Matilde Politi – Vacanti Sugnu China. Sicilian Folk Songs

Matilde Politi, Canto Libero E Resistente Dalla Sicilia 

Parliamo con l’autrice ed interprete palermitana in occasione dell’uscita di “Vacanti Sugnu China. Sicilian Folk Songs”, disco da poco pubblicato per la label monferrina Felmay. Disco poetico, intimo ed inquieto, che accarezza, scava nelle emozioni e nei desideri, si interroga sulla realtà odierna, graffia, urla e trafigge, con le sue immagini drammatiche e la potente teatralità. Con studi di antropologia culturale nel suo background, la polistrumentista Matilde Politi si pone in lodevole equilibrio tra registri folklorici ed autorali, rielabora la tradizione popolare, non la ricalca, la rispetta pur facendola propria; gli stilemi tradizionali sono riadattati con grande personalità, senza volere necessariamente assomigliare ad altre personalità della musica popolare siciliana, senza ammiccamenti, rinunciando ad un approccio manieristico o esclusivamente estetizzante della tradizione, mettendo in gioco la sensibilità di musicista colta, con alle spalle una lunga frequentazione della scena teatrale. Il programma del nuovo album comprende dodici brani, tradizionali isolani e nuove composizioni in siciliano che si aprono liberamente, attingendo a ritmi e pratiche antiche, cercando l’apporto di suggestioni sonore arabe, napoletane, rom, jazz, country e sub-sahariane. L’Africa per Matilde Politi – ce ne parla nell’intervista che segue – non è esotismo, ma è conoscenza, confronto, passione, collaborazione musicale, è realtà, anche tragica; un’Africa che si incrocia nei vicoli dei quartieri popolari della capitale isolana, un’Africa che bussa alle porte della stolida, ipocrita, colpevole fortezza Europa. Voce fortemente espressiva, dalle belle pieghe e sfumature, potente ma duttile, con tratti anche aspri, Politi canta le relazioni da un punto di vista femminile, racconta storie di migranti, è autrice engagé ma senza usare slogan, agisce sul territorio, nel suo quartiere; in passato aveva riproposto canti sociali e politici provenienti dalla storia della Sicilia ("A tirannia. Canti politici e storici del popolo in Sicilia"), più recente è il suo impegno con il movimento “No Muos”, per il quale ha scritto una cantata, costruita sul canone della tradizione dei cantastorie isolani. 

Il tuo rapporto con la città di Palermo… 
Una scelta che ogni giorno bisogna confermare, perché non è facile, non è una relazione effettiva, sono un po’ ai margini dal punto di vista funzionale. Non vengo sfruttata da questa città, io la sfrutto! Come dice il Buttitta, di “Stare attaccata alle rime della propria terra…”, in questo senso, la sfrutto. Hai presente quella poesia in cui Buttitta dice: “Un populo diventa poviru e servu quannu ci arrubbano a lingua addutata di patri: è persu pi sempri”? Questo è il motivo per cui anni fa ho deciso di ritornare a vivere in Sicilia e ci resto. Qui non c’è nessuna volontà, né da parte del privato né del pubblico, di valorizzare questo aspetto della cultura locale, per cui non c’è affatto lavoro, a meno che uno non se lo crei, ed è quello che faccio io…. Non c’è nemmeno consapevolezza di quello che si ha in città. Quindi resisto da un punto di vista di sopravvivenza e di senso, cercando di convivere e approfittare della realtà sommersa, non ufficiale, mentre ignoro e sono ignorata da quella istituzionale. Al Capo, il quartiere popolare in cui vivo, cerco di mantenere contatti con i musicisti locali, con la gente: le cose reali della città. Nel disco ci sono canzoni come “Festa della Borgata”, che è un tradizionale, frutto della relazione con questa parte della città: deriva dal lavoro con un gruppo di anziani del quartiere Albergheria del Centro sociale San Saverio, quando anni fa facevo con loro un laboratorio sulle tradizioni, cercando di fargli suonare qualcosa, anche se con molte difficoltà, perché il napoletano prevale sempre…. Qui vivo immersa nella musica napoletana, devo chiudere le finestre, ma lo stesso vengo aggredita dal neomelodico... 

