Bob Dylan - Shadows in the night (Columbia Records, 2015)

Diciamo la verità, se non si chiamasse Bob Dylan saremmo tentati di dire che l’autore di “Shadows in the night” è una sorta di imbonitore che cerca di rifilarci il suo prodotto. Tra l’altro in confezione che più scarna non si può, senza concederci nemmeno il “calore” del cartonato digipack. No, il tutto nel freddo crystal box con un foglio, dicesi uno, a fare da copertina e, nel retro, ad illustrare i nomi dei musicisti coinvolti e con la scaletta dei dieci brani proposti. Anche in queste cose Dylan rimane un mistero. Andando oltre, se un giorno qualcuno ci avesse raccontato che Dylan avrebbe cantato le canzoni di Frank Sinatra, ne avremmo chiesto l’internamento immediato. Ma come, il cantore della protesta, il sobillatore del rock, il destrutturatore delle proprie canzoni avrebbe potuto affrontare un monumento antico ed opposto al suo mondo come quello rappresentato da The Voice? Impresa improbabile, al limite del suicidio. Il “senza voce” contro “la voce”? Una proposta come questa sarebbe stata considerata una sorta di “diceria dell’untore”, delle improbabili follie ed avremmo cambiato canale. Ma poi, qualche anno fa, arrivò nei negozi un album di canzoni natalizie, che Dylan interpretò come se avesse la segatura sulle corde vocali. Ma, vivaddio, si poteva accettare anche quel disagio! In fondo si trattava di un’opera benefica in favore degli homeless americani. Ma quando abbiamo letto del repertorio di cui si sarebbe avvalso il nuovo album, abbiamo davvero creduto che Bob Dylan avesse ceduto alla follia dell’età e di fronte a questa situazione ogni critica sarebbe stata ingenerosa. Si sa, con l’età, tutto è più incerto e confuso. Poi abbiamo acquistato l’album, e lo abbiamo inserito nel lettore e da quel momento è stato difficile distogliere l’attenzione da quei suoni, da quelle musiche, da quel canto. Rimane chiaro un concetto. Non è un album da inscrivere in qualche preciso filone della sua discografia, perché è un disco, unico, forse incomprensibile ma, anche, incomparabile. Probabilemente è l’album della vita, e non perché sia il più bello, ma piuttosto perché stato pensato, suonato e cantato sull’uscio del crepuscolo, magari quello prima dello Shabbat, ed ogni nota e lirica appare come una sorta di epitaffio. Non pensate, dunque, che questo sia il suo canto del cigno, perché non si fermerà mai e continuerà a cantare e suonare in ogni istante che avrà ancora di fronte a sé. Questa è la sorta che gli è stata accennata chissà in quale riunione degli Dei o dei Profeti della Bibbia. Semplicemente, Bob Dylan sta chiudendo un’epoca; quell’epoca iniziata più o meno quando ebbe i natali nel ventoso nord (1941) mentre Sinatra nel 1939 incideva la sua prima canzone e nel 1940 iniziava a collaborare con l’orchestra di Tommy Dorsey. Poi arrivarono gli anni bui della guerra e l’America cambiò lo sguardo sul mondo. Da isolazionista divenne una nazione interventista, sempre e comunque, come anche noi abbiamo modo di osservare, dissentire e comprendere. Sinatra, in quegli anni, divenne “The Voice” e chissà quante volte la sua voce sarà entrata in casa Zimmermann ad allietare le serate dei propri genitori, magari attraverso delle poderose radio RCA Victor o Westinghouse. Sinatra, così lontano dalle radici dylaniane, è stato il primo artista che, a parte Rodolfo Valentino, ha incarnato il mito del cantante, del musicista che si fa divo e che crea “scompiglio” nel mondo musicale, nella società dei suoi tempi. Poi sarebbe toccato ad Elvis, inviso a Sinatra. Poi ai Beatles che, nonostante le apparenze, erano antipatici ad Elvis. Il tutto in una sorta di sequenza inevitabile perché come guidata da forze superiori. Ed oggi Dylan torna indietro nel tempo e pare volerci riproporre una puntata del suo programma radiofonico di qualche anno fa, Theme Time Radio Hour, solo che invece di mandare in onda il Sinatra originale ha deciso di interpretarlo attraverso il filtro della sua voce e della sua band. Alla fine l’obbiettivo è raggiunto perché Dylan canta da bravo performer, non mangia ma scandisce le parole, le segue, le lucida, le accarezza, le fa avvolgere dalle trame sonore intessute dai suoi musicisti in maniera impeccabile e professionale. Per questo motivo “Shadow In The Night” è un disco fuori dal tempo, che scorre rapido ma anche in modo lento e solenne, che inebria ad un ascolto, che annoia ad un altro, che ti confonde in un caso, mentre in un altro apre la mente a ricordi, atmosfere, momenti di vita ritenuti scomparsi. Questo non è un disco bello, e forse non è nemmeno un disco, ma un passaggio spazio-temporale che ci consegna attimi di passato capaci di toglierci il fiato, di frastornarci, di commuoverci, ed impaurirci. L’ascolto in cuffia è consigliato perché estraniandosi da quello che ci circonda è possibile transitare in una dimensione diversa, magari conosciuta grazie al cinema o ai documentari, ma rimossa dal nostro quotidiano. Quella dimensione si chiama passato e nei 35 minuti dell’album questa dimensione arriva per chiudere il cerchio con la storia che abbiamo intravisto anche noi, nella nostra porzione di esistenza. I musicisti assecondano Dylan in ogni passaggio, e tutto è costruito con misura e senza sbavature grazie al lavoro alla pedal steel di Danny Herron, primaria voce strumentale dell’album, supportata dal basso di Tony Garnier, dalle chitarre di Charlie Sexton e Stu Kimball, e dalle lievissime percussioni di George Receli. A loro si unisce una line up di ottoni, in tre brani dell’album, la cui presenza è di una levità assoluta, e non invade il campo del canto di Dylan. Da ultimo, la voce di Dylan, della cui qualità e pulizia abbiamo detto, che si comporta come fosse una sorta di voce narrante più che quella di un cantante. Una voce che attraverso le parole, ci accompagna in un mondo antico dandoci la sensazione che di quel mondo, di quella memoria, di quei giorni, la sua memoria ed il suo animo siano colmi e che questo album altro non sia che il desiderio di trasmetterci forti suggestioni e allora, come un novello Virgilio, ci ha atteso sulla porta del tempo per invitarci a seguirlo. Non è detto che siano in molti a farlo e, forse, mutuando l’incipit della famosa recensione di Greil Marcus in merito a “Selfportrait”, altrettanti denigreranno la scelta di avere prodotto un album come “Shadows in the night”. Ma per quelli che lo seguiranno, ascoltando più volte questa gemma camuffata da ordinaria vetustà, le sorprese saranno davvero tante e non solo musicali. Come può accadere ascoltando “Autumn leale” in cui noi potremmo avere consapevolezza di essere parte di quelle foglie che cadono dagli alberi, in Autunno. 


Rosario Pantaleo