Francesco Benozzo & Fabio Bonvicini – Libertà L’è Morta

Dedicato ai canti e ai personaggi che hanno fatto la storia del movimento anarchico in Italia tra Ottocento e Novecento, “Libertà L’è Morta” è il nuovo progetto che vede protagonisti fianco a fianco Francesco Benozzo e Fabio Bonvicini, due eccellenti musicisti e ricercatori, da sempre impegnati nel recupero e nella rielaborazione della musica tradizionale. Li abbiamo intervistati per approfondire la genesi e le tematiche di questo interessante disco. 

Come nasce il progetto "Libertà L'è Morta"? 
Ci conosciamo da diversi anni, animati dallo stesso slancio per la musica tradizionale e per le terre appenniniche, dalle quali uno di noi due proviene (Fabio) e nelle quali l’altro è andato a stare (Francesco). Pur senza dare una forma visibile a questo nostro sodalizio – a parte un paio di brani dialettali incisi insieme, una collaborazione editoriale nel libro curato da Fabio “Con la guazza sul violino” – sentiamo personalmente che stiamo collaborando insieme, in diverse forme, da almeno dieci anni. Da circa tre anni Francesco stava lavorando individualmente a un progetto di rivisitazione dei canti anarchici, che aveva presentato in un paio di concerti a Modena. Abbiamo a poco a poco capito che si trattava di un preambolo, di una specie di crepuscolo d’alba in attesa di un mattino più completo in cui fossimo in due a lavorarci. Anche perché, oltre all’Appennino e alla musica tradizionale, abbiamo capito che condividevamo, nel profondo e non in superficie, anche una propensione spontanea verso il pensiero libertario. 

Potete parlarci delle ricerche sui canti anarchici che avete compiuto per questo disco? 
Ci siamo basati molto sul bel libro di Franco Schirone e Santo Catanuto “Il canto anarchico in Italia”, ma non abbiamo rinunciato a ricerche d’altro tipo, sia sul campo che provenienti da letture collaterali. Ad esempio, in un libro che parla delle peculiarità della lingua gaelica irlandese parlata dagli emigranti del Connemara in Nord America abbiamo trovato la notizia, del tutto inattesa in quel percorso di lettura, delle musiche eseguite dai pipers irlandesi lungo le vie di Boston la notte in cui furono assassinati Sacco e Vanzetti. Inoltre, e questa è la vera anima artistica del disco, abbiamo lavorato intrecciando, mescolando e stratificando canzoni libertarie a canzoni tradizionali “tout court”. 

Quanto sono stati determinanti i vostri rispettivi percorsi di studi per questo progetto? 
L’attività di etnofilologo di Francesco ha portato alla luce alcuni sentieri che magari non avremmo incontrato, o non immediatamente, come nel caso del canto anarchico di Pascoli o in quello appena citato di Sacco e Vanzetti. La conoscenza profonda di Fabio delle modalità musicali della tradizione ha consentito un allargamento inatteso delle sonorità del disco e inciso profondamente sugli arrangiamenti.

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento e rielaborazione dei singoli brani?
Tenendo di base l’arpa come mappa armoica e melodica, abbiamo poi lavorato con gli strumenti a fiato e con l’organetto a un intreccio che fosse al tempo senso semantico e semplice, senza alcun ammiccamento, ma con un’attenzione abbastanza ossessiva alla pulizia dei suoni. Questo anche perché la tradizione del canto anarchico va in una direzione spesso compiacentemente contraria a questo, e noi consideriamo questo lavoro prima di tutto una ricerca sulla musica tradizionale, che riguarda il canto anarchico in quanto soggetto tematico, ma ancora di più per il fatto che, almeno per come la intendiamo noi, tutta la musica tradizionale, fin dalle ragioni per cui nasce, rappresenta un tentativo di riscatto e un grido di libertà.

I brani scelti ruotano intorno al tema della Libertà, quanto sono attuali i canti anarchici? In questo senso splendida è "La Bella Non è Morta", in cui si canta della Libertà che è solo assopita… 
Sono attuali se è attuale l’idea di libertà, appunto. La loro attualità, di nuovo, è simile a quella del canto tradizionale: è un’attualità che paradossalmente nasce dalla sua inattualità, dall’appartenere a qualcosa che è a monte e che sarà dopo, a una dimensione di fondali più che di movimenti superficiali di onde. Cose permanenti e fondamentali: il lampo e non il lampione, per intenderci. 