“Vacanti sugnu china” è il titolo del nuovo disco. 
È il titolo di una canzone che non è di matrice tradizionale. Alla lettera, significa: “vuota sono piena”. Nasce dalla collaborazione con il chitarrista Enrico Tinelli, che ha tutt’altri orizzonti musicali. Mi interessava mettere in relazione il siciliano con la musicalità di questo chitarrista. Filosoficamente, per me ha tanti altri significati. I miei amici mi dicono che è come un haiku. Come accade in un altro brano, “Raggia du mari”, non un testo molto narrativo. Tra i significati c’è quello di una condizione in cui l'equilibrio tra le emozioni positive e negative trova un punto magico in cui tutto è armonizzato, è vuoto e pieno al tempo stesso, è l'unione degli opposti in un piccolo momento di beatitudine. 

Come hai scelto gli altri brani tradizionali? 
Sono brani che suoniamo con il gruppo, che però non erano entrati nel disco “Si eseguono riparazioni dell’anima”. “La Festa della Borgata”, “Ainavò” e “Vinnigni” li suoniamo da sempre, sono molto consolidati come repertorio: avevo l’esigenza di fermarmi e di registrarli. 

Riprendi anche un brano di forte suggestione, che è “Nici”, lo ricordiamo inserito in un disco storico dell’Albatros “Canti d'Amore e di sdegno, romanze e stornelli della provincia di Messina”, curato da Elsa Guggino ed interpretata dalla stessa Elsa Guggino in un altro disco capolavoro “Folkstudio Palermo”...
È un lamento di Annunziata D’Onofrio, che suonavo anche prima, quando lavoravo in teatro con Annalisa D’Amato; è un brano al quale sono molto legata. Anche se, dal vivo, non penso che lo farò… è un po’ eccessivo. In questo disco più che altro abbiamo voluto alternare tradizionali ed originali, cose che ci erano familiari e cose nuove, come “Blatte” o “Matri i l’emigranti”, che non erano mai state suonate. 

Raccontami proprio di “Blatte”, composizione dal testo di forte impatto, musicalmente composita, dove sono presenti tromba e trombone di Charles Ferris. 
È il brano più pop, sicuramente (ride, ndr). Da sempre sui brani tradizionali non voglio mettere cose che siano fuori dal contesto. Invece, con i miei brani mi diverto, non ho problemi di rispetto e di filologia. Per cui “Blatte” ha questo beneficio. Lo schema della canzone l’avevo fatto tanti anni fa durante un viaggio molto lungo in Africa; poi è rimasta sempre come addormentata, mai suonata in pubblico, non l’avevo mai arrangiata, non veniva fuori. Stavolta, mi sono proprio fissata che la volevo fare, perché il contenuto del pezzo mi rimanda a tutta una serie di livelli di significato. Per esempio, la parte finale in cui si dice: “Resistiamo, ‘ristamu ‘n piari”, è un po’ il concetto di base che racconta la canzone all’inizio: la relazione tra un uomo e una donna, Ma prende altri significati, per me come i siciliani, non possiamo fare altro che resistere. Quello delle blatte è un immaginario con cui insieme ad un gruppo di persone a me vicine abbiamo iniziato ad identificarci: nel vuoto di politica, dei riferimenti politici, delle adesioni possibili. Ci siamo ridotti ad assimilarci alle blatte: pura resistenza, per restare in piedi, per l’appunto. Dal punto di vista musicale il gioco è quello della massima libertà, delle associazioni estremamente libere, per cui mi è venuto lo scherzo con il riferimento al mondo zingaro. Prima collaboravo anche con un musicista ungherese che ora è andato via, ma tutte le cose che avevamo esplorato con lui avevano a che fare con quel mondo musicale, per cui mi è rimasto dentro e mi è venuto fuori. Tutta la ritmica, la relazione con la musica africana si deve al musicista senegalese che suona nel disco, che mi ha aiutato a spingere tutta la parte ritmica nella seconda parte del brano. La tromba, per me è autoironia, perché io non c’azzecco niente con le trombe, questo è sicuro…. Proprio per provocarmi, mi sono detta che ci starebbe bene la tromba… mi son proprio molto divertita. 

