Artisti Vari – From Another World: A Tribute To Bob Dylan

Spirito universale: “From Another World”, il canzoniere dylaniano trasfigurato nel segno delle musiche del mondo 

L’arte poetica di Bob Dylan reincarnata in tutte le lingue del globo? Non ci fosse dietro un’etichetta di punta come la francese Buda Musique e un’assoluta celebrità della world music come Alain Weber, produttore di questo specialissimo tributo, avremmo pensato ad un’antologia di strimpellatori alle prese con il repertorio del master of songs di Duluth. E invece? Che meraviglia questa imprevedibile idea di cercare l’universale nell’opera visionaria di Dylan, icona folk-pop-rock iper-coverizzata, facendo re-immaginare le sue canzoni a sacerdoti dell’oralità, musicisti provenienti dai quattro angoli del pianeta. Etnomusicologo e musicista egli stesso, Weber ha una lunga storia di esploratore di suoni e di mediatore di artisti del mondo arabo verso l’Europa (tra gli altri, è l’inventore dei Musicisti del Nilo). Il suo curriculum è impressionante: creatore delle etichette Long Distance e Cities, produttore di una miriade di dischi per Virgin, Network, Piranha, Ocora, EMI, Real World, è stato consulente musicale di “Latcho Drom”, il bel film di Tony Gatlif, è consulente artistico della parigina Citè de la Musique, direttore artistico del Festival delle Musiche Sacre di Fès in Marocco, del World Sufi Spirit Festival di Jodhpur in India, del festival Les Orientales di Saint-Florent-le-Vieil in Francia, del festival Musicas Segradas di Evora in Portogallo. Da fan dichiarato di Bob Dylan, Weber è l’artefice di questo lavoro perfino ardito, ma entusiasmante, che non ha nulla di artificiale. “Dylan ha fatto rivivere un’antica poïésis che oggi nel mondo vive in molte tradizioni viventi, dove l’ispirazione è sinonimo di rivelazione”, scrive nella presentazione il produttore francese. ” È lo stesso Alain a raccontarci come ha preso forma “From Another World: A tribute to Bob Dylan”, B-Choice del mese di febbraio di Blogfoolk. 

Cosa c’è dietro un progetto come Another World? 
È da tempo che lavoro nel campo della musica tradizionale, dirigendo festival e curando l'organizzazione di concerti in Europa e in tutto il mondo. Uno dei motivi del mio interesse per la musica etnica è dovuto al fatto che dagli anni Ottanta mi sono reso conto che la musica rock stava diventando troppo commerciale e lontana dal legame esistente tra i musicisti tradizionali e i “veri” artisti rock. Entrambi esprimono valori simili dal punto di vista del popolo, come i musicisti tradizionali e folk sono artisti marginali, emarginati e fuori casta, che al contempo riflettono la realtà della società in cui vivono. Nelle società tradizionali e rurali, anche se piacciono alla gente, che ha bisogno di loro, gli artisti in una certa misura hanno uno basso status sociale: sono rifiutati, di loro si ha paura per il potere emozionale che detengono, per la loro capacità di condurre le persone a uno stato emozionale elevatissimo; nel frattempo sono loro che conservano la memoria e l’identità collettiva della società, attraverso la poesia, i canti rituali, i canti epici. Oggi, a causa del mercato commerciale, delle reti di comunicazione e dei mutamenti nel comportamento, i musicisti sono diventati star, ma è un’evoluzione recente, in un certo senso sono ancora diversi. Cosicché l’idea del CD è stata quella di costruire una connessione tra questi due mondi: musica etnica e rock, tra occidente e musica soprattutto orientale, attraverso la poesia e attraverso Bob Dylan che esprime in sé tutti questi valori. 

La poetica di Dylan è la chiave di lettura del tributo… 
Dylan è eccezionale perché – come spiego nelle note del CD – è un poeta vero ma in modo profetico, con una visione come quelle che si possono trovare nella poesia tradizionale africana o orientale, dove il poeta folk-singer descrive la gente con un senso di spiritualità, moralità, saggezza, usando doppi significati, scrivendo canzoni dove ogni singola parola è davvero importante. Per esempio, il modo con cui Dylan scrive le sue canzoni è esattamente lo stesso dei poeti Baul dell’India o dei poeti sufi persiani. La musica è collegata alla società tradizionale, a uno specifico modo di vivere, non è solo intrattenimento. 

