Barbez - Bella Ciao (Tzadik, 2013)

“Il disco ha cominciato a prendere forma nel 2009, quando ero alla MacDowell Colony e là ho fatto amicizia con un compositore straordinario di nome Yotam Haber. Yotam mi ha fatto conoscere il mistero e la musica accattivante della comunità ebraica romana. Né Ashkenzi, né sefardita, né parte della diaspora, gli ebrei romani sono i più antichi abitanti continui di Roma e la loro musica liturgica è stata trasmessa oralmente di generazione in generazione, sopravvivendo anche all'Olocausto, grazie a un etnomusicologo visionario di nome Leo Levi e studiosi come Elio Piattelli, che hanno registrato e trascritto queste melodie dopo la guerra”, così, l’eclettico chitarrista dei Barbez, Dan Kaufman racconta la genesi di “Bella Ciao”, quinto disco della art-rock band newyorkese, che giunge a sei anni di distanza da “Force Of Light”, dedicato alla poesia di Paul Celan. Come il precedente anche questo nuovo lavoro esce per la ormai leggendaria collana “Radical Jewish Culture” della Tzadik di John Zorn, che negli anni ci ha offerto una straordinaria visione in chiave moderna delle radici della musica ebraica. Quelle radici, Kaufman ha deciso di andarle a ricercare a Roma, seguendo un percorso non convenzionale, e complice la visita alle Fosse Ardeatine, laddove il 24 marzo 1944 furono massacrati per ritorsione trecentotrantacinque ebrei, ha preso forma l’idea di celebrare non solo la musica liturgica della comunità ebraica romana, ma anche la loro strenua resistenza contro il Nazi-fascismo, durante la seconda Guerra Mondiale. Al ritorno di Kaufaman a New York, i Barbez si sono ritrovati ai BC Studios di Brooklyn e così lentamente ha preso vita questa splendida raccolta di undici brani, in cui si intrecciano rock, jazz, e psichedelia, dando vita a quello che potrebbe essere un perfetto commento sono dei tanti filmati dell’Istituto Luce, che raccontano la persecuzione degli Ebrei a Roma, come in tutta Italia. Le splendide architetture sonore costruite da Dan Kaufman si reggono essenzialmente sulla sua chitarra, che sviluppa nel corso dei brani un dialogo continuo con il theremin di Pamelia Kurstin, il violino di Catherine McRae e i clarinetti di Peter Hess, mentre a puntellare le linee melodiche troviamo Danny Tunick che si destreggia tra marimba, vibrafono, organo e pianoforte, il tutto supportato magnificamente dalla sezione ritmica composta da Peter Lettre al basso e Johnny Bollinger alla batteria. Ad impreziosire il tutto c’è poi anche il supporto di Dan Coates all’elettronica e quello delle due guest vocalist Alba McCarthy e Fiona Templeton. Ad aprire il disco è la superba “Shema Coli”, un brano di grande potenza evocativa in cui la linea melodica, che rimanda alla tradizione ebraica, fa da sfondo ad un susseguirsi concitato di immagini sonore in cui ritroviamo il passo delle milizie fasciste, le irruzioni notturne alla ricerca degli ebrei, le fughe a perdifiato, il dramma dei bombardamenti, le mitragliatrici. Si prosegue con le struggenti e drammatiche “Echa Yasheva Vadad” e"Yoshev Beseter Elyon”, in cui risuona il dramma di quei giorni del 1944, e che ci introducono alla poesia “Et Shaare Ratzon” e “MizmorLeasaf”, in cui si ritroviamo i versi di Pierpaolo Pasolini e Alfonso Gatto. L’immaginifica “Kamti Beashmoret” ci conduce verso il finale dove spiccano l’incredibile versione di “Bella Ciao”, cantata da Dawn McCarthy, la notturna e sofferta “Umevi Goel” e la pianistica “Channun Kerov Rachamav”, che suggella un disco di rara intensità e bellezza. 


Salvatore Esposito