Andrea Pierdicca e Yo Yo Mundi - La Solitudine Dell’Ape (La Contorsionista, 2014)

“La divisione uccide la bellezza” e “uccide la voglia di cambiare il mondo. Ci piace l’idea che unendo delle solitudini si possa tornare ad essere un alveare felicemente ronzante”. Con questa bella frase Paolo Enrico Archetti Maestri sintetizza a Ernesto Assante di Repubblica l’idea che ha ispirato “La solitudine dell’ape”, lo spettacolo di narrazione e canzoni di Andrea Pierdicca e Yo Yo Mundi (di cui Archetti Maestri è il cantante e chitarrista), che adesso è divenuto un disco, composto da otto brani, di cui cinque registrati dal vivo. Un progetto che coniuga la musica e il teatro con un tema intricato, singolare e percepito dall’opinione pubblica come marginale. I cui riflessi, però, sono infiniti e colpiscono direttamente tutti noi. Si tratta di api. Anzi del problema della loro progressiva scomparsa, legata al modello agricolo industriale, che non tiene conto degli effetti che l’utilizzo dei prodotti chimici - il cui scopo è evidentemente quello di incrementare e “regolarizzare” le produzioni - ha sul biosistema globale. Da qui si è sviluppato un lungo racconto, fatto di musica e teatro, ricerca, storia, confronti con realtà formalmente distanti, ma i cui riferimenti, i cui principi, i cui scopi, sono finiti a rappresentare il centro di uno spettacolo, che da qualche mese sta riscuotendo un grande successo, sia di pubblico che di critica, e sia in Italia che all’estero. Come si può leggere nel sito della band di Acqui Terme (in provincia di Alessandria): “in scena Andrea Pierdicca e gli Yo Yo Mundi realizzano una narrazione che intreccia musiche e parole, ragionamenti e canzoni, come fosse un unico testo, con la musica ad aiutare gli slanci lirici ma anche a fare da contrappunto ai momenti ironici. Una narrazione da vedere e da ascoltare, in quella forma che accomuna chi racconta con parole e con musica. Una narrazione per non lasciare sola l’ape e gli apicoltori nella lotta contro quel nemico moderno, intelligente, ma molto letale, che abbiamo contribuito, direttamente o indirettamente, a creare. Una narrazione per scoprire un piccolo mondo che vive accanto a noi e che regala a chi lo sa osservare preziosi consigli, per il presente e per l’avvenire”. Come in parte anticipato, il progetto nasce nella convergenza di elementi e soggetti eterogenei: le grandi questioni e vicende di cui sopra legate alle api (e che hanno inevitabilmente tirato dentro un nugolo di associazioni e soggetti impegnati nelle cause ambientaliste e non solo: Legambiente, Slow Food, AIAB, Unaapi), il regista Antonio Tancredi, lo scrittore e autore Alessandro Hellmann, l’attore Andrea Pierdicca, gli Yo Yo Mundi (questi ultimi avevano già lavorato insieme per Il fiume rubato, opera teatrale tratta dal libro Cent’anni di veleno di Hellmann, dedicato all’Acna di Cengio e alla Valle Bormida, “la storia incredibile e misconosciuta di cent’anni di inquinamento e di collusione tra potere politico e industriale”). Gli Yo Yo Mundi - che si sono formati nella seconda metà degli anni Ottanta e hanno contribuito, insieme a tanti esponenti della scena “alternativa” italiana e del Consorzio Produttori Indipendenti, a infoltire e rendere più articolata e vivace la proposta musicale del nostro paese - si sono fin da subito contraddistinti per l’impegno politico e la ricerca di una narrazione inclusiva, capace di inserire la forma della canzone dentro un’espressività più completa ed efficace (nel 1995 dal brano della band “I banditi della Acqui” è stato tratto lo spettacolo teatrale Il Bandito della Acqui: memorie di un soldato dimenticato. Nel 2000 gli Yo partecipano all’album La disciplina della terra di Ivano Fossati e, nel 2003, all’album di Giorgio Gaber Io non mi sento italiano. Sciopero, il loro lavoro più famoso, del 2001, è il risultato della sonorizzazione del film omonimo di Sergej Ejzenštejn; nel 2004 pubblicano 54, l’album legato al romanzo omonimo del collettivo sociale Wu Ming, che diviene anche uno spettacolo di lettura scenica e un’opera teatrale intitolata 54. Anno incredibile. Infine, il loro ultimo disco - intitolato Munfrâ e uscito nel 2011 per Felmay/Egea - è un’opera sul Monferrato, la sua storia, la sua cultura e i diversi elementi di cui è costituita, dalle tradizioni popolari al cibo e ai prodotti tipici). Si potrebbe anche dire che è anche grazie a loro (così come ai The Gang, Mau Mau, Modena City Ramblers, Bandabardò) che il termine “combat folk” ha assunto una chiara connotazione nel panorama musicale del nostro paese e che oggi, a distanza di oltre vent’anni, possiamo vantare una corrente musicale non solo alternativa a quella mainstream, ma strutturata, indipendente e con le idee ben chiare su come rappresentare i differenti argomenti che interessano e rappresentano la nostra contemporaneità. Nello scenario di questo nuovo lavoro, l’ape diviene ovviamente anche una metafora. Il gancio è, d’altronde, necessario. Soprattutto in una congiuntura non tanto e non solo economica, ma soprattutto culturale. E chiama in causa (il gancio) le solitudini dei “sogni” e delle “coscienze” della nostra società. Determinate dalla caduta rovinosa del collettivismo, dei movimenti, ma anche della condivisione “tradizionale”, politica, di ideali e obiettivi. In questo quadro, quindi, la connessione tra il mondo delle api e quello degli uomini contemporanei ricalca la volontà (e la necessità politica) di riflettere su tante questioni delicate (dal rapporto tra uomo e natura al cibo che mangiamo e al modo in cui lo procuriamo, dalla storia dell’agricoltura industriale alla cultura del biologico) e, allo stesso tempo, di rimettere al centro la funzione politica e sociale della produzione artistica. Questo è il dato fondamentale che emerge da La solitudine dell’ape e che raramente si ha l’opportunità di cogliere nello scenario musicale contemporaneo (non solo italiano). 


Daniele Cestellini