Questo ti ha portato a scegliere un certo tipo di artisti… 
Sono artisti che appartengono a un milieu tradizionale, a un ambiente sociale più o meno preservato nel suo contesto originale, che rimangono collegati agli eventi sociali: la vita del villaggio, i matrimoni, i pellegrinaggi, le cerimonie di circoncisione. La musica, fondata su specificità culturali, sociali ed ecologiche, è definita da musicisti che lavorano sulla trasmissione orale. È la musica associata a specifiche credenze, totalmente scissa dal concetto di arte ed estetica moderna, così come la troviamo nel mercato culturale occidentale; anche se oggi ci sono artisti che viaggiano al di fuori del loro mondo. Molti di loro sono artisti che conosco molto bene, perché ci lavoro da tanto tempo e li seguo da anni, come i Musicisti del Nilo o i Divana dal Rajasthan. Essendo un esperto di musica orientale e zingara, molti degli artisti provengono dal mondo orientale, dove la poesia è la radice della cultura, e dove la musica è parte del modo di vivere, come spiega molto bene Dylan in “Chronicles” o in tante interviste che ha rilasciato. 

I musicisti conoscevano Dylan? 
Alcuni lo conoscevano, altri conoscevano alcune delle sue celebri canzoni, la maggior parte di loro conosceva di nome, solo i Musicisti del Nilo non lo conoscevano affatto. Essendo musicisti tradizionali, la maggior parte di loro vive fuori dal mondo occidentale, a parte Purna Das Baul che è andato negli Stati Uniti e ha incontrato Dylan nel 1969 (lui è sulla copertina di "John Wesley Harding"). I musicisti del Rajasthan conoscevano la sua musica a causa della storia di Ravi Shankar e George Harrison, in qualche modo Dylan è molto conosciuto in India tra i musicisti. Una come Lhamo Dukpa dal Bhutan è una fan, così come gli aborigeni australiani sono grandi fan e ascoltano un sacco di musica rock. I rom dell’Ungheria conoscevano molto bene anche “Blowin in the wind”. Anche in Myanmarv (Birmania) conoscevano alcune delle sue canzoni. In generale, in Asia Bob Dylan è spesso presentato come uno storico cantante americano, un tipo di eroe che lottava per la libertà e i diritti umani, un ribelle, specialmente in paesi che hanno o hanno avuto una relazione politica con il comunismo. 

Come avete scelto le canzoni? 
Il fine è mostrare l’aspetto universale delle canzoni di Dylan – la poesia deve poter toccare tutta l’umanità, andando oltre i cliché culturali. Pertanto l’idea era di creare il collegamento attraverso le canzoni di Dylan, scegliendo quelle che avevano una connessione specifica con gli artisti. Per esempio, “Father of the Night” è un tributo al creatore che descrive la natura in un modo sacro come fa il popolo aborigeno con le Songlines, Le Vie dei Canti. “Blowin in the wind” come una domanda aperta… è legata ai rom e al loro mistero, con il tocco romantico di essere i figli del vento. “Jokerman”, che descrive lo stato del poeta nella società con riferimenti mitologici, è stata compresa molto prontamente dai Manghaniyar e Langa, casta di musicisti del Rajasthan. “Every Grain Of Sand” è piena di ricerca mistica e di dolore che esprimono l'idea di peccato e di desiderio di Dio, come fa un sacco di poesia sufi: per questo motivo il cantante iraniano Salah Aghili, toccato anche dalla melodia, si è preso la libertà di cantare un poema di Jalal al-Din Rumi sulla melodia della canzone. Tutti i testi sono stati tradotti e adattati alla propria lingua, che va dallo spagnolo a una specifica lingua etnica locale di nativi australiani o al dzongkha, un dialetto tibetano che è la lingua ufficiale del Bhutan. “God On Our Side” era più aneddotica, nel senso che la canzone parla della storia d'America fino alla seconda guerra mondiale in un momento in cui il regno del Bhutan era isolato dal resto del mondo e non a conoscenza di quello che stava accadendo al di fuori delle loro frontiere, ma la canzone come forte critica all'ipocrisia di utilizzare il nome di Dio per giustificare la guerra, non è lontana dallo stato mentale di non-violenza mentale del buddismo. 

