Les Chiens de Ruelles - C'pas près d’changer (Le Son de Baril, 2014)

Les Chiens de Ruelles è un gruppo originario del Quebec che propone una miscela musicale di folk-rock, bluegrass, blues, mischiata a una vena che si potrebbe definire country-gypsy, suonata con alcuni degli strumenti più rappresentativi di questi generi: chitarra, contrabbasso, banjo, washboard, armonica, guimbarde, ovvero marranzano, (ogni tanto) charango. Sono quasi sconosciuti in Italia e, a onor del vero, su di loro non circolano molte notizie. In internet, ad esempio, si può intercettare qualche traccia solo in lingua francese e, in tutti i casi, le poche informazioni riguardano occasioni quasi casuali, come partecipazioni a qualche manifestazione, o inevitabili, come gli annunci dei concerti. Nulla, ad esempio, su questo nuovo disco o su quelli precedenti: addirittura la loro pagina Facebook è sguarnita. Scorrendola si trova giusto qualche video - non recentissimo - e si può osservare il modo “artigianale” e anti-commerciale in cui la band ha promosso il suo nuovo lavoro: postando, cioè, semplicemente qualche traccia audio. Però sono bravi. La loro musica è frenetica, densa, fresca - nonostante non siano un gruppo di primo pelo e girino dalla seconda metà degli anni Novanta -, irriverente, piacevolmente confusionaria, equilibratamente ritmata e sporca. Il loro ultimo disco si intitola “C'pas près d’changer”, è prodotto da Le Son de Baril, e risulta, nel suo insieme, innovativo soprattutto nella combinazione tra un sound principalmente blues, la lingua francese e l’emersione di cori scoordinati, estemporanei, da cantata tra amici. Il primo brano dell’album, “Festival du toxico”, è ben rappresentativo di questa organizzazione, nella quale si ritrovano tante suggestioni: innanzitutto l’ammirazione della band per la dimensione live, il rumore, il lo-fi, sul quale si innestano i vari strati strumentali che compongono i brani. Si tratta di strutture depositate una sull’altra e che poggiano esclusivamente sulla ritmica dei cordofoni. I quali fanno praticamente tutto - si compattano spesso in un’unica spennata, che risuona quasi all’unisono sopra gli schiaffi decisi del contrabbasso - tralasciando un lavorio (di cui a volte si sente la mancanza, soprattutto perché si può intuire che amplierebbe notevolmente, e secondo linee probabilmente interessanti, lo spettro sonoro dei quattordici brani dell’album) sull’armonia e la melodia. Quest’ultima sembra appannaggio quasi esclusivo dell’armonica (“Monde de fous” oppure “Roadtrip”), se si escludono alcuni tentativi di organizzare la polivocalità in un modo più elaborato e insolito (come in “C'pas près d’changer” e soprattutto in “Des Kilomètres”). Nel complesso, comunque, si percepisce la volontà della band di restare fedele all’idea di musica estemporanea, di musica da performance - che solo nella performance si compie, si riconosce e riesce a rappresentarsi nell’essenza più profonda - che possa rendere e si possa suonare così (e se possibile anche con più verve) come la si registra. O meglio che si possa registrare così, come la si suona. L’orizzonte è evidentemente quello (“Si j'avais du cash”) e a noi quello deve bastare. D’altronde l’eco del nome della band ci rimanda alla strada, alla periferia, al randagio, al “raindog" (chiaro?): “Chiens” significa “cani” e le “Ruelles” sono i “vicoli”. 


Daniele Cestellini