ciò che può essere, io credo!

Mi piacerebbe far emergere il processo di costruzione dell’album. Come avete selezionato i brani?
Abbiamo registrato molti brani, ma ne sono stati scelti "solo" sedici...! In realtà gli autori ci hanno chiesto quali fossero i nostri preferiti e alla fine coincidevano con i loro. Michael desiderava poi che ci fosse anche un brano in italiano, sia per sottolineare le mie origini, sia perché ama la nostra lingua... così ho deciso di tradurre "Nightingale": ed è nato "L'usignolo". È un disco eterogeneo: ho affrontato gli splendidi testi di David George uno ad uno, cercando di comprenderne appieno il significato: lui stesso mi ha aiutata moltissimo con la pronuncia, grazie a skype o mandandomi file guida. Abbiamo costruito i brani senza mai usare lo stesso metodo, ma partendo a volte dal testo, a volte dalla musica. Nel comporre questo puzzle siamo stati attenti ad usare in modo equilibrato tutti gli strumenti, che intervengono di tanto in tanto con delicatezza e la giusta presenza.

Quale tra i brani in scaletta può essere più rappresentativo dello spirito del progetto?
Per me è senz'altro "Love Overflows", sia perché è il brano dal quale è nato tutto, sia perché l'amore ha caratterizzato questo progetto: l'amore per i brani che ci sono stati affidati, l'amore per la bellezza, per il nostro lavoro ed infine l'amore e l'affetto che ci hanno legati.

Qual'è il punto di incontro più efficace tra una prospettiva musicale come la tua (che è evidentemente legata anche alla tua formazione) e quella di Hoppé, il quale opera in una dimensione molto diversa anche sul piano culturale?
Trovarsi a fare musica con il cuore e concretizzare tutto ciò in qualcosa di bello da ascoltare. Venire da mondi diversi ed arricchirsi a vicenda senza limitazioni. Forse è per questo che la musica che è scaturita dal nostro incontro non sarà facilmente collocabile in nessun genere, pur essendo inconfondibilmente noi!

Dalle varie notizie che hanno accompagnato l'uscita dell’album emerge il fatto che Hoppé sia rimasto affascinato dalla tua voce, e che anzi sia stato folgorato dalla coincidenza che vi ha fatto incontrare. Qual’è la sua percezione dei repertori tradizionali e dei brani con cui hai composto i tuoi lavori precedenti?
Michael Hoppé ha voluto ascoltare con attenzione tutti i nostri lavori precedenti: ha apprezzato tutto moltissimo, sia il popolare che le mie composizioni originali. Ha espresso grande ammirazione nei confronti del lavoro di Alessandro come chitarrista e come arrangiatore e si è detto entusiasta di collaborare con noi. È vero, ha dichiarato di aver trovato la voce che cercava da tempo: probabilmente quel pomeriggio ha avvertito che qualcosa di importante ci legava: il modo di "sentire" la musica.

Ho trovato molto piacevole il brano "Jailbirds", perché è più espanso degli altri, più aperto e rarefatto. Così come "I will be there", che richiama alcune atmosfere vagamente celtiche. Puoi parlarcene?
Devo ancora una volta esprimere tutta l'ammirazione nei confronti di David George: quasi sempre i testi nascono prima della musica, ma quando si è capaci di far uscire le parole da una melodia, allora si è dei veri poeti. "Jailbirds" è un capolavoro, un testo evocativo, una melodia ancora una volta meravigliosamente semplice. Lo stesso vale per "I will be there"... due brani sui quali abbiamo lavorato a lungo, cercando la giusta atmosfera. Credo che la piacevolezza dell'ascolto sia direttamente proporzionale al gusto che i musicisti provano nell'affrontare quel brano e nel giocarci. Invito tutti gli italiani che vorranno ascoltare questo album, a leggere e tradurre i testi, per gustare appieno ogni singolo viaggio.



