Storie Di Cantautori: Giancarlo Frigieri, Giulia Millanta, Chiara Rosso, Alessia D’Andrea, Adolfo Dececco, Serazzi & La Cucina, L’Ame Noir, Nicola Sartori, John Strada

Giancarlo Frigieri – Distacco (New Model Label/Controrecords/Audioglobe, 2014) 
Definitosi semplicemente “uno che suona la chitarra e canta”, Giancarlo Frigeri, cantautore classe 1972, vanta un percorso artistico di tutto rispetto essendo stato dapprima dietro ai tamburi con i Julie’s Haircut, poi frontman della indie-rock band Joe Leaman, per giungere in fine nel 2006 al debutto come solista. In questi anni ha dato alle stampe ben sei dischi, tra cui spicca l’eccellente “L’età della ragione” che nel 2009 gli valse il Premio Italiano Musica Indipendente come miglior disco autoprodotto dell’anno. A quasi due anni di distanza da “Togliamoci Il Pensiero” lo ritroviamo alle prese con “Distacco”, disco che raccoglie dieci brani che riflettono criticamente il vissuto quotidiano dell’Italia divorata dalla crisi senza alcuna retorica, ma piuttosto sentendosi parte lui stesso delle sue storie. Così lo troviamo alle prese con un’autocritica senza mezzi termini alla sua generazione perdente nell’iniziale “Taglialegna” in cui citando Neil Young ed omaggiando Kurt Cobain, per poi gettarsi a capofitto nelle divagazioni dylaniane dell’intensa “Fotografie” e “Le Donne Del Trentunesimo Secolo”, fino a sfociare nel funk colorato di jazz de “Il Fruttivendolo Con La Maglietta Dei Metallica”. Non mancano un accenno alle storie familiari segnate dalla guerra della rabbiosa “Gorizia”, spaccati poetici di grande suggestione (“Neve”), e divagazioni in territori folk (“L’Ultimo Nato”), tuttavia il vertice del disco arriva con la torrenziale “Terra”, un brano folk blues che rimanda ora al Fabrizio De Andrè di “Anime Salve” ora al Neil Young di “On The Beach”. Insomma “Distacco” è un disco di grande intensità che coniuga la migliore tradizione cantautorale italiana con quella dei songwriter americani. Da non perdere. 

Giulia Millanta - The Funambulist. Songs From The High Wire (Ugly Cat Music, 2014) 
Cantautrice tra le più interessanti della scena musicale fiorentina, Giulia Millanta in dal suo debutto ha dimostrato di saper mettere pienamente a frutto tutto il suo talento, e questo lo avevamo già notato con l’ottimo “Dropping Down” del 2011, e con l’ancor più interessante “Dust And Desire” pubblicato nel 2012 ed inciso ad Austin, Tx. A distanza di due anni da quest’ultimo la ritroviamo con “The Funambulist. Songs From The High Wire”, album che già nel titolo rimanda alle sue ultime esperienze artistiche che l’hanno vista protagonista sui palchi europei ed americani, ma soprattutto la sua vita ad Austin, che è diventata un po’ la sua seconda casa. Proprio l’esperienza americana, dove si è misurata con una concorrenza spietata, è stata per lei una preziosa occasione per il completamento della sua maturazione come cantautrice. E così, non ci sorprende la scelta coraggiosa di misurarsi con lingue e stili differenti, spaziando dal folk-rock alla canzone d’autore, dall’italiano all’inglese, passando per lo spagnolo, per raccontarci le sue esperienze, le sue riflessioni, e la sua vita vissuta a cavallo fra due continenti. Al fianco di Giulia Millanta in questa nuova avventura troviamo un gruppo di eccellenti musicisti come David Pulkingham (chitarre, core, percussioni), Glenn Fukunaga (basso), Michael Longoria (batteria e percussioni) Eddy Hobizal (piano), Roberto Paolo Riggio (violino), Brian Standafer (violoncello), e Michael Longoria (batteria e percussioni), che nel loro insieme contribuiscono non poco ad alzare il livello qualitativo dei brani, e a colorarli di sonorità roots e blues. Aperto dall’introspettiva “Ma Voix”, impreziosita da un bel ritornello cantato in francese, il disco ci regala una serie di ottimi brani come la riflessiva ballata “Lost In Space”, l’incursione nella canzone d’autore italiana con “Il Grande Fratello”, ma soprattutto quel gioiello che è la preghiera laica dalle atmosfere desert “Carry The Cross”, tutta giocata sull’intreccio tra pianoforte e chitarra. Pregevoli sono anche la sofferta “Gerbere”, la personalissima “Could Have Been My Father”, o ancora il folk rock di “How Does God Sleep At Night?”. Se i due vertici del disco sono certamente l’incursione nelle sonorità jazzy di “How Fast Can You Run”, e il valzer acustico “She Floated Away”, tuttavia particolarmente interessanti ci sembrano anche l’esperimento spanish di “Llevatelo A La Luna” in cui spicca la slide di Pulkingham, e l’intensa “Come Polvere”, che dimostra l’agilità espressiva della scrittura di Giulia Millanta. Insomma “The Funambulist”, a buon diritto, può essere considerato il disco della piena maturità artistica della cantautrice fiorentina, tanto per la qualità del songwriting, quanto per le scelte degli arrangiamenti. 

