IstradMarusic - [3 = 1 = n (Music for Minorities and Losers)] (Celinka, www.celinka.si, 2013)

C’è sempre fame di dischi come questo dell’istriano Dario Marušić (voce, violino, violino baritono, mih, sopele, campionamenti), musicista ed etnomusicologo di lungo corso, che conosciamo per il suo quarantennale impegno di rivitalizzazione del patrimonio musicale popolare locale. Leader di gruppi storici dell’area (Istranova, Pišćaci, Marušić Trio, solo per citare i maggiori), sodale dei friulani Sedan Salvadie; la sua discografia è corposa, per non dire delle numerose collaborazioni artistiche ed accademiche. Insomma, Dario è un’istituzione in terre fertili di musiche, festival e proposte artistiche che non sempre raggiungono la massima notorietà perché, paradossalmente, anche nel mondo folk esistono filoni modaioli e mainstream. Siamo di fronte ad un titolo emblematico, che con la formula 3=1= n esplicita l’assortimento culturale della penisola. È “Musica per minoranze e vinti”, in altre parole musica che è dalla parte dei marginali. Un repertorio che supera gli steccati etnici imposti dai nazionalismi statuali per parlare di micro realtà multiculturali, di un territorio che ingloba mondo slavo, Mitteleuropa e Mediterraneo, di scambi e mescolamenti che hanno sempre contrassegnato quest’area. Motivi tradizionali e nuovi brani usciti dalla penna di Marušić, melodie affidate a oboi popolari, cornamusa, flauti ed archi, tamburi, basso e corde che pompano ritmo, potenti bordoni e loop che conferiscono all’album un passo pieno e avvolgente, di impatto perfino dance; voci che si muovono su intervalli non temperati, lingue e dialetti adagiati gli uni accanto agli altri. Con il polistrumentista suonano Goran Farkaš (flauto diritto, sopele, voce), Saša Farkaš (chitarra, tamboura), Gorast Radojevič (basso), Ljuban Rajić (percussioni), Rachele Colombo (percussioni, voce), Boris Bako (parlato); partecipano in un brano le voci femminili provenienti da un workshop tenuto dallo stesso Dario. Dopo l’incipit affidato a “Zio Giovanni”, arriva la splendida e singolare polivocalità in due parti tipica del villaggio di Gallesano (“A la longa”), sposata ad uno strumentale composto da Dario (“Futurclaire”), che condivide l’andamento magnetico del successivo “Gospodari grejo spat”, tra gli episodi migliori del disco. È tempo poi di una villotta (“Voio cantar e star alegramente”), cui fa seguito una composizione musicata da Dario, “Oj, solata, grandičel”, cantata nella parlata ibrida dei villaggi di confine tra Slovenia e Croazia. Dopo l’ironia di “Dove xe ‘l moro”, eccoci a “Dojde vrah”, scritta nei primi anni novanta del secolo scorso, in epoca post-indipendenza, ai tempi di censimenti in Slovenia e Croazia; è una presa di posizione di chi non vuole essere rinchiuso nelle gabbie etniche. Gli istriani (italiani, sloveni, croati) – racconta Dario nelle note al disco che sono scaricabili da suo sito (www.dariomarusic.com) – preferiscono chiamarsi cugini, piuttosto che ricorrere al termine fratelli, troppo abusato dalla retorica nazionalista. Un tocco ironico lo porta ancora “Mama, Piero me toca”. Essenziale per l’uso di voce e tamboura è il canto d’addio “O, jini fanti”. Subito dopo incontriamo un set composto dal canto bivocale “Zis-am” di area istro-romena (siamo dalle parti del Monte Maggiore) e da una danza strumentale, “Columbaro”, per piva istriana e flauto a becco. Si prosegue con una villotta (“Oh, quanti fortunati”), accoppiata ad un’ipnotica melodia sostenuta dal violino che calamita l’ascolto. Si finisce con la protesta contro i tentativi di polarizzazione delle comunità, cantata nello stile polifonico della area di Ćićarija e testi in istroveneto (“Sono quello che sono […] bastardo istriano. Maledetti siano i confini e chi li ha inventati. Schengen, Schengen, figli di puttana […] Zagabria, Lubiana non contate su di noi…”). Più chiaro di così! 


Ciro De Rosa