Dorsaf Hamdani – Barbara Fairouz (Accords Croisés, 2014)

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Interprete misurata dalla voce tersa, la quarantenne tunisina Dorsaf Hamdani si è cimentata in passato con le stelle di prima grandezza della canzone araba (Uum Kulthum, Fairouz e Asmahan) e perfino con la poesia di Omar Khayyam. Con questo suo nuovo album, sotto la felice direzione musicale del fisarmonicista di formazione jazz Daniel Mille, Hamdani si apre alla chanson francese, facendo confluire i repertori di due dive molto diverse, entrambe nomi di rilievo sulle due sponde del Mediterraneo: la fascinosa icona parigina Barbara (1930-1997) e l’amatissima libanese Fairouz (1935). Immaginando una sorta di dialogo tra le due cantanti, Hamdani riprende alcune delle canzoni più rappresentative dei loro rispettivi repertori, alternandoli nella scaletta, che si compone di tredici brani. L’ensemble cha accompagna Dorsaf è un quartetto dall’approccio minimale, che pone in primo piano il nitore vocale di un’artista dotata di pronuncia, limpida, che porge con raffinatezza la parola cantata. Con il fisarmonicista di Grenoble suonano Mohamed Lassoued (violino, ûd), rodato collaboratore di Hamdani, Lofti Soua (percussioni orientali), Lucien Zerrad (chitarra classica, ûd). 
La cantante tunisina riesce nell’impresa, non scontata, di far comunicare questi due universi lirici distanti: si impone per calore e sottigliezza interpretativa, a iniziare dal bel trattamento per ûd e violino di “La solitude” di Barbara. Particolarmente intensa l’esecuzione di “Atini nay wa ghanni” (“Porgimi il flauto e canta”), poesia cantata su testo di Kahlil Gibran. Altri classici dell’indimenticata chanteuse francese sono “Gare de Lyon”, “Nantes”, “Dis, quand reviendras-tu?”, “Le soleil noir” e la celeberrima “Göttingen”, che non sfigurano nella rilettura di Dorsaf, che esprime al meglio la sua sensibilità in “Ce matin-là”, dove primeggiano ûd e darbouka. Pienamente a suo agio con il canzoniere di Fairouz, Hamdani e l’ensemble sono superlativi in “Al bint al shalabiya”, nell’altro classico “Addeysh kan fi nas”, ma soprattutto si erge accorata la voce nella singolare (se confrontata con l’orchestrazione dell’originale), intensa versione di “Jérusalem”. Che eleganza! 


Ciro De Rosa