Come produttore, ci sono stati consigli ai musicisti da parte tua? 
L’ho fatto all'inizio. Volevo che le persone fossero in grado almeno di riconoscere la melodia, ma tranne per alcune delle canzoni, sono rimasto incastrato! Tutti sono stati toccati dai testi, dalla storia dentro la canzone, dal significato poetico, tutti volevano appropriarsi loro stessi della canzone, andando oltre la melodia originale o adattandola alla propria cultura. Era qualcosa di naturale per loro. Essendo la musica orientale molto basata sull’improvvisazione e sull’interpretazione, ho lasciato andare tutto in quel modo. La prima volta che ho registrato Kocani Orkestar con la tromba del virtuoso Naat Veliov, dopo un minuto di melodia il brano “Rainy day Woman 12 & 35”, se n’era andato musicalmente totalmente da un’altra parte, il che all’inizio mi ha fatto impazzire, ma alla fine ho dovuto rendermi conto che il mio atteggiamento era stupido: Veliov stava solo facendo quello che mi aspettavo da lui per ricreare la sua canzone in modo diverso dallo standard occidentale con il suo background culturale. 

Quanto tempo c’è voluto per realizzare il disco? 
C’è voluto tanto, circa otto anni, ma non di seguito, ovviamente. In base alle diverse opportunità, alcune canzoni sono state registrate durante il tour in Europa, altre nel paese d’origine dei musicisti. Durante il tour abbiamo dovuto trovare qualcuno per tradurre i testi e adattarli alla melodia e poi registrarli su qualsiasi studio lungo la strada. Alcune persone mi hanno aiutato e abbiamo registrato anche in diversi studi spari in tutto il mondo, da Cuba all’ Algeria, dalla Birmania a Taiwan. 

Facendo un passo indietro, uscendo dal ruolo di produttore, come definiresti il progetto in base alla prospettiva etnomusicologica? 
In origine, il progetto non è stato concepito seguendo un approccio etnomusicologo, ma in realtà a causa del lavoro realizzato dagli artisti, in un certo senso, si è legato all’etnomusicologia. Di solito gli artisti non occidentali cercano di imitare la musica occidentale per motivi commerciali o sotto l'influenza della globalizzazione, ma in questo caso – come detto prima – hanno adattato il brano alla loro conoscenza musicale. Sarebbe interessante studiare com’è stato fatto a livello tecnico, specialmente per passare da un sistema armonico alle scale musicali modali. L’importante è dimostrare ancora una volta come una canzone popolare o tradizionale si basata sulla parola, su una storia. La qualità di una canzone è la capacità di mescolare parole e musica. Nel mondo orientale la poesia che deriva dalla tradizione orale è sempre legata a una melodia che dà vita alle parole, la melodia sta dando vita alle parole, tanto che la stessa melodia può essere utilizzato per testi differenti.  

Riesci ad immaginare un tour di “From Another World”? 
E perché no? Ma sarebbe costoso; forse accadrà un giorno per un tributo specifico! A volte, alcuni dei musicisti, individualmente, già suonano la canzone sul palco. 


