Marisa Scuntaro – Dindarinedindarone (Kappa Vu, 2014)/Leonardo Zanier – La vôs de poesie (Nota, 2014)

Benché si rivolga principalmente al pubblico friulano, il volumetto con CD “Dindarinedindarone” (Euro 12,00), corredato dalle illustrazioni di Federica Pagnucco, è un lavoro di interesse più ampio, che attrarrà chiunque si occupi di musiche di tradizione orale o sia sensibile alla forza della phoné, alla musicalità delle lingue. Marisa Scuntaro, cofondatrice della storica e fondamentale band di folk revival Sedon Salvadie, attivissima come cantante, ricercatrice e cultrice di tradizioni popolari, ha realizzato un compendio di ventiquattro canti, destinati al mondo infantile, nei diversiidiomi della regione: «con l'intento di porre attenzione non solo alla parte musicale ma anche alla lingua», spiega. Difatti, parliamo di un percorso dentro i suoni delle differenti culture che da secoli coabitano nel Friuli, tra le ninne nanne, tiritere e filastrocche che rappresentano le «testimonianze di una memoria che per fortuna non si è ancora persa del tutto. Il titolo del disco – illustra ancora Marisa – è un omaggio a mia nonna che sin da piccola mi ha trasmesso la passione per il canto. Spesso tra una villotta e un’improvvisazione mi cantava: “Dindarinedindarone che je e are di sô none”, ovvero “Dindarinedindarone che lei era di sua nonna”… probabilmente per comporre una rima». Con Scuntaro (voce e liron) ci sono Michele Pucci (chitarra, mandolino, cori), altro attivissimo e navigato musicista (lo ricordiamo titolare di ottimi dischi in sodalizio con Giulio Venier), e Lucia Clonfero (violino), concertista di formazione classica, ma con interessi verso la musica contemporanea e il mondo popolare. Al disco partecipano anche Silvio Pontelli (clarinetto) e Luigi Lugli (percussioni). Per lo più, anche le melodie sono tradizionali, solo quattro temi sono stati composti dalla coppia Pucci/Scuntaro. In maggioranza i brani provengono da registrazioni effettuate da Scuntaro, che ha voluto documentare le varietà del friulano. Pur non rappresentando tutte le sfumature locali (resta fuori il mondo giuliano, per esempio), il disco offre un bello spaccato della comunità linguistica dell’estremo nord-est. Il plurilinguismo della regione è testimoniato da canti innedisko delle valli del Natisone, sloveno delle valli del Torre, timavese (parlata di ascendenza carinziana), saurano (anch’esso dialetto germanofono), veneto della provincia di Pordenone e di Marano Lagunare. A simboleggiare un passaggio di testimone, l’album si apre con la voce di Ines di Gleria, canterina (89 anni) di Paularo, mentre la voce di chiusura è della bimba Matilde Barbieri. In mezzo una varietà di canti che hanno animato sogni, desideri e giochi infantili, suonati con un accompagnamento mai pervasivo, minimale, che pure si nutre di molteplici inflessionied intuizioni timbriche, ma è sempre teso a mettere in risalto i testi interpretati dalla voce limpida di Scuntaro. Particolarmente impressiviper la combinazione canora e musicale ci sembrano “La moscje e il gri”, dalla germanofona Sauris, “Venvenploe” con la chitarra di Pucci protagonista, “Drindulaile” per la proiezione balcanica e medio-orientale, la cornice danzante resiana di “Din Don panatalon”, la lieve ninna nanna di Pegliano. 
Se il futuro della marilenghe (la lingua madre) e dell’idea plurilingue del Friuli si assicura favorendo la consapevolezza culturale e privilegiando l’insegnamento di canti di tradizioneai bambini, il suo presente è la forza delle liriche di un poeta come Leonardo Zanier (1935). Potere e musicalità della parola recitata, dunque, nel secondo disco che presentiamo, “La vôs de poesie”, edito da Nota (euro 15,00). Unaraccolta di 38 poesie lette dallo stesso Zanier – nativo di Marazanis, frazione di Comeglians, tra i rilievi della Carnia –tra i massimi poeti in lingua friulana. I suoi versisono stati tradotti in molte lingue ed è uno degliautori friulani più musicati (da Luigi Maieron ai Furcalp, da Lino Straulino al pianista jazz Claudio Cojaniz, solo per citare alcuni artisti che hanno utilizzato i suoi testi). Il linguaggio di Zanier, emigrante e sindacalista, una vita spesa tra Italia, Marocco e Svizzera, risuona come una vibrazione intensa contro le barriere. È una poesia i cui elementi, temi ed emozioni provengono principalmente dalla coscienza sociale e politica del poeta, disegnata dal suo intreccio di lavoro, scrittura e impegno.Cantore della diaspora edei transiti, pronto a denunciare il deficit di memoria che spesso paralizza la capacità di comprendere le odierne migrazioni, la rimozione locale dei fenomeni migratori friulani, e più in generale, italiani. Uomo di montagna che nel raccontare il confine, ne mette al centro i drammi, le incoerenze burocratiche, le stupidità nazionaliste, mettendo in discussione il concetto stesso di patria e nazione (ascoltate “Identitât” o “Cunfins” e ancora “Arbuiforescj”, solo per citarne alcune). Il suo, scrive Paolo Medeossi nella presentazione, «è più di un canto corale, […] diventa quasi espressione collettiva di una terra e di un popolo che hanno ricevuto, nei secoli, l’esperienza dell’emigrazione come un patrimonio ereditario prima spirituale che materiale». Zanier raccoglie immagini, figure, storie, oggetti del mondo carnico. Le sue liriche incisive, graffianti, intrise di benefica ironia, mai elegiache, rivelano una sorprendente modernità, con la loro lontananza dalle convenzioni e dagli effetti consolatori, dalla dimensione arcadica di tanta poesia dialettale (come ha fatto notare Tullio De Mauro nella prefazione a una raccolta dello scrittore friulano). Temi friulani che nell’arte di Zanier diventano universali. 


Ciro De Rosa