Tonino Zurlo – L’Ulivo Che Canta (AnimaMundi)

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Tonino Zurlo non è mai stato ospite al Premio Tenco. Circostanza fortuita? Dimenticanza? Omissione di un artista la cui fama risale agli anni Settanta – tempo di frequentazioni del Folkstudio –, che ha inciso pochi dischi (siamo al terzo), volendo respingere la mera commercializzazione della sua musica. Non vogliamo pensare che la poesia contadina di questo pezzo di storia pugliese, il suo canto antico, scabro ma flessuoso, la sua canzone d’autore che non fa sconti non possano ricevere il riconoscimento della platea che dovrebbe portare in alto la vera canzone popolare italiana, che è anche dialettale. Vedremo in futuro, per ora ci godiamo i quarantadue minuti de L’ulivo che canta, il più recente e saporito lavoro di Zurlo. Basterebbe leggere la bella presentazione di Sandro Portelli contenuta nel booklet del disco pubblicato dall’etichetta otrantina AnimaMundi, lucido esempio di scrittura profonda e passionale al contempo, per raccontare definitivamente la nuova opera poetica del cantore di Ostuni. Proviamo a fornire qualche altra coordinata sul disco di un musicista-artigiano fuori dagli schemi. Da scultore Zurlo plasma il legno d’ulivo (le sue sculture in legno sono fotografate in copertina e nel libretto di presentazione), da cantore di antica tradizione modella la parola, acuto e corrosivo osservatore che riflette sul passato ma soprattutto sul presente alienante e consumista, comunque, distante da nostalgie idealizzanti il tempo che fu. Si è detto che Zurlo è pugliese, ma nella sua musica – per fortuna – non c’è traccia di ebbrezze dionisiache salentine; intorno a lui un gruppo di preparati musicisti, che riesce a costruire arrangiamenti improntati all’essenzialità che esaltano la lingua irriducibile di Tonino. Sono Mauro Semeraro (chitarre, mandolino, bouzouki, tamorra, kerkebab), Nicola Farina (basso e contrabbasso), Vito De Lorenzi (tabla, udu drum e batteria), Antongiulio Galeandro (fisarmonica), Giorgio Distante (tromba), Alessio Anzivino (tuba), Mario Grassi (grancassa e rullante), Piero Vincenti (pianoforte). Cornice mediterranea per “Trenda e trendune”, sagace analisi dell’egemonia culturale del berlusconismo. Irresistibile la cantilena popolare “Lu sunette”, cui seguono le atmosfere fadiste di “Lu frate in polizia”, una canzone scritta nei primi anni Settanta che nella sua essenzialità poetica sa andare ben oltre la difesa pasoliniana dei figli del popolo a Valle Giulia. Intreccio di plettri per “Lu mangia mangia”, partitura che richiama la grande tradizione bandistica pugliese in “Viva l’Italia”, canto-declamatorio che motteggia l’obnubilamento della coscienza collettiva del Belpaese. C’è tutto il sud nella canzone “Lu jattone”, per trio di chitarra, chitarra battente e mandolino, scritta da un altro cantastorie di Ostuni, Angelo Ungaro, negli anni Trenta del secolo scorso, un commento allo sfruttamento sul lavoro. Pianoforte, voce e percussioni in “L’acqua”, ironico e tagliente canto che prende di mira il marketing delle minerali. Dopo un frammento recitato (“La marina”), approdiamo ad un’altra esplicita folk song che denuncia la facoltà del potere economico di stravolgere le relazioni sociali, mettendo l’uno contro l’altro persone della stessa classe sociale. Lo stravolgimento del rapporto con la terra è il tema di “Li prefisce”, dove il clima da cantastorie popolare e le grida del venditore si aprono a trascinanti squarci swing. Ancora un ritorno agli anni Settanta con un ricordo dell’assenza di comodità dell’infanzia in “Fore a dde me”, brano colorato di note blues e moduli gospel che diventa una critica all’abuso di beni di consumo della contemporaneità. Degna conclusione con “Senza bagagli”, che propone ed impone una profonda riflessione sulla vita. 


Ciro De Rosa