Tra i momenti più intensi del disco c'è senza dubbio "Quartine, interrogatorio e morte di Sante Caserio", ci potete parlare di questo splendido canto? 
Esistono centinaia di versioni note di questo canto. Ne abbiamo proposte due: la prima, relativa alla vita di Caserio, su un’aria tipica del maggio drammatico dell’Appennino, e la seconda, che riguarda l’interrogatorio prima della sua uccisione, su una musica tradizionale salentina. La scelta non è casuale: Caserio è per noi anzitutto un personaggio dell’epopea popolare, come Rinaldo e come Gano, come gli eroi cantati dal maggio drammatico che appartengono ai cicli medievali delle canzoni di gesta e della tavola rotonda: è in questo modo che la tradizione lo ha accolto e trasformato. 

Lo scandalo della Banca Romana, cantata ne "Il Crack delle Banche" suona oltremodo attuale e ci insegna che alla fine cambiano i tempi, ma non le persone… 
Non cambiano nemmeno i tempi, probabilmente. Quello è un brano per provare a sorridere della stupidità umana. 

Nel commento presente nel Booklet su "Addio Mia Bella, Addio", emerge come questo canto risorgimentale sia stato poi assorbito nel corpus di canti anarchici, ci potete spiegare meglio questo passaggio? 
Non è un’anomalia: questo è il modo che il canto tradizionale ha di vivere e propagarsi, riciclando se stesso, “tradizionandosi” attraverso una costante trasformazione. È da qui che nasce la sua continuità, in senso darwiniano, evoluzionista: come la giraffa che si trasforma, allunga il collo, si adatta, ma lo fa non per cambiare, bensì per non diventare qualcos’altro. Il canto imposto ai coscritti risorgimentali è in questo caso preso dal canto libertario al fine di ribaltarne completamente il tema guerrafondaio: vigliacco non è chi non parte per la guerra, ma chi non resta protestando contro la guerra. 

Ci potete raccontare la storia dietro alla toccante "Nel Giorno Dell'Ira, Nel Giorno del Fato"?
Questa storia riguarda Giovanni Pascoli e la sua giovanile adesione al socialismo rivoluzionario. Pascoli si fece quattro mesi di carcere per avere inneggiato al fallito attentato di Passannante contro Umberto I, ma scrisse contemporaneamente altre poesie di ispirazione libertaria. In Romagna frequentava i famosi “accoltellatori” riminesi, i gruppi socialisti legati agli ideali di azione diretta, uno dei suoi amici migliori era quel Micheletti nel cui giardino Gaetano Bresci si andò a esercitare con la pistola tre giorni prima di andare ad ammazzare Umberto I. Il testo che abbiamo messo in musica, riscoperto di recente negli archivi di Sogliano al Rubicone, è uno dei tanti che probabilmente egli scrisse, un piccolo microcosmo anarchico dove troviamo uno slancio giovanile e incorrotto verso il “sol dell’avvenire”. 

Un episodio che sembra uscire dal tracciato e dalle sonorità del disco è "Anarchy In The Space", come nasce questo brano in cui un tamburo a cornice dialoga con i loop elettronici? 
Collaboriamo da anni con Beppe Acito, che gestisce la piccola sala di registrazione di Vignola dove abbiamo registrato anche questo album. Lavorando egli nell’ambiente della musica elettronica gli abbiamo chiesto di entrare nello spirito del disco e di privare a fare un brano anche lui. Che a noi piace molto. Un esempio un po’ audace ma efficace di “tradizionamento” della tradizione. 

Potete raccontarci del brano conclusivo "Codini e Spadini", che affianca due aspetti di Modena, ovvero la famosa e prestigiosa Accademia Militare e Sandrone con La Polonia, una maschera della commedia dell'Arte… 
I cadetti dell’accademia militare sono a Modena patetiche maschere tardo-settecentesche che vagano per la città vestiti come dei pagliacci, delle specie di bradipi con cappello e spadino. Siamo partiti da una scritta che c’era su un muro del centro di Modena fino a pochi anni fa, e che la dice lunga sull’amore dei modenesi per questi individui, vale a dire “Ai maiali il codino, ai cadetti lo spadino!”, e abbiamo costruito questa storia in cui pensando di avere a che fare con il figlio rimbecillito di Sandrone, che si chiama Sgorghiguelo, capiamo invece che si tratta di un cadetto. Un occasione, per noi, per incitare alla chiusura dell’Accademia e alla restituzione del Palazzo Ducale alla cittadinanza modenese. 

Questo fortunato connubio tra voi due avrà un seguito? Avete altri progetti per il futuro?
Partiamo tra qualche giorno per le Isole Fær Øer, dove i canti anarchici risuoneranno tra i fiordi vulcanici. Sì, stiamo già pensando al nuovo progetto, più legato questa volta all’Appennino, ai suoi personaggi marginali, ai vagabondi e perdigiorno di osteria. 