Ciro De Rosa 

Artisti Vari – From Another World: A Tribute To Bob Dylan (Buda Musique/Felmay/Egea, 2013) 
Nel procedere dell’orchestra birmana Saing Waing di tamburi, metallofoni, flauti e oboi si riconosce il profilo melodico di “I want you”, ripresa più avanti nel disco anche in un’altra morbida versione non priva di passaggi improvvisativi, protagonista la cetra a ponticelli mobili zheng, percussioni e un suadente flauto del trio taiwanese Mei Li De Dao. Il violino ad archetto a due corde rababah di Mohammed Murad si insinua energico ed irresistibile sull’ipnotico bordone prodotto dal doppio clarinetto ad ancia semplice arghul, il flauto souffara orna la voce di Yussef Bakash (da poco scomparso) che canta con la nobile austerità di chi ha da sempre declamato l’amore e l’epica nubiana: solo le parole “Tangled up in Blue” ci riportano ancora al mondo dylaniano, trasposto nell’estetica da trance dei music-maker dell’Alto Egitto. Non c’è traccia delle chitarre affilate dell’originale, ma c’è tutto il cocente tratto sonoro trobadorico dell’est di Cuba nella bella versione che Eliades Ochoa propone nientemeno che di “All Along the Watchtower”, apertura folgorante di questo disco sorprendente che fa re-inventare a musicisti provenienti dai quattro angoli del pianeta queste storiche canzoni! Ma non è una cernita operata alla rinfusa, perché la predilezione è per virtuosi strumentisti, cantori e musicisti. C’è un filo rosso poetico che percorre tutte le tredici versioni del canzoniere dylaniano, realizzate da musicisti animati da analogo anelito poetico, da affine spiritualità, come rimarca Alain Weber nella nostra intervista e nelle note del booklet del disco. Se, dunque, in alcuni casi riconosciamo la linea melodica principale dell’originale, in altri ci si allontana decisamente sul piano sonoro (prendete la versione di “Father Of Night”, proposta dagli australiani Aboriginal People Yolingu di Yalakun nell’Arnhem Land). In un gioco di rimandi evocativi, coglie nel pieno “Mr. Tambourine Man”, archetipo del poeta vagabondo, seppure straniante nella resa del gruppo del grande Purna Das Bauls (che incontrò Dylan nlla seconda metà degli anni ’60 negli States) e di suo figlio Bapi Das Baul bengalesi, mistici e cantori erranti (“portati dal vento”!) con il loro magnetico canto accompagnato dal liuto monocorde ektara. E a proposito di vento che soffia, non poteva mancare l’anthem “Blowing in the Wind”, affidata, e poteva essere altrimenti, alle polifonie dei Kek Lang, rom Olah ungheresi. Note blues transilvaniche non aliene dalle origini rurali folk di “Corrina Corrina”, fatta propria dai campioni lautari di Clejani Taraf de Haïdouks, mentre si avverte un senso di irresistibile straniamento geografico quando le fanfare della Kocani Orkestar di Naat Veliov trasportano un brano come “Rainy Day Woman” dal calore festoso della Big Easy ad una festa di rom macedoni. Difficile sfuggire al fascino del canto accompagnato dal liuto târ di Salah Aghili alle prese con la melodia di “Every Grain of Sand”, brano pervaso di immagini bibliche, inciso per “Shot of Love”, alla quale l’artista iraniano ha accostato un poema del mistico Rûmi. Altro punto elevato del CD è “Jokerman”, riproposta dai Divana: qui l’immagine dylaniana del poeta-profeta trova sponda nelle vielle sarangi e kamacha e nelle ornamentazioni vocali dei Langa e dei Manghanyar del deserto rajasthano, che sono l’espressione di una magistrale cultura popolare di tradizione orale che basa la propria musica sulla struttura dei raga. Per restare nel sub-continente indiano, ecco un artista originario del mondo del buddismo tantrico himalayano. Dal Bhutan arriva Lhamo Dupka, che con la sola voce dall’ispirata naturalezza intona quel canto contro il connubio fondamentalismo religioso-guerra che è “With God on our Side”. Il viaggio prosegue, non meno avvincente e potente, con “Man Gave Names to All the Animals”, un’altra vetta del disco, introdotta dal flauto gasba e dalla voce declamante dell’algerino Sayfi Mohamed Tahar; le vibrazioni del canto beduino muovono le corde emozionali, il bendir di Gherib Nourredine scandisce il tempo, mentre il flauto di Rida Krail-Nouar Ammar intarsia la voce melismatica del leader o fluttua irresistibile. Come detto all’inizio, ascoltando la ritualità del canto di Yolingu per voce, didjeridoo e clapstick è davvero difficile pensare che si tratti di una canzone di Bob, eppure quell’inno alla natura – sottolinea Weber – richiama la sacralità delle vie dei canti dei nativi australiani, rendendo manifesta l’idea profusa nell’intraprendere questa iniziativa discografica: non un variopinto pot-pourri di cover, ma ascoltare ciascun autorevole testimone della propria tradizione musicale impadronirsi dello spirito della canzone del menestrello. 


