Il Folk Adogmatico degli Edaq

È da un po’ di anni che il nordovest della penisola è diventata fucina di idee e proposte che si spingono oltre quanto osservato, ma soprattutto ascoltato, in tema di folk revival. Prima i Tendachënt dalla stagionata (come le eccellenze casearie locali) arte musicale, ricchi di preziosi sentori sonori, poi gli Abnoba, audaci rampolli di gran razza artistica – sprezzanti del pericolo dei puristi in agguato nelle acque stagnanti del folk-revival e della pseudo-tradizione vecchia dalla notte dei tempi – capaci di attraversare i repertori valligiani, mettendoci dentro sciabolate rock e jazz, con un occhio rivolto anche alla meglio gioventù d’oltralpe. E senza dimenticare Lou Dalfin, che hanno svecchiato la tradizione occitana dei focolari, sposando ghironda e dancefloor. Ancora, il progetto TradAlp, dentro gli stessi personaggi chiave del mondo folk valdostano. Idea formidabile di orchestra per strumenti popolari, con un grande senso della composizione, protagonisti con uno dei migliori dischi italiani usciti nel 2012. Ora dal Piemonte non passano inosservati gli Edaq (acronimo di Ensemble D’Autunno Quartet), vale a dire Francesco Busso (ghironda elettroacustica), Gabriele Ferrero (violino, viola, mandolino), Flavio Giacchero (cornamusa bechonnet e clarinetto basso), Enrico Negro (chitarra acustica), Stefano Risso (contrabbasso, elettronica). Si propongono con il disco d’esordio “Dalla Parte Del Cervo”. Tutti musicisti non di primo pelo, personaggi che stanno tutti all’interno del mondo neo-trad del nordovest. A leggere un po’dei loro riferimenti musicali italiani ed internazionali si comprende che hanno e le orecchie e gusti buoni. Mostrano libertà assoluta nel rileggere le tradizioni regionali da ballo, ma anche quella francese, da sud a nord, rivisitando brani d’autore (il bretone Etienne Grandjean) e componendo brani in stile folk, ma guardando al jazz come al rock e all’elettronica. Qualcuno parla di "folktronica dall'Arco Alpino", noi di Blogfoolk, piuttosto che coniare etichette, ascoltiamo musica, abbiamo “Dalla parte del Cervo” in heavy rotation sul nostro stereo redazionale. Enrico Negro, già colonna di Compagnons Roulants, Tendachënt e Dòna Bèla, ma anche protagonista anni fa di “Rosso Rubino” (FolkClub/Etnosuoni, 2005), raffinato lavoro chitarristico solista, ci ha raccontato la storia di chi sta “Dalla Parte Del Cervo”. 

 Ciro De Rosa 

Intervista con Enrico Negro 

Come nasce il progetto Edaq? 
Il progetto Edaq nasce circa tre anni fa, in origine solo come trio (Gabriele Ferrero, Flavio Giacchero ed Enrico Negro), per poi ampliarsi man mano fino a diventare un sestetto dall’estate 2012, con l’aggiunta rispettivamente di Francesco Busso alla ghironda, Stefano Risso al contrabbasso e da ultimo Adriano De Micco alle percussioni. 

Nella vostra proposta musicale il folk si sposa con l'elettronica e il jazz, come avete aperto questo varco di ricerca? 
In realtà è venuto da sé. Le varie estrazioni ed esperienze di ciascuno di noi hanno portato in maniera naturale ad aprirsi all’ uso di sonorità “altre”. Ciascuno di noi è più ferrato in una certa materia o genere, per cui, essendo Edaq un gruppo assolutamente democratico, abbiamo cercato di far emergere le peculiarità di ogni musicista. Per l’utilizzo dell’elettronica è stato fondamentale l’apporto di Stefano che ha curato tutte le parti sintetiche trattandole quasi alla stregua di uno strumento aggiunto all’organico. Tutti e due i linguaggi sono ormai parte integrante della nostra dialettica. 

Quali sono le vostre principali ispirazioni, i vostri riferimenti e le vostre radici musicali? 
Sono tantissime e differenti, io (Enrico) Flavio e Gabriele abbiamo un percorso comune di stretta collaborazione in ambito folk che dura ormai da circa 20 anni, Stefano arriva da tantissime e variegate esperienze, dal jazz all’improvvisazione pura, all’elettronica, Francesco dal balfolk, Adriano dal Jazz e dal pop. Riguardo ai riferimenti e alle ispirazioni vanno da Bill Evans a John Martin, da Ali Farka Tourè ai Perlinpinpin Fòlc, dalla Ciapa Rusa all’ Art Ensemble of Chicago, dai Blowzabella ai Pentangle, da Pat Metheny a Louis Sclavis e… potrei continuare così a lungo. Ad ogni modo per quanto numerosi siano i nostri riferimenti musicali cerchiamo sempre una nostra via per comunicare con la musica. Il risultato del nostro lavoro è dovuto al continuo confronto tra sei diversi individui che si muovono in un determinato ambito musicale cercando nuove modalità di relazione e di espressione verso l’esterno. 

