Valeria Cimò – Terramadonna (Autoproduzione, 2014)

L’avevamo conosciuta anni fa nel trio Ma'arià, titolare del magnifico “Sugnari” (Ethnosuoni), di cui Valeria firmava la quasi totalità dei brani. Dopo il progetto solista “Menti”, accompagnato da uno scritto filosofico, ecco ritornare l’artista palermitana con il doppio album “Terramadonna” (valeriacimo@gmail.com), un percorso dentro la dualità, la scissione tra intelletto ed emozione, ma anche un titolo che mette al centro il parallelo tra la terra madre sfruttata e violentata e il corpo femminile ancora oggi disciplinato ed umiliato dai poteri religiosi e laici. Come nel precedente lavoro, il CD è accompagnato da uno scritto di filosofia, nonché da bellissime foto. Parlare di canto dialettale potrebbe sviare chi ci legge, rischiando di sedurlo con cliché folk siculi, invece di mettere l’accento sulla poetica della polistrumentista autrice Cimò (voce, pianoforte, glokenspiel, udu, cajon, tamburello, tammurra muta, tamburo sciamanico, gran cassa, req , darbouka, marranzano, didjeridoo, effetti), che riprende il canto popolare e la danza ma vi costruisce dentro nuove architetture sonore e liriche, spingendo alcuni passaggi verso la contemporaneità e la musica colta. È canto antico e profondo al contempo, voce che diventa ritmo, melopea e narrazione, sussurro e urlo, verso salmodiante e acceso, vibrante, emotivo e visionario. “Canzoni-poesie”, le definisce il grande poeta di San Francisco Jack Hirschman nel suo elogio-presentazione del disco: “Valeria Cimò è una fusione meravigliosa dei temi siciliani tradizionali di amore e morte frutto di un’elaborazione contemporanea e di una brillante sensibilità poetica che radica ogni riga in una sonorità capace di penetrare profondamente. Il suono è la terra assoluta delle sue poesie”. Ha un fascino arcano il brano d’apertura “Terra”, in cui il violoncello di Francesco Biscari accompagna canto e recitato dello sciamano Valeria. Archetto protagonista anche nel successivo “Parrinu”, new folk song, che è stata Premio Andrea Parodi per il miglior testo nel 2012. L’arpa classica di Gaia Sessa entra nella danzante “41”, dove le regine del mazzo di carte siciliane diventano metafora di rivendicazione della nuova condizione femminile (“E dicono che ora nel nuovo mazzo/ i siciliani aggiungono uno,/ e dice ora che nel mazzo nuovo/ c’è la Regina che fa 41”). “La terra è il nostro corpo, un corpo sonoro. Salvare la terra significa consentire alle nostre nature di essere”, recita l’incipit della title-track “Terramadonna”, con le note preziose tessute dalla chitarra di Gianluca Dessì degli Elva Lutza, partner di Valeria nel duo Kyma. Il rapporto tra corpo e terra vive in “Assemula”, brano dallo straordinario melodiare dialettale (“Lu vasu e ccu la vucca/ nta’ vucca ddu’ paroli / e ccu paroli mori”). Scrive Valeria nelle note del booklet (il pdf è contenuto nel primo CD): “La donna venerava l’acqua e la luce, un tempo. E se acqua significa generazione, e luce vibrazione, vediamo come esse già possedessero un’intera enciclopedia medica”. Delicata “Ninna Nonna”, rivisitazione di una lirica umbro-appennina, tramandata da sua nonna. Poi arriva ancora la chitarra cristallina di Dessì in “Passacaglia della vita”; mentre attacco di didjeridoo, e giochi di archi e chitarra dominano nella notturna “Animàquila”. Sulla stessa scia si pongono “Ziffati”, il cui testo proviene da “Ottave” di Antonio Veneziano, e “Occhi” (“luoghi terreni dove leggiamo la vibrazione e le geometrie delle nostre anime. Sono i luoghi della memoria dei luoghi, e vedono anche al buio, durante i sogni”, leggiamo nell’introduzione alla canzone). Invece, della ripresa del classico “Signuruzzu chiuviti chiuviti”, Valeria dice: “Ascoltavo Rosa (Balistreri, ndr) e mi pareva una danza della pioggia e con l'acqua si curano le ferite della guerra”. Il testo originale è continuato da Cimò, come una provocazione verso chi vuole fare solo filologia del canto popolare: “Penso che dobbiamo scrivere sulla tradizione e non viceversa”, aggiunge. La canzone che segue è l’incantesimo vocale di “Si ti cuntu un cuntu”, con la seduzione canora di Valeria su una cornice di archi e percussioni. L’assertività di “Sono Femmina”, incontra l’elettronica in combutta con i rapper palermitani SkizzoLfs-Lfscrew. Ci riporta alla sicilianità più vigorosa la coinvolgente “A Santa Rosalia”, che ha il compito di chiudere il disco; brano dedicato a Falcone e Borsellino, la cui invocazione assume una connotazione particolare. Canta Cimò: “Però Rosalia non esageriamo/ che un poco di orgoglio per noi puoi averlo/ perché se cento si ingozzano e sciupano,/ dieci tra loro si arrampicano in cielo”). Il secondo disco contiene otto racconti scritti da Cimò e narrati uno dalla stessa Cimò, gli altri da Beatrice Monroy, Claudio Collovà, Stefania Sperandeo, Eddy Governale, Giuseppe di Bella, Gaetano Grassia, Giovanna Cossu, Domenico Conoscenti, Adolfo Conte. Prendete nota per il prossimo Tenco. 


Ciro De Rosa