Ciro De Rosa 

“From Another World”, Il Disco Tributo Che Non Ti Aspetti 
Bob Dylan, al pari forse dei soli Beatles, è l’artista rock che vanta più cover ed album tributo in assoluto, declinati in tutte le salse, dal blues al jazz, dal bluegrass alla musica classica, per finire negli anni più recenti con il reggae, la musica soul e il country. Alcuni di essi sono diventati negli anni dei piccoli grandi classici, ed un esempio sono certamente la fortunata serie in tre volumi “May Your Song Always Be Sung”, o “Gotta Serve Somebody”, o ancora il sorprendente “Is It Rolling Bob?”, il tutto senza contare che molte di queste operazioni sono spesso state “benedette” dallo stesso Bob Dylan, come nel caso delle bellissime colonne sonore dei film “I’m Not There” e “Masked & Anonymous”. “From Another World” è però il disco tributo che non ti aspetti. Ben lungi infatti dal cadere nell’esotismo di certi tribute album “naïf”, di cui traccia si trova in siti specializzati, come il purtroppo non più aggiornato dylancoveralbums.com, questo disco ha il pregio non solo di portare le canzoni del menestrello di Duluth nell’alveo della musica world, ma apre una riflessione nuova e forse del tutto inedita sulla sua sorprendente capacità di parlare a tutti, senza distinzione, di “razza”, religione e credo politico. A riguardo Rubin Carter, il celebre “Hurricane” della canzone omonima, condannato ingiustamente per omicidio solo perché nero, ebbe a dire a Larry Sloman in “On The Road With Bob Dylan”: “I suoi pezzi parlano della gente, e non c’è discriminazione in quelle canzoni, in quei messaggi, ed è proprio per questo che lo apprezzo”. 
Il senso di fratellanza, di amore e di rispetto nella diversità, hanno da sempre permeato le sue composizioni. Così, animato da una curiosità e da una innata capacità nel saper cogliere ogni dettaglio, Bob Dylan, passando di fase in fase nella sua ricerca sonora, ci ha raccontato l’uomo raccontandoci se stesso, e lo ha fatto con una sorprendente capacità introspettiva, che si può cogliere solo immergendosi nelle sue canzoni, ed interiorizzandole. La tensione continua che lo ha portato costantemente a guardarsi dentro, e a guardare nei nostri occhi, ha dato vita a capolavori immortali, canzoni che hanno fatto la storia del rock, canzoni nelle quali è racchiuso l’affresco affascinante della tradizione musicale americana, dal folk al blues, dal gospel al soul, fino a toccare il rock. In “From Another World” è racchiuso il senso profondo di tutto questo. Artisti e band di diverse culture, anche molto distanti tra di loro, si sono riconosciuti nelle sue canzoni, cogliendone l’unicità, l’umanità e la capacità profetica, e filtrandole attraverso le rispettive tradizioni musicali, ne hanno esaltato in modo superbo la portata universale. Dai troubadour cubani, agli zingari della Romania, passando per i poeti del Rajasthan ed i musicisti del Nilo, ognuno ha riletto Bob Dylan a suo modo, ora traducendo i versi delle sue canzoni, ora cogliendo l’essenza di quel selvaggio suono mercuriale di cui è stato padre. Ne è nato un disco unico, che si stacca dal normale concetto celebrazione fine a se stessa, diventando piuttosto un’opera che glorifica la carica ispirativa delle canzoni di Bob Dylan. Del resto, come ha detto Tom Petty: “Bob Dylan influenced absolutely everything”. 

Salvatore Esposito