Doudou Diouf, il musicista senegalese, ritorna nella canzone “Matri i l’emigranti”, dove si guarda ai movimenti migratori di oggi, in cui la Sicilia è punto d’approdo, molto spesso tragico.  
Negli ultimi anni mi sono parecchio dedicata alla questione dell’immigrazione con attività in città, lavorando con i migranti in progetti tra musica e sociale. Perciò è venuta fuori questa canzone in cui l’idea rispecchia questo interesse: penso ad esempio alla questione delle madri tunisine alla ricerca dei loro figli scomparsi o anche ai dialoghi con i protagonisti dell’immigrazione di diverse generazioni. Musicalmente abbiamo voluto giocare sui quadri musicali, se vuoi, in maniera un po’ forzata, estremizzata, con questa orchestrina siciliana con grancassa e mandolino, la stessa cosa della tradizione mandinga guineana con il flauto, il corrispettivo africano dell’orchestrina. E poi Doudou suona questo flauto parlante, meraviglioso. 

Le immagini del mare ritornano nei due brani “Raggia du mari” e “Mari mari”. Da palermitana, da isolana non sfuggi al richiamo del mare. 
Io sono proprio marina… marittima, il mare è un punto di riferimento, l’idea del mare mi è molto familiare. Molto semplicemente il mare ha diverse facce, per me se fosse una divinità, avrebbe due volti, quello dell’accoglienza e dell’implacabilità. Questi due aspetti sono poi associati alle emozioni, agli stati d’animo: ti puoi perdere, ma c’è anche il desiderio di perderti in “Mari mari”; “Raggia” è legata ad una sera dove sul mare si sentiva il Marocco… Non so se ti è mai capitato di vedere quelle onde che si vedono in Africa, ben diverse rispetto al nostro Mediterraneo: la suggestione era quella.

L’aspetto teatrale e il rapporto con la tradizione del raccontare sono altrettanto importanti per te. 
La teatralità per me è inevitabile per la mia formazione. Il mio approccio nel cantare, nello stare in scena, nel comporre, ma anche nell’interpretare i brani tradizionali è proprio della scuola del performer. Rispetto alla scelta degli arrangiamenti, non ho un approccio estetico-musicale, di significato ed efficacia del messaggio, è più la ricerca di impressioni e di suggestioni. Il cantastorie, invece, è molto presente, oltretutto perché ho scritto questa Cantata No Muos in stile e metrica tradizionale, in ottava rima per il movimento No Muos (Il Mobile User Objective System è un sistema di comunicazioni satellitari gestito dal Dipartimento della Difesa USA che prevede la costruzione di una quarta stazione in Sicilia, nei pressi di Niscemi, cfr. www.nomuosfilm.it, ndr). Mi ero sempre tenuta un po’ alla larga da questi tentativi, preferendo utilizzare cose già esistenti. In questo caso è stata proprio una necessità politica, per dare un contributo alla comunità e al movimento. Era una questione di attualità, qualcosa da fare lì per lì, non c’era altra soluzione che provarci, e mi sono trovata a mio agio con le associazioni raccolte intorno a questo movimento. Soprattutto ho ritrovato una funzione totale in questa terra… in un momento in cui mi dicevo: “Lascia perdere, Matilde, non servi, per quello che cerchi di fare, non c’è domanda, non c’è richiesta…” Invece, con la cantata, in questo momento di rinascita del movimento siciliano, ho ritrovato una grande funzione. Di questo lavoro esiste anche un disco, che mi sono stampata. 