Chiara Rosso - Elemento H2O (Geco Records/EGEA, 2014) 
Cantautrice e vocalist jazz dalla solida formazione accademica, Chiara Rosso, vanta un interessante percorso artistico che l’ha portata negli anni a misurarsi con repertori differenti spaziando dal pop- rock con dei Mantequilla, al funk dei Talkinjg Loud e fino a toccare il jazz con i Jazy. A distanza di sette anni dal suo debutto “Libero Arbitrio”, Chiara Rosso torna con un nuovo album “Elemento H2O”, che la vede debuttare nelle vesti di cantautrice, e sugella la collaborazione artistica con il chitarrista e compositore torinese Daniele Cuccotti. Il disco raccoglie tredici brani dai toni riflessivi, che coniugano jazz, pop, e canzone d’autore, il tutto impreziosito da testi che abbracciano tematiche differenti, dall’infanzia alla memoria, passando per l’amore e i cambiamenti dell’età. Rispetto al precedente si nota infatti un deciso cambio di direzione della Rosso, infatti, laddove i suoi brani erano contornati da atmosfere ethno-rock, in questo nuovo album si avverte l’esigenza di una introspezione più forte. Durante l’ascolto scopriamo così brani come la pianistica “Divenire”, la suggestiva “Parigi”, la dolce ninna nanna “Dindalan” che sorprendentemente si apre verso scenari world, ma soprattutto la sinuosa e sensuale “Adone”. Tra i brani più intensi vanno, inoltre, citate l’elegante cantautorato pop di “Salto Nel Vuoto”, ma soprattutto “Rain”, che rappresenta un sentiero futuro da battere con maggiore decisione, magari, cercando di valorizzare ancor di più la sua versatilità vocale. “Elemento H2O” è, insomma un ottimo lavoro, che non mancherà di entusiasmare quanti si lasceranno incuriosire dalla cantautrice piemontese. 

