Max Fuschetto – Sùn ná (Hanagoori/Audioglobe, 2015)

Nella nuova uscita di Max Fuschetto la visionarietà si presenta già nel titolo: “Sùn Ná” vuol dire “dormi ora” in lingua yorùbá. «Sono parole trovate in un canto raccolto da Gerhard Kubik e contenute nel suo “Africa and the Blues: Connections and Reconnections”», spiega l’oboista e compositore sannita. «Mi piaceva usare un’idea poetica che avesse a che fare con il sogno. Su queste due parole che avevo trovato, mi sono svegliato alle tre di notte. Così ho trascritto un sogno in cui compaiono elementi della mia infanzia: appare mia nonna che mi guarda, c’è una volpe, un animale che affollava la nostra realtà di bambini cresciuti in campagna». Dunque, la registrazione in forma poetica di un risveglio dopo un sogno diventa manifesto poetico del disco, «una narrazione del disco più stringata», racconta Max, rispetto all’album precedente, “Popular Games”, pubblicato cinque anni fa, dove c’era un diario, un racconto on the road delle fasi di costruzione del CD. Le coordinate poetiche del lavoro sono espresse anche in un altro scritto di Fuschetto, “Il giardino segreto”, ispirato alle forme liriche trobadoriche e collocato in chiusura del booklet. Spiega Fuschetto: «Il titolo originario era “Le rose di Arben”. È il testo che ha dato l’avvio ai lavori del disco. Poi ho deciso di spostare il titolo sulla lirica scritta da Antonella Pelilli per il brano omonimo. Ne “Il giardino segreto” ho voluto scrivere un testo che racchiudesse alcuni elementi delle liriche trovadoriche, come ad esempio una lei che aspettava un lui di ritorno dalle crociate o dai tornei. Nel testo originario, infatti, era lei che aspettava lui. Poi ho invertito i pronomi. L'accenno all'Oriente è perché al mondo delle crociate ho associato “Gli scali del Levante” di Amin Malouf, e attraverso il ponte di “Lost in Traslation” di Sofia Coppola, che narra di un amore che sboccia in una Tokio riflessa nei vetri di un hotel post moderno, mi sono spostato ancora più in là quasi a toccare le luci e le ombre di una civiltà che sembra declinare come un tramonto pur promettendo per l'indomani qualcosa di nuovo e sorprendente .... Ad un certo punto c'è anche una citazione, “il suono del silenzio” ... anche in quel bellissimo testo di Paul Simon c'è una dissonanza tra l'uomo e il suo alter tecnologico e spersonalizzante. La foto di Antonio Coppola mi è sembrato racchiudesse, nella sua bellezza e nelle sue linee e colori, questa idea dell'Oriente ultramoderno, al contempo crepuscolare e luminoso». Altrettanto voluta nel titolo del CD è l’assonanza con l’espressione dialettale “sunnà”, sognare. «A San Marco dei Cavoti (BN) si dice: “Non te sunnà”, vale a dire: “Non te lo sognare”», racconta ancora il musicista, che ha aggiunto una raffinata provocazione concettuale nella confezione del disco, tutta da scoprire all’acquisto. Perché questo CD è un «oggetto completo», chiosa Fuschetto. E sì, dall’art work al booklet l’album è pieno di suggestioni pittoriche e letterarie (Paul Klee, Kafka, Garcia Marquez, Yehoshua ma anche l’”Eneide” e i trovatori), di immagini evocative: pensiamo al leit motif degli oggetti magici (una scala, un soffione, un ombrello capovolto, che ritornano anche nel clip di “Le Rose di Arben”, girato dalla scrittrice e regista Monica Mazzitelli), alla copertina e alle illustrazioni di Marianna Longo, alle foto di Antonio Coppola e Cristina Zuppa. Attrae nella poetica musicale di Fuschetto (oboe, sax soprano, pianoforte, piano rhodes) la sua spiccata attitudine a combinare timbri e lingue (inglese, francese, arbëreshë, senza dimenticare le fascinazioni africane e arabe), di scrivere partiture non prive di passaggi improvvisativi, superando l’opposizione tra costruzione formale e colta e fruizione popular. Parleremmo di musica world se non temessimo di rinchiudere in nuovi cliché la traiettoria personale di Fuschetto, con i suoi attraversamenti, l’adesione a un’estetica della molteplicità, la ricerca della stratificazione