Nel tuo lavoro c’è sempre centralità della voce, dietro la quale sono gli strumenti, che non esercitano un predominio. C’è una forte essenzialità che esalta un canto dalle tante sfumature. Come nasce una canzone? Prima il testo, prima l’idea melodica che sviluppi? 
In “Emigranti” è nato prima il testo, poi la musica ha seguito, per far camminare quel testo su una melodia che la portasse bene. Invece in altri casi, come “Blatte”, era nata prima la melodia, era più un’esigenza emotiva che concettuale. Nel primo esempio, c’era la volontà di esprimere un’idea su un problema: prima la comunicatività del testo, poi la musica. In “Blatte” è lo stato emotivo a prendere il sopravvento con il clima di resistenza che mi rappresentava e che rappresenta certa gioventù siciliana di oggi. Anche nella canzone finale “Mari mari” è l’emozione che trova sfogo, una forma per esprimersi; la melodia era funzionale all’espressione di quello stato d’animo. Uso il canto come forma di espressione possibile per trasformare emozioni in altro. Poi cerco di trovare significati nel disco messo insieme, cercando di capire qual è la storia che il disco racconta, le tematiche... Il disco di prima (“Si eseguono riparazioni dell’anima”, ndr) e questo qui sono due mondi molto diversi, in parte – questo va detto – a causa anche del fonico: sono due stili diversi di scelte di mixaggio. Il primo era molto elegante e moderato in termini di suoni, molto pulito, non esce fuori niente…“Vacanti sugnu china” è tutto spinto al massimo, corrisponde anche alla linea che io esprimo, doveva uscire urlando. Avverto un bisogno di trovare dei fili conduttori, che consistono nel punto di vista femminile rispetto alla problematica delle relazioni. Poi c’è l’aspetto dell’emigrazione, poi ci sono i momenti proprio tradizionali che come contenuto sono staccati, però ci stanno in relazione al contesto. 

C’è una figura di artista siciliana del passato o del presente cui in una certa misura hai guardato o guardi ancora? 
Per il presente, mi dispiace, ma devo rispondere no. Rispetto a Rosa Balistreri… non la ascolto da anni. Non ce la faccio… non ascolto musica siciliana, non ce la faccio. Per me, i cantastorie rimangono un grande riferimento. 

Cosa ascolti? 
Ascolto molta musica africana, c’è una perfezione, un punto di eccellenza musicale assoluta soprattutto nella zona del Mali. È musica a cui mi sono parecchio avvicinata, che suono. Suono le percussioni, il balafon. Il modo migliore per capirla è suonarla, sono riuscita ad arrivare orgogliosamente a questo punto ed anche a portare la musica al Festival au Désert. 

Hai suonato al Festival au Désert nel 2011, ci racconti quell’esperienza? Ci ero andata l’anno prima per andare in esplorazione, proprio come traveller… e mi ero assolutamente innamorata, avevo confermato tutta la mia passione per la musica maliana. Ma mi sono innamorata del contesto, della gente, della situazione. Da allora mi sono messa in testa di voler suonare là, ma non perché fa curriculum… Il primo anno che ero andata ero riuscita anche a suonare su un palco con un piccolo gruppo popolare locale tuareg. Riuscire l’anno dopo a portare il mio gruppo, con la mia musica e la nostra ritmica e farla sentire è stato l’ideale. Hanno seguito e ballato, dall’inizio alla fine, l’entusiasmo era reale, genuino: un momento di ricarica, di rigenerazione.