Alessia D’Andrea – Luna D’Inverno (Renilin, 2014) 
Fattasi conoscere per una nuova versione di “Locomotive Breath” incisa con Ian Anderson dei Jethro Tull e per aver diviso il palco con quest'ultimo a Pistoia nel 2008, Alessia D’Andrea vanta un percorso artistico di tutto rispetto, condito non solo da tanti successi in termini di vendite a livello internazionale, ma anche due importanti riconoscimenti come il “Premio Mia Martini” e il “Premio Musicultura”. Dopo aver debuttato nel 2009 con il suo album omonimo, pubblicato sia in Italia sia all’estero, la ritroviamo alle prese con il suo secondo disco “Luna D’Inverno”, il suo primo lavoro in Italiano, nel quale ha raccolto dieci brani di pregevole fattura, intrisi di un forte senso poetico, che si concretizza in un approccio molto originale alla canzone d’autore. Ciò emerge con forza sin dal primo brano la title-track, una confessione a cuore aperto alla luna vibrante di un forte tormento interiore. Si prosegue con le aperture quasi orchestrali di “Non Cambieremo”, che svela una particolare attenzione per le sonorità pop, ma è solo un momento perché i toni introspettivi ritornano ne “Il Gatto Che Abbaia”. Se “La Musica Non Gira Più” ci porta in territori decisamente pop, la successiva “Occhi Blu” è un brano ironico su una storia d’amore, condito da un ritmo e da un fraseggio molto riuscito. “Non Portarmi Via” è uno dei brani più intensi del disco, non solo perché ricorda la tragedia dello tsunami nell’Oceano Indiano, ma anche per il pregevole testo che la caratterizza. Di pari livello è anche il singolo “Beyond The Clouds” con il suo ritornello ad uncino, ma è il finale del disco a riservarci qualche altra bella sorpresa con “Alzami Nell’Aria”, la divagazione electro pop di “Caccia Alla Volpe” e “Anime Bruciate”, tre brani che suggellano un disco senza dubbio interessante, e che siamo certi sarà un importante tappa del percorso artistico della D’Andrea. 

Adolfo Dececco – Metromoralità (Zelda Music/Universal, 2014) 
Prodotto da Vince Tempera e Guido Guglieminetti, “Metromoralità” è il nuovo album del cantautore abruzzese Adolfo Dececco, il quale ha messo in fila dieci brani di pregevole fattura, incisi con la collaborazione di un alcuni tra i più apprezzati strumentisti italiani ovvero Elio Rivagli, Pier Mingotti, Alessandro Arianti, Paolo Giovenchi, Andrea Morelli, Stefano Parenti, Carlo Gaudiello, Fabrizio Barale, Alex Valle e Ivano Zanotti, con l’aggiunta di Giorgio D’Orazio, che ha collaborato alla scrittura di alcuni brani. Il disco come lascia intendere già il neologismo usato come titolo, è una raccolta di istantanee del nostro Paese, una nazione che “pretende le rivoluzioni” ma è capace solo di “reazioni”, di una generazione che è stretta tra l’eccesso di comunicazione e l’incomunicabilità, e che ancora oggi non ha compreso quale sia la direzione da prendere. Si tratta, insomma, di una raccolta accorata di riflessioni profonde tra sé e l’altro, tra l’uomo esistenziale e l’individuo sociale, tra la metro e la moralità, nelle quali Dececco pone delle domande importanti sull’esigenza di riferimenti culturali per una generazione che vaga senza bussola, ma soprattutto se è giusto ancora fare riferimento ai miti del passato. L’ascolto ci regala così brani come la splendida title-track, un brano che avrebbe faville in un disco di De Gregori, o ancora “Chiara Che Pensi” che vibra per il suo testo intenso e riflessivo. Se i ritmi in levare colorano “Tempo Tecnico”, la successiva “Touchscreen” è una ballata acustica pungente nello stile di Guccini. L’attenzione si sposta poi sul tema dell’amore prima con “Il Tempo Dell’Amore”, poi con la rock ballad “L’Amore Paziente”, in cui ritornano certi stilemi degregoriani che non guastano ma anzi rappresentano un po’ il valore aggiunto di tutto il disco. La gustosa “Canzone Semplice” ci conduce verso il finale con l’acustica “Come Si Coltivano I Fiori”, il folk-rock poetico di “Dietro Le Nuvole”, e la conclusiva “Cena Da Soli” in cui spicca il bel riff di armonica nel refrain. De Gregori minore, Adolfo Dececco ha appreso bene la lezione del miglior cantautorato italiano, e siamo certi che nel prossimo futuro sarà pronto a mettere a fuoco una cifra stilistica originale. 

