Seckou Keita – 22 Strings/22 Cordes (Arc Music, 2015)

Dopo il sorprendente e acclamato “Clychau Dibon”, in cui duettava con l’arpista gallese Catrin Finch, il suonatore di kora senegalese Seckou Keita (classe 1978), già celebre per le numerose collaborazioni internazionali, tra le quali quelle con le star africane della world music (Salif Keita, Miriam Makeba e Yossou N’Dour), si presenta da solista con un nuovo lavoro coprodotto da Arc Music e Theatr Mwldan. La kora a ventidue corde è attestata nel Senegal meridionale (Seckou è cresciuto a Ziguinchor, capitale del Casamance, ma da anni vive nel Regno Unito) e nella Guinea Bissau. Per Keita quella corda in più, rispetto alle ventuno montate sullo strumento più diffuso nell’Africa occidentale dei cantastorie mandingo, è un’icona di appartenenza, simboleggia l’origine, poiché un tempo l’arpa-liuto – consegnata, secondo una leggenda al “griot rosso” Jaly Mady da un demone benigno – era dotata proprio di ventidue corde, divenute ventuno quando gli eredi artistici del “Wuleng” dopo la sua morte ne tolsero una (di registro basso) in sua memoria. Discendente egli stesso da un’eminente famiglia di djeli del Senegambia (è un Cissokho da parte di madre) e da un illustre lignaggio (dal ramo paterno, il che non gli avrebbe consentito di diventare un musicista), Seckou governa con estro il cordofono, che è strumento ritmico e melodico al contempo, costruendo dieci brani di grande capacità fascinatoria, caratterizzati da una persistente e salutare tensione tra tema melodico e variazioni, ma sviluppando appieno pure l’aspetto ritmico della kora, a incominciare dal magnifico brano d’apertura autobiografico “The Path From Gabou”. Anche nel successivo “N’doké (Little Bro)”, dedicato al fratello, la maestria di Keita si manifesta con l’efficace incastro tra melodia e spinta ritmica. Dalle note del disco, sappiamo che lo splendido “Mikhi Nathan Mu-Toma” (“L’uomo invisibile”), composizione dalla fisionomia meditativa e solenne, è un omaggio al padre del suonatore. “If Only I Knew”, che è la prima “canzone” del disco, ha un incedere lento; un brano tutto in minore per kora dal timbro limpido e voce. Ha un passo più spedito “Alpha Yaya”, mentre il secondo brano cantato, “Kana-Sila” (“Non aver paura”), si impone per il suo dolce fluire. Attacco misurato in “Tatono”, traccia che poi si sviluppa in un’esuberante profusione di slanci melodici. Nel suo portamento maestoso “Mandé” rinvia alla gloriosa storia imperiale dell’area subsahariana. Il brano più breve, “Abdou N’Diaye”, ci conduce a “Future Strings In E”, la composizione più lunga (quasi sette minuti), dove Keita si destreggia da par suo, rilanciando nel suo energico linguaggio strumentale tecniche tradizionali e procedure innovative, peraltro, ben “decifrabili” dal gusto occidentale: è la degna chiusura di una prova superlativa del virtuoso artista senegalese. 


Ciro De Rosa