Giuditta Scorcelletti – Nightingale (Spring Hill Music/I.R.D., 2015)
Giuditta Scorcelletti è una delle voci della nostra musica popolare. Chi si muove in questo scenario la conosce per alcune produzioni realizzate soprattutto sulle musiche di tradizione orale toscane (ricordiamo, in coppia con il chitarrista “Coscine di Pollo. Trastulli, Filastrocche e Ninne Nanne di Toscana”). Ma probabilmente anche perché la sua voce esce un po’ dal coro. È leggera, compatta, molto equilibrata. E riesce a cogliere e valorizzare al meglio alcuni dei tratti più interessanti dei repertori popolari, come, ad esempio, il lirismo, la costruzione melodica (che, se messa a fuoco e trasporta a dovere, nasconde un mare di possibilità esecutive), i riflessi più immaginifici di alcune canzoni, la forza narrativa. E l’impressione che si ha ascoltandola, o seguendo per quanto possibile alcune delle sue “direzioni”, rimanda all’idea di un progetto elaborato dentro il nervo dei brani, delle musiche. Svincolato dal peso formale e legato agli elementi più vivi dei repertori di tradizione orale (e non solo). In un certo senso tutte queste considerazioni (per quanto si leghino a impressioni soprattutto personali, da ascoltatore) possono valere da cornice per il nuovo progetto della cantante toscana. Si tratta di un album strutturalmente distante dai lavori precedenti, ma che ha forse in comune con quelli l’impianto, il soffio vocale che definisce il profilo della produzione della Scorcelletti. Il titolo dell’album è “Nightingale” e si configura come singolare sotto molti aspetti. Innanzitutto perché non contiene brani popolari. E poi perché i sedici brani in scaletta sono stati assemblati in riferimento a un progetto di incontro con Michael Hoppé, l’autore delle canzoni in questione. Anche sulla base di questa commistione, l’album ha una storia particolare: è uscito prima in Corea e poi nel resto del mondo per la label americana Spring Hill Music. Ed è nato dall’incontro casuale tra la cantante toscana e il compositore e produttore inglese. È anzi quest’ultimo, in una breve nota introduttiva nel booklet dell’album, a raccontarci come sono andate le cose e quanto sia stato “miracoloso” aver incrociato e sentito cantare Giuditta in una strada di San Gimignano. L’inizio quindi di questa collaborazione si produce dentro un’impressione, un momento di ammirazione che, grazie all’intraprendenza della Scorcelletti, si sviluppa poi in un lavoro concreto. Un lavoro che da un lato completa le composizioni di Hoppé (alle quali, da quanto ci dice lui stesso, attendeva di dare finalmente una voce adeguata) e, dall’altro, amplia l’esperienza di canto di Giuditta. Queste due prospettive si ramificano dentro una successione di brani delicati e soffusi (Hoppé ha ricevuto una nomination ai Grammy Awars New Age nel 2003), accomunati da un andamento molto lineare e slow, senza mai asciugarsi in una costruzione scontata o ridondante. Qua e là – forse per la suggestione della voce della Scorcelletti - sembra affiorare qualche richiamo a una lirica popolare e senza dubbio familiare. Questo processo è più compiuto nei brani più distesi, in cui la voce sembra ricavarsi uno spazio più agevole (nonostante, come abbiamo specificato nell’intervista, l’album sia evidentemente incentrato sul canto) e ricalcare un andamento e una melodia ciclici, più compiuti. Per quanto riguarda la struttura musicale, la scaletta è organizzata su un flusso acustico orientato da pochi strumenti (chitarre, violoncello, armonica, flauti, oud, percussioni). I quali, però, elaborano interventi determinanti, sia sul piano timbrico che armonico. In riferimento a questo – e perché si svincola più di altri dalla brillantezza new age che connota molte delle altre composizioni – il brano più convincente è “Love overflows”.


Daniele Cestellini