Serazzi & La Cucina – Á La Carte (Volume!, 2014) 
Eclettico pianista, chitarrista, e compositore, Paolo Serazzi si è fatto conoscere non solo per aver diviso il palco con artisti come Carmel, Africa Unite, e Party Kidz, ma anche per i tanti progetti artistici messi in fila negli anni, a partire dal suo album “Skin” del 2012 in cui si è divertito a rileggere alcuni classici del rock, fino allo spettacolo tributo a Paolo Conte, “Mocambo”, il tutto senza contare la sua attività di compositore che lo ha visto impegnato nella scrittura di colonne sonore per il cinema, la televisione e il teatro. Nuovo progetto di Paolo Serazzi è “Á La Carte”, disco inciso con La Cucina, e che lo vede presentarci un ricco menu di undici brani scritti nell’arco di alcuni anni e che coprono periodi diversi della sua vita. Quasi fosse uno chef d’alta scuola l’eclettico cantautore si è divertito a sperimentare tra temi e sonorità differenti, lasciando libera la sua ispirazione. Il risultato è un disco ironico e trascinante ricco di suggestioni che spaziano dalla letteratura, come nel caso di “Con un salto” ispirata al racconto “La distanza dalla Luna” di Italo Calvino (da “Le Cosmicomiche”), ai paesaggi urbani di “Finalmente”, fino a toccare quelli dell’Asia con i Barbari che irrompono in “Balkan”. Particolarmente riusciti sono anche brani come “Laundrette Soap” e la splendida “Il portiere Fosco”, entrambe composte per il teatro, e qui rilette con brillante verve artistica. Serazzi e la sua piccola orchestra La Cucina hanno, insomma, messo insieme un disco leggero e divertente, che non mancherà di entusiasmare coloro che lo ascolteranno. 

L’Ame Noire – Lo Specchio (Top Records, 2014) 
Nati alla fine del 2009, L’Ame Noire sono una band cuneese composta da quattro musicisti dal diverso background artistico, che unite le forze hanno messo in fila una bella serie di concerti, ma soprattutto un paio di interessanti Ep usciti tra il 2009 e 2013. A coronamento di un percorso così intenso arriva “Lo Specchio”, disco che raccoglie dieci brani prodotti da Ettore Diliberto e caratterizzati da un maggior impatto sonoro ed un più ampio ventaglio di contenuti rispetto alle precedenti prove discografiche. Il rock grezzo e potente de L'Ame Noire si è arricchito così di atmosfere malinconiche, combinato a testi struggenti i cui temi spaziano dal nichilismo all'amore, dall'abbandono alla speranza, fino a toccare la solitudine esistenziale, e l’incomunicabilità. Accolti dal curato artwork, realizzato dall'artista Danilo Manigrassi, il disco si apre con il rock melodico di “E Adesso Tu” seguito dalla title-track, incisa presso gli Abbey Road Studios di Londra, e con la quale si sono aggiudicati il premio della critica alla Milano-Sanremo della Canzone Italiana 2014. Se “Ti Rivedrai” rimanda al rock intimistico degli anni novanta, la successiva “Atomizzazione”, nata in collaborazione con il duo siciliano Canone Inverso, mescola due mondi sonori ed emozionali dando vita ad una intensa suggestione sonora. Si prosegue con il rock oscuro di “Plastica” in cui affrontano il tema della droga, mentre la rock ballad “Lo Puoi Capire” è un mid-tempo dominato dal groove del basso. “Nichilista”, nata urante una serata in studio di registrazione ci schiude le porte verso il finale dove spiccano “Immobile”, la rilettura di “While My Guitar Gently Weeps” dei Beatles, e “Stranieri In Paradiso”, baciata da una riuscita scelta armonica, a cui si accompagna un cantato molto sofferto perfetto nell’interpretare il tema dell’abbandono alla base del brano. Se in apparenza “Lo Specchio” ha i tratti del classico disco indie, andando più a fondo si scopre un songwriting profondo e riflessivo, che rappresenta il vero valore aggiunto di questo gruppo. 