sonora. “Sùn Ná” è un’operazione acustica che rivela però un uso calibrato dell’elettronica e un denso lavoro di editing. Un disco di relazioni, in primo piano quella con la cantante e autrice arbëreshë-molisana Antonella Pelilli, ma anche con tutti i musicisti che collaborano al lavoro: Pasquale Capobianco (chitarre), il direttore delle Percussioni Ketoniche Giulio Costanzo (vibrafono, marimba e tamburi a cornice), Irvin Vairetti (voce), Silvano Fusco (violoncello), Valerio Mola (contrabasso), Andrea Paone e Marco Caligiuri (batteria),Vezio Iorio (viola), Franco Mauriello (clarinetto), Luca Martingano (corno), Giuseppe Branca (flauto). Restiamo in balia della sospensione di “Onoric States of Mind”, titolo in inglese, cantato in arbëreshë e inglese, che ci conduce a “Secret shadow”, uno strumentale con la chitarra elettrica di Capobianco che sembra avviluppare il piano. “Qem ma Tija” è la rielaborazione di “Portami con te”, brano già inciso in “Popular Games” (ma la cui origine viene da lontano: in una prima stesura è stato scritto a 18 anni e registrato su una audiocassetta, mi rivela Fuschetto) con la chitarra ad interagire con la voce della cantante. “Si Trëndafile” è una canzone tradizionale presente sia nelle comunità alloglotte arbëreshë del nostro paese che in quella albanese al di là dell’Adriatico; Fuschetto la riprende nella sua variante melodica albanese, aggiungendo versi rielaborati dalla Pelilli. “Return to A.”, con i suoi richiami kafkiani nel titolo, è un altro brano molto onirico e liquido, contraddistinto dalla tessitura acuta del violoncello (il rimando è al timbro della viola in un passaggio della colonna del kubrickiano “Barry Lyndon”, precisa Max), la voce è usata come strumento e si avverte un richiamo al sincopato del ritmo della banda, altro rinvio ad immagini della sua infanzia. “Paiasagem do Rio” è una bossanova trasfigurata, il cui titolo proviene da una poesia di un’amica brasiliana del polistrumentista. È questo un altro momento pieno dell’album, per l’indovinata combinazione di timbri, mai scontati, con il periodare solitario dell’oboe, per la presenza di campionamenti di campanacci provenienti dal brano “Nuragas”, scritto per le Percussioni Ketoniche, un’altra traccia del variegato lavoro del compositore. Dura meno di un minuto “In preghiera”, nella quale il riverbero degli archi proietta l’ambiente di un luogo di culto. «In un primo momento rappresentava una sorta di intro del successivo “Samaher”. Poi ho deciso di separarli. Benché siano legati indissolubilmente l'uno all'altro, sono brani che descrivono due dimensioni psicologiche e musicali differenti. Quando l'ho scritto, ho pensato a una voce femminile che intonava una sorta di invocazione, e che questa riverberasse lungamente in un luogo che mi figuravo essere una moschea, sia per il legame con “Samaher” che per una mia partecipazione da ragazzo al festival del Mondo Arabo di Tunisi. Poi però, anche per una serie di esperienze personali, mi sono reso conto di quanto la preghiera, soprattutto in alcuni momenti della vita, sia un gesto universale e allora gli ho cambiato il titolo con un semplice “In preghiera”». A seguire, “Samaher”– il personaggio del romanzo “La sposa liberata” di Yehoshua – in cui emerge una struttura musicale ciclica costruita su una scala araba il cui tema è tessuto dal violoncello, con la confluenza di voci della diversità (l’arbëreshë, una lingua togolese, l’inglese). Il timbro profondo di Andrea Chimenti si integra perfettamente con la voce di Antonella Pelilli nella composizione finale, “Les Roses d'Arben”, cantata in francese ed arbëreshë. Diamo ancora la parola a Max Fuschetto: «L’estensione della melodia era perfetta per la voce di Andrea, al quale ho fatto ascoltare il brano, che gli è piaciuto molto, tanto che abbiamo immediatamente registrato. La sua partecipazione rispondeva a una mia necessità di natura estetica». Che questo disco non apporti piacere solo ad una sparuta congrega di devoti. 

Ciro De Rosa