Doc Watson - The Definitive Doc Watson (SugarHill Records, 2013)

Quando si parla di musica pura, si parla di Doc Watson e del suo ruolo da “libera tutti”, si parla di un talento totale ed estremo, una “voce” su strumenti come la chitarra acustica e il banjo, che travalica i confini nazionali, e si staglia nel cielo dell’ispirazione più completa. Questo uomo, che ha fatto musica per tutta la vita partendo da una chitarra da dieci dollari, dalle corde come filo spinato, ha spianato la strada per il ruolo dello strumento principe della musica che ci piace. Signore e signori: la chitarra acustica! Fino alla rivoluzione attuata dal nostro, tale strumento era relegato al mero accompagnamento in combo, dove il ruolo di solista era affidato al violino. La tecnica autonomamente sviluppata, e l’utilizzo della chitarra, che diventa strumento centrale nel fare musica hanno fatto scuola, così come il suo fingerpicking perfettamente a tempo e dal suono come cristalli di roccia, e il suo flatpicking definito UDUD (up down up down), con i movimenti ritmici alternati sul battere e il levare) sono diventati marchio di fabbrica. L’aspetto da vecchio zio bonario ci ha aiutato a metterci in comunicazione con la sua bella voce, e con le storie raccontate dal suo fare musica. Insieme a lui spesso c’era il figlio Merle ad accompagnarlo, purtroppo mancato nel 1985 per un incidente al ranch. Doc rimase cieco per una infezione agli occhi, e come sempre eventi di questo tipo scatenano una sorta di ipersensibilità verso il fatato mondo della musica. Doc, che annovera tra le sue primarie influenze The Carter Family,Jimmie Rodgers, Uncle Dave Macon, Riley Puckett, The Delmore Brothers, Chet Atkins e Merle Travis, continua la tradizione di dare nomi alle sue chitarre, da Ol Hoss, la “Gallagher”, che potete sentire su “Will The Circle Be Unbroken” della Nitty Gritty Dirt Band (se non avete questo capolavoro attivatevi subito!) a Donald. Il fare musica di Doc è totalmente fuori dal tempo, la sua musica è allo stesso tempo Antico e Nuovo Testamento e non ci si può chiamare musicisti se non ci si nutre di grande musica come questa. Musica, che come ricordavo all’inizio, è pura perché si muove lungo coordinate altre rispetto al music business. Pensate alla saggezza antica e piena di risonanze del lavoro nei campi dei nostri nonni, ben prima e a latere della rivoluzione industriale, c’era gente legata al territorio e alle tradizioni nell’unico modo sano. Una grande collezione di musica.


Antonio "Rigo" Righetti