Nicola Sartori – Cantattore (Cabezon Records, 2014) 
Cantautore veronese con alle spalle lunghi trascorsi in varie cover band e nei Rosillusa, Nicola Sartori giunge all’esordio come solista con “Cantattore”, disco nel quale ha raccolto undici brani autografi, incisi insieme ad un folto gruppo di strumentisti composto da: Nicola Bisciu Righetti (basso, chitarra elettrica), Tommaso Franco (piano, synth), Guido Cattabianchi (batteria), Stefano Adami (fisarmonica), Erica Mason (violino e viola), Andrea Marcolini (violoncello), Giordano Sartoretti (tromba e filicorno), e Giovanni Massari (chitarra eletrrica e mellotron). Dal punto di vista stilistico, il songwriting di Sartori affonda le sue radici nella migliore tradizione cantautorale italiana che parte da Tenco ed arriva a Fossati, il tutto accompagnato da una particolare cura per le sonorità che spaziano dal pop al rock fino a toccare il jazz e il folk. L’ascolto ci svela un lavoro profondo dal punto di vista delle tematiche che abbracciano introspezione, riflessioni, e temi sociali, ma soprattutto mettono in luce una sincerità difficile da riscontrare di questi tempi. Introdotto da un intro strumentale, il disco ci regala subito la title-track, un brano di impostazione quasi psichedelica in cui Sartori mette alla berlina i tanti suoi colleghi che si affannano nel trovare un posto al sole nei talent show. Si prosegue con la gustosa ballata “Incontro”, a cui seguono le sonorità anni sessanta della storia d’amore naufragata di “Confusa”. Se “Il Vicolo Dei Ciechi” ammicca al jazz, la successiva “Niente” è una riflessione profonda su chi vive senza porsi mai domande, e che funge da perfetto apripista per la toccate lettera ad un bambino non ancora nato de “L’Uomo Che Avrai”. La vena pungente di Satori emerge ancora in “Nullauomo” che ritorna sul tema dei reality, mentre la pianistica “Quanto Ridere Fa” è una bella descrizione di un incontro tra due persone. Completano il disco “Vai Piano” e lo spleen di “Dialogo d’Inverno” che piace per la sua vena sperimentale. Sebbene sia solo un opera prima “Cantattore” è un disco convincente e rappresenta una buona base di partenza per la carriera futura di Sartori. 

John Strada – Meticcio (New Modern Label, 2014) 
A due anni di distanza da “Live in Rock’A”, il rocker emiliano John Strada torna con “Meticcio”, disco in studio nel quale ha raccolto dodici brani incisi con la sua inseparabile band The Wild Innocents, ovvero Fabio Monaco (basso), Alex Cuocci (batteria), Daniele De Rosa (organo Hammond e piano), e Dave Pola (chitarre), con l’aggiunta di alcuni ospiti come Gianmarco Banzi (fisarmonica), Antonio Torello (contrabbasso), Matteo Zuppiroli, Francesco Foschieri e Michele Galli (chitarre), Miriam Mazzanti (cori) e Gianni Ferrari (mandolino). In linea con le produzioni precedenti, Strada anche in questo disco propone la sua personale visione del sound blue collar rock, con tanto di wall of sound in salsa emiliana, e gli immancabili ingredienti springsteeniani ovvero sudore, passione e tanto rock ‘n’ roll. Laddove però tutto sembra perfettamente dosato dal punto di vista musicale, il risultato finale non collima con le aspettative. Dal rocker di Cento ci saremmo aspettati uno slancio più deciso verso la piena maturità artistica, invece lo ritroviamo ad indugiare su una retorica rock, che ha decisamente fatto il suo tempo. Certo va sottolineata la sincerità che anima brani come l’iniziale “Magico”, o l’energica “Chi Guiderà”, o ancora la ballad soulful “Rido”, ma spesso Strada finisce per perdere il bandolo della matassa come nel caso del singolo “Torno a Casa” o “Hai Ucciso I Miei Eroi”. Tra i brani migliori vanno segnalati certamente l’esperimento (da ripetere!) in dialetto con “Tiramola”, che riannoda il legame tra il rocker emiliano e la sua terra, la ballad irish “Nella Nebbia”, e la conclusiva “E’ Natale In Maghreb”. Pur non entusiasmando, nel complesso “Meticcio” ha il pregio di mostrarci a pieno la passione di John Strada per quel indissolubile legame che unisce la Via Emilia e gli States. 


Salvatore Esposito