Bocephus King – Amarcord (Appaloosa/I.R.D., 2013)

Cantautore canadese dotato di grande curiosità ed eclettismo, Bocephus King nel corso della sua carriera ha dimostrato di meritare un posto tra i grandi della scena musicale americana, e questo non solo per le sue grandi doti di performer, ma soprattutto per il suo songwriting, che mescola blues, folk, e soul in un originale caleidoscopio sonoro. Da molti anni, l’Italia è per lui la seconda patria, e spesso lascia la sua casa, situata tra Tsawwassen e Point Roberts, nell’enclave americana in territorio canadese affacciata sull’Oceano Pacifico, per immergersi in lunghi tour sempre applauditissimi, che attraversano in lungo ed in largo la nostra penisola. Questo 2014 si è aperto con una ricca serie di concerti, che per tutto il mese di gennaio lo ha visto protagonista sui palchi dei principali club italiani, e per l’occasione, la rinata Appaloosa Records ha dato alle stampa “Amarcord”, una bella antologia curata dall’amico di sempre Andrea Parodi, che raccoglie il meglio dei suoi cinque album. Spaziando da “Joco Music”, il suo disco di debutto del 1996 al più recente “Willie Dixon God Damn!” del 2011, l’ascoltatore ha modo di ripercorrere l’intera vicenda artistica del songwriter canadese, lambendo anche qualche succoso inedito. Rispetto alle più comuni antologie di questo o quell’artista, che affollano gli scaffali dei negozi di dischi, “Amarcord” ha il pregio di non essere una mera compilazione, ma un ritratto dettagliato in musica, documentando anche le sue prime produzioni ormai introvabili da tempo, il tutto è condito da un corposo booklet, con le note di copertina di Andrea Parodi e dello stesso Bocephus King, e i testi tradotti in italiano di ogni brano. Ad aprire il disco sono i brani di “Joco Music”, disco registrato nella sua casa di Point Roberts, Wisconsin, l’inziale “On The Hallelujah Side” con il violino di Jesse Zubot che rimanda a certe pagine di “Desire” di Bob Dylan, la lenta ballata dai toni tex-mex “Juanit” e la splendida “Lay Down” in cui spicca la chitarra di Steve Dawson. Il country-rock dai sapori border di “Blues For Buddy Bolden”, e la trascinante “Ruby” ci conducono poi verso i brani estratti dal terzo disco, “The Blue Sickness” del 2000, e qui scopriamo un Bocephus King prima nei panni del bluesman con “The Way The Story Goes”, poi alle prese la dilaniana “Ballad Of The Barbarous Night”. La sontuosa “Eight And A Half”, ispirata da 8 e ½ di Fellini e caratterizzata da un arrangiamento in puro stile morriconiano, ci accompagna verso le deviazioni e gli esperimenti con l’elettronica e i campionatori del quarto disco “All Children Believe In Heaven” da cui sono tratte ”Goodnight Forever Montgomery Clift” e “Jesus The Bookie”. Completano il disco “Willie Dixon God Damn!” tratta dal disco omonimo del 2011, “Cowboy Neal” e l’inedito “What We Talk About When We Talk About Love” ispirato ad una novella di Raymond Carver. Ultimo regalo è la bonus track “Senor” di Bob Dylan, proveniente da una improvvisata session con due strumentisti indiani in cui il cantautore canadese ha registrato per intero Street Legal, altro progetto ambizioso e sorprendente, che a detta dell’autore verrà pubblicato quanto prima. “Amarcord” è, dunque, l’occasione per ripercorrere la carriera di Bocephus King, mentre per quanti si troveranno ad ascoltarlo la prima volta, sarà l’occasione per scoprire tutto il fascino e l’originalità del suo songwriting. 


Salvatore Esposito