Matilde Politi e Compagnia Bella - Vacanti Sugnu China. Sicilian Folk Songs (Felmay, 2013) 
Se non fosse un’immagine abusata, diremmo che la polistrumentista (voce, chitarra, fisarmonica, concertina, balafon, marranzano, tamburello, percussioni) incarna l’antico e il moderno. In realtà, “Vacanti sugnu china” va oltre questo schema: i brani tradizionali incarnano la malia della parola cantata più che rappresentare studio filologico, sono testimonianza dell’impegno nella comunità locale da parte dell’artista del Capo, del lirismo profondo, di una narrazione fatta di richiami ai frutti della terra e ad una pratica di pesca, drammatica e sanguinaria, benché fortemente impressa nell’immaginario isolano. Ma a colpire nel nuovo disco dell’artista palermitana sono soprattutto le nuove folk songs di Matilde, voce che carezza e graffia, esprime passione, desideri e illusioni, talvolta disincanto, ma soprattutto è determinata a resistere alla sciatteria e all’opacità culturale imperanti. Con lei è la Compagnia Bella di abituali ed affiatati accompagnatori: Simona Di Gregorio (voce, organetto, marranzano, tamburello, percussioni), Gabriele Politi (violino, viola, mandolino, oud, cori) e Lelio Giannetto (contrabbasso, cori), con l’aggiunta di Doudou Diouf (flauto tokhoro, voce, banjo, chitarra acustica, basso elettrico, djembe, percussioni) e la partecipazione di Enrico Tinelli (musica e chitarra in “Vacanti sugnu china”) e Charles Ferris (tromba e trombone in “Blatte”). Vitale, festosa e fisica “Festa della Borgata” apre il disco, con i suoi incastri di moduli tradizionali, è un brano che un tempo risuonava nella strade palermitane, ripreso da Matilde attraverso il suo lavoro con gli anziani dell’Albergheria. “O vui chi un cori avistivu”, canto raccolto e trascritto nel primo Ottocento, è reinterpretato conservando le allusioni colte della versione originale. “Donna”, testo tradizionale su musica di Matilde, inonda con la sua austera bellezza, il modulo canoro da cantastorie è combinato con i ricami mediterranei dell’oud, del violino e delle percussioni; echi d’Africa riempiono la splendida “Raggi du mari”: “E come viene se ne va la rabbia del mare, se me ne vado io, qua non torno più no no / Sono venuta da lontano per prendere te, nel mio cuore prendi dimora come il pesce dentro il mare / svegliati!”, cantano Matilde e Simona. Invece la struggente romanza/serenata “O Nici come fazzu” proviene dal repertorio di quella formidabile interprete popolare che è stata Annunziata D’Onofrio. Il confronto tra migrazioni siciliane del passato e movimenti migratori odierni, nei quali la Sicilia è anelata terra d’approdo, è il tema della magnifica “Matri i l’emigranti”, tra i vertici del CD, canzone imperniata su una sorta di quadro stilizzato, che ritrae l’incontro tra un’orchestrina siciliana e l’omologo ensemble dell’Africa occidentale (balafon, percussioni, flauto); nel brano è protagonista il flauto di Doudou Diuf, che assume movenze prog. Di ben diversa atmosfera è un'altra canzone figlia della diaspora, “Femmeni americane” di Paolo Citarella, tratta dal repertorio degli anni Venti del Novecento, realizzata per il mercato degli italo-americani: qui un padre condannato al carcere per aver difeso la rispettabilità della figlia le imputa di imitare gli atteggiamenti emancipati delle donne statunitensi. È un brano di marcata contaminazione, con l’iniziale stereotipia della fronna ‘e limone, cui segue l’innesto di elementi jazz e country. Ancora vertici assoluti con “Blatte”, canzone dallo schema mutevole, passaggi sincopati, percussioni, corde e voci che si incontrano e si scontrano, in più i fiati stranianti di Ferris. Dopo la polifonia vocale d’inizio, si fa strada un violino danzante, poi è un tripudio di voci e strumenti nel classico tradizionale “Vinnigna”. All'opposto, la canzone che dà il titolo all’album proviene da una registrazione casalinga, è poesia minimale: canto sottile sulle corde della chitarra di Tinelli. Un preludio pieno di tensione prima dell’esplosione in “Ainavò”, cavallo di battaglia di Matilde dal vivo, con il violino del fratello Gabriele in primo piano in questo medley di canti di mattanza del tonno. La canzone finale è “Mari mari”, pura voce di lamento, anelito ed invocazione, che si affida al mare. “Vacanti sugnu china” è un disco notevole, degno di svettare al Premio Nazionale Città di Loano e nella sezione dialettale delle Targhe Tenco: prendete nota! 


Ciro De Rosa