Vruja - Brez Pašaporta (Celinka, 2013)

Vruja in sloveno significa sorgente, ruscello. Siamo di fronte ad una formazione storica nella divulgazione del patrimonio etnofonico istriano. Ciò che ha da sempre caratterizzato la proposta della band guidata da Marino Kranjac è lo slancio con cui mette l’accento sulla dimensione pluriculturale della penisola protesa nell’alto Mare Adriatico. Pertanto, non è fortuita la scelta del repertorio cantato e suonato in questo bel disco, emblematico sin da titolo plurilingue (“Senza Passaporto”), pubblicato in confezione digipack con libretto di 24 pagine. Si tratta di materiali tradizionali diffusi un po’ ovunque in Istria, a testimonianza della continua interazione tra le tre comunità storiche presenti (sloveni, croati, italiani). I Vruja (www.vruja.net) sono Marino Kranjac (voce, violino, mandola, piva, chanter, chitarra, tamburo, fisarmonica diatonica "triestina"), Alenka Kranjac (voce, tamburello, grata), Peter Kaligarič (fisarmonica), Rok Kleva Ivančič (violino), Gabrijel Križman (chitarra, mandola, shaker, voce), Gorast Radojevič (bassetto a due corde, basso elettrico). Al loro fianco un leggendario studioso e campione della musica istriana, Dario Marusic (voce, tamburitza, vela sopela, violino), che da Istranova a TrioKras, da Sedon Salvadie a Calicanto, alle collaborazioni con Branduardi e David Shea, ha dato impulso alla conoscenza di timbri e repertori della sua terra. Se Dario rappresenta l’Istria settentrionale, il trio vocale composto da Branimir Šajina, Noel Šuran e Zoran Karlic, che combina motivi popolari croati e italiani e modi interpretativi croati e sloveni, è campione del patrimonio istriano meridionale. “Brez Pašaporta” conferma il notevole valore dell’ensemble, che presenta un programma significativo e variegato. Il disco si apre con un attacco di pive, caratteristico del cosiddetto canto sotto le pive di Gallesano, cui segue la celebre ballata “La Bevanda Sonnifera”, la cui interpretazione ben evidenzia la procedura di mescolamento delle prassi esecutive proposta da Vruja, con strofe cantate in dialetto istro-veneto e ciacavo e la riproposta di una melodia attestata a Capodistria. Anche il successivo “Dve Lete In Pu” rivela uno schema ritmico e melodico che ha attraversato la penisola istriana, dall’interno verso la costa. Invece “Sem Slovenska Deklica” è accompagnata prima dal suono della piccola fisarmonica diatonica triestina, poi dal liuto a manico lungo a due corde (tamburitza), suonato da Marusic, che ci mette anche il suo vocione caldo e prorompente. Degne di nota le versioni polivocali di “La jera tre sorelle” e “Un Giorno Andando”, un intreccio di dialetti, cantati nella scala istriana con l’accoppiata voce sottile e grossa da Branimir, Noel e Zoran. Gustoso l’assetto tradizionale: due violini e bassetto a due corde, con cui Marino, Dario e Gorast suonano a tempo di valzer due canzoni popolai slovene. Non meno belli l’esecuzione a cappella di “Oj, Mati, Mamca”/ “Varda la luna”, brano diffuso ovunque dall’Istria all’area triestina, e di una canzone altrettanto comune a croati e italiani: “Pojela Je Nevstica”/ “La Cena Della Sposa”, proposta prima per sole voci, poi con accompagnamento strumentale. Cattura anche il gran finale con “Ona Mi Je Rekla”/ “Stara Sura”, a tempo di balun. Un album largamente raccomandato ai cultori della folk music, e magari una scoperta per chi pensa che sull’altra sponda dell’Adriatico ci siano solo bande di ottoni. 


Ciro De Rosa