Qual è il vostro rapporto con la musica tradizionale dell'Alpino e della Valle D'Aosta in particolare? 
E’ molto stretto soprattutto per alcuni di noi. Gabriele Ferrero e Flavio Giacchero sono due alfieri storici della musica tradizionale dell’arco Alpino. Certo, per motivi geografici (essendo dislocati tra la provincia di Torino e quella di Cuneo) siamo più vicini alle espressioni tipiche del Piemonte, ma ci capita anche di confrontarci con il repertorio della Valle d’Aosta o di altre regioni d’Europa. 

Quanto ha contato per voi essere parte di quella fucina creativa che è Grand-Mere? 
E’ stato ed è sicuramente una grande opportunità, soprattutto di confronto, di crescita e di condivisione con tanti altri fantastici musicisti che ne fanno parte, non per niente in seno a GM si è sviluppata l’orchestra Tradalp di cui siamo orgogliosamente membri. 

Il vostro primo disco "Dalla Parte del Cervo" più che un album di debutto, ha i tratti di un opera di un gruppo già maturo, come nasce questo disco? 
A Dicembre 2011 periodo in cui si sono aggiunti Francesco e Stefano abbiamo deciso di realizzare un disco e anche se un po’ frettolosamente abbiamo scelto, arrangiato e composto il materiale da registrare. L’unico punto fermo che ci ha guidati è stato di fare un lavoro che ci soddisfacesse appieno, non solo dal punto di vista musicale ma anche della veste grafica che è stata curata con grande gusto e perizia da Francesco. 

Ci potete parlare del vostro approccio agli arrangiamenti, che nella recensione disco mi è sembrato corretto definire adogmatico… 
E in effetti la definizione mi sembra azzeccata. Cerchiamo di essere il più possibile noi stessi senza farci condizionare dal già sentito. Chiaramente nel momento in cui affrontiamo brani della tradizione la prima operazione che facciamo è di capire come renderli nostri, senza però snaturarne l’essenza. Voglio dire che se approcciamo una courenta, una polca o un valzer cerchiamo di rispettarne il contenuto ma ci permettiamo di dargli il vestito che più ci soddisfa. 

Restando in tema di dogmatismo musicale in "Bollito Crudo" si avvertono influenze jazz come influenze klezmer, ci potete parlare di questo brano? 
Bollito Crudo nasce da un tema che ha composto Flavio, il resto è venuto fuori durante le prove dall’apporto dei singoli musicisti. Gli echi di jazz o klezmer che si avvertono non sono stati pensati a tavolino. Molto è dovuto al grande utilizzo che facciamo dell’improvvisazione. 

Uno dei brani centrali del disco è la suite "Hanter-Dro Du Trehic/Buxus Semper Virens", nella quale mi sembra ci sia anche spazio all'improvvisazione… 
Sì come ho già espresso prima l’improvvisazione è una componente essenziale dell’estetica di Edaq. Tutti i soli registrati sul disco sono frutto di improvvisazioni, ma anche una buona parte degli arrangiamenti ha preso forma così. 

Durante l'ascolto mi ha colpito molto anche "Acqua Scorre" e quel gioiellino che è "Bourreè A Trois Temps/Bourreè Girasole", come nascono questi brani? 
Acqua scorre è una mia composizione dedicata al vals musette che sicuramente risente in qualche modo della mia formazione classica. Le due Bourreè sono rispettivamente la prima tradizionale e la seconda scritta da Gabriele e sono state approcciate da Edaq con le stesse modalità degli altri brani.

Nel disco trovano posto anche elementi che rimandano alla musica celtica come nell'evocativa "Morenic Hill"… 
Probabilmente suona celtico ma non è stato voluto, in realtà è una mazurca che Gabriele ha scritto come omaggio alle colline moreniche della zona in cui vive. Tutta l’introduzione registrata è stata improvvisata. 

Come si caratterizza il vostro approccio live? 
A seconda dei contesti in cui ci troviamo ci presentiamo in formazione completa o ridotta. In ogni caso siamo abbastanza fedeli al disco. Certo quando abbiamo la possibilità di esserci tutti e sei e di poter così utilizzare anche l’elettronica (che è parte integrante ormai della nostra estetica) riusciamo ad esprimerci al meglio 

Da ultimo, potete parlarci dei vostri progetti futuri? 
Stiamo lavorando su nuovi brani di repertorio sia tradizionali che composti da noi e stiamo piano piano meditando un nuovo lavoro discografico, magari per il prossimo anno. 


Salvatore Esposito