Francesco Benozzo & Fabio Bonvicini – Libertà L’è Morta (TUTL Records) 
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

I canti anarchici rappresentano un patrimonio importante della tradizione musicale italiana, non solo dal punto di vista storico, ma anche per la profondità del loro contenuto. Si tratta, infatti, di canti di libertà, canti in cui sono racchiusi il dolore, la sofferenza, le ingiustizie subite, le lotte politiche contro i potenti e gli sfruttatori, ma soprattutto canti di speranza, che suonano ancora oggi di sorprendente attualità. A questo corpus di canti, risalenti al periodo tra Ottocento e Novecento, due raffinati musicisti e ricercatori come Francesco Benozzo (voce, arpa celtica e arpa bardica) e Fabio Bonvicini (voci, piva emilaina, ocarina, organetto diatonico, violino e percussioni), hanno voluto dedicare un disco e così è nato “Libertà L’è Morta”, nel quale hanno trovato posto undici tracce tra materiali tradizionali, rielaborazioni e composizioni inedite. Sorprendente è già il fatto che a pubblicarlo sia la TUTL Records, etichetta discografica delle Isole Fær Øer, e non già un discografico italiano, ma ciò che colpisce sin da subito è soprattutto la cura e la dedizione con la quale è stato realizzato il disco. Se nel libretto ogni brano è presentato accuratamente e con dovizia di particolari, allo stesso modo l’ascolto si caratterizza per arrangiamenti minimali, ma allo stesso tempo eleganti ed efficaci in cui spicca senza dubbio l’uso di strumenti tradizionali come l’arpa celtica e la piva emiliana, che esaltano le trame melodiche. Ad aprire il disco è “La Bella Non è Morta”, brano dedicato alla libertà quale desiderio mai sopito, che funge da perfetta introduzione per la successiva “Quartine, Interrogatorio e Morte di Sante Caserio” proposta in una versione struggente in cui brilla la linea melodica scandita dall’arpa celtica e in cui spicca il verso “I miei compagni sono dell’Anarchia, ma io faccio il fornaio e non la spia”. Si passa poi ad una trascinante versione de “Il Crack Delle Banche”, brano composto nel 1896 a seguito dello scandalo della Banca Romana (“se rubi una pagnotta a un cascherino...crack!/ te ne vai diritto in cella senza onore/ se invece rubi qualche milioncino, / ti senti nominar commendatore!”), ma ancora oggi di grande attualità, a cui segue “Addio Mia Bella Addio”, forse il canto anarchico più noto in Italia. La piva emiliana di Fabio Bonvicini è protagonista del medley tra “Theidhir Abhaile Riu”, e “Brian Boru's March”, due marce eseguite dai pipers irlandesi in onore di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti giustiziati ingiustamente il 22 agosto 1927 nella prigione di Charlestown in Massachusetts. Al tentato regicidio di un cuoco lucano che con un coltello aveva tentato nel 1878 di sgozzare il re Umberto I è dedicata “Per Una Storia di Giovanni Passannante”, la cui melodia evoca una ninna nanna toscana, mentre la successiva “Nel giorno Dell'Ira, Nel Giorno Del Fato” arriva direttamente dalla penna di Giovanni Pascoli (“Un rosso vessillo nell’aria fiammeggia/ e in mezzo una scritta vi luccica in ner./ Le dolci fanciulle che avete stuprato/ i bimbi che in darno vi chiesero il pan,/ nel giorno dell’ira, nel giorno del fato/ i giudici vostri, borghesi, saran!”) che la compose per l'Internazionale Anarchico nel 1878 e a cui per l’occasione è stata aggiunta un’appendice tratta da un canto rivoluzionario spagnolo degli anni Trenta. Non mancano altri due brani storici del repertorio di canti anarchici ovvero “Le Ciminiere Non Fanno Più Fumo” e “La Canzone Che Ammazza Li Preti” (“Bevi compagno, bevi/ sinnò t’ammazzerò»/ «Nun m’ammazzà compagno ch’adesso beverò...”), mentre sorprende l’inedito in chiave folk elettronico “Anarchy In The Space” realizzata da Beppe Acito. Chiude il disco “Codini e Spadini” il duo mette alla berlina la storica Accademia Militare di Modena e i suoi cadetti, che vengono messi a confronto con due personaggi della Commedia dell’Arte e del Carnevale ovvero Sandrone e la Pulonia. “Libertà L’è Morta” è dunque un disco di grande importanza non solo per il pregio di recuperare alcune preziose testimonianze storiche, ma anche per la qualità e l’intensità con cui è stato inciso. Un disco, insomma, che consigliamo di non perdervi. 


Salvatore Esposito