Giorgio Adamo (a cura di), Musiche Tradizionali In Basilicata. Le registrazioni Di Diego Carpitella ed Ernesto de Martino (1952), Squilibri 2013, pp. 248, Euro 28,00, Libro con 3 CD

Formidabile quel mese (30 settembre – 31 ottobre) dell’autunno del 1952. “La spedizione etnologica in Lucania” dell’équipe interdisciplinare composta da Ernesto de Martino, Diego Carpitella, Vittoria De Palma, Franco Pinna, Marcello Venturoli, “primo e raro esempio italiano di ricerca multimediale”, scrive Clara Gallini nell’introduzione al volume demartiniano postumo “Note di campo” (Argo, 1995), testimonia la costruzione di un metodo d’indagine; è la felice convergenza di studio etnologico, tensione culturale e politica, compiti istituzionali: la spedizione fu realizzata con il sostegno del Centro Studi Nazionale Musica Popolare e della RAI. La campagna di rilevazione nell’entroterra lucano aveva come fine la raccolta del maggior numero di canti popolari e la testimonianza e la documentazione di quanto all’epoca era definito in termini di “ciclo di vita” e di “magia”. De Martino compie un viaggio nuovo, non è soltanto il classico viaggio iniziatico del ricercatore: il campo si rivela luogo nel quale “l’etnologo mette in causa le proprie categorie concettuali per sottoporle a un confronto che le farà trasformare senza del tutto perderle”, scrive ancora Gallini (p. 64). La straordinaria campagna nel “paese del cupa cupa” – secondo la felice definizione dello stesso Carpitella – riafferma il valore del terreno come “luogo di esperienze e di verifiche di verità”, getta le basi per la definizione di concetti, categorie interpretative, campo d’indagine e pratiche della ricerca etnomusicale, scientificamente fondata, in Italia. La novità è rappresentata – come riconoscerà circa trent’anni dopo Carpitella – dall’esigenza, avvertita da de Martino, di aprire la ricerca alle dimensioni musicologiche e visuali proprie della cultura popolare. In altre parole, la ricognizione lucana rappresenta la “culla dell’etnomusicologia sul campo”, per usare le efficaci parole di Maurizio Agamennone. È un’etnografia mai distante dall’oggetto, anche passionale. In precedenza, era il 1993, l’allora Discoteca di Stato e l’IRTEM avevano pubblicato un CD contenente solo 39 brani, un disco distribuito fuori commercio a studiosi ed istituti culturali. Ricordo ancora con emozione l’ascolto che ne feci in casa di Clara Gallini e la sollecitudine con la quale mi recai alla stessa Discoteca per richiederne immediatamente una copia. Sulla scia della diffusione di analoghe opere comprendenti storiche registrazioni etnomusicologiche, riveste un valore eccezionale la pubblicazione oggi da parte dell’editore romano Squilibri del volume “Musiche tradizionali in Basilicata. Le registrazioni di Diego Carpitella ed Ernesto de Martino (1952)”, a cura di uno specialista come l’etnomusicologo Giorgio Adamo – contenente i materiali confluiti nella Raccolta 18 degli Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Proprio il tamburo a frizione, assurto a simbolo del sapere terragno della Basilicata, è messo in copertina del volume di oltre 200 pagine, che esce con allegati tre CD audio, che equivalgono all’incirca a 210 minuti di canti e musiche registrati a Matera, Grottole, Pisticci, Ferrandina, Colobraro, Valsinni, Stigliano, Marsicovetere, Viggiano, Savoia di Lucania e Tricarico. Siamo di fronte a 110 brani sui 142 conservati in archivio; materiali di elevatissimo livello esecutivo, un mondo musicale straordinario di alberi di canto, di voci femminili, soprattutto, ma anche strumentisti di gran livello, una magistrale varietà sul piano dei repertori, molti dei quali scomparsi o modificatisi profondamente nel quadro culturale enormemente mutato rispetto ai tempi della discesa demartiniana, “da risultare del tutto de-formati”, osserva Adamo. Dai tre CD sono stati esclusi brani stilisticamente inadeguati o ritenuti non rappresentativi in termini di coerenza stilistica. Puntuale la ricostruzione delle fasi della spedizione e delle registrazioni, l’esplicitazione dei criteri di selezione dei documenti sonori e degli interventi tecnici eseguiti sui materiali di partenza per migliorarne la fruizione. Note accuratissime, che affrontano anche la questione della trascrizione del testo poetico dei canti, accompagnano l’analisi delle manifestazioni sonore (ninne nanne, canti all’altalena, lamenti funebri, giochi cantati della mietitura, canti a scantille, canti di lavoro, canti rituali, canti al cupa cupa, alla zampogna, all’organetto, tarantelle, polke, valzer, mazurke, giochi infantili, arie paesane, e ancora una pastorale, un brano per foglia d’edera, per scacciapensieri). In coda al volume è posto un consistente apparato iconografico, con gli scatti di Pinna e di Arturo Zavattini che registrano frammenti di vita e immagini di volti di un mondo agropastorale disgregato o del tutto scomparso, ma documentano anche fasi della ricerca demartiniana. Ci si chiederà a chi si rivolge questa pubblicazione che racconta la storia della Basilicata e, in senso più ampio, del meridione d’Italia? Anzitutto, alle comunità locali alle quali, finalmente, va riconsegnato il proprio patrimonio culturale (è il medesimo fine che ha condotto alla costituzione del già attivo Archivio delle Tradizione Musicali della Basilicata da parte di Altrosud, in sinergia con enti e istituzioni di ricerca), agli studiosi, ai musicisti e ai cultori che spesso attingono a versioni magari edulcorate di musiche canti. Che meraviglia! 


Ciro De Rosa