B-Choice: Lino Straulino - Mosaic

Lino Straulino, tra il Tagliamento e il Mississippi 

Cantautore eclettico, e poliedrico, Lino Straulino è una delle grandi voci del Friuli, della cui tradizione musicale è appassionato ricercatore ed interprete. Nel corso della sua ormai trentennale carriera ha spaziato dal folk con lo storico gruppo La Sedon Salvadie, al rock con Fale Curte, fino ad arrivare in anni più recenti al blues e alla riscoperta della musica tradizionale della sua terra. Lo abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione di Mosaic, il suo primo disco dal vivo, e insieme a lui abbiamo ripercorso le tappe principali della sua multiforme carriera artistica. 

Come si è evoluto il tuo songwriting nell’arco di trent’anni di attività? 
Ci sono stati tanti momenti diversi nel mio percorso artistico. Sicuramente c’è da dire che nel mio caso sembra che negli anni io abbia saltato continuamente di palo in frasca, da un genere all’altro, ma alla fine la musica è come una buccia di cipolla, è composta da tanti elementi che si aggiungono negli anni, però rimane sempre quello che si è fatto negli anni precedenti. E’ un percorso che va in questa direzione. Il folk sicuramente ha rappresentato un punto importante di partenza negli anni ottanta, dove potevamo confrontarci con la musica tradizionale e le nostre radici. A quel tempo il folk revival italiano era qualcosa di molto condiviso e molto sentito per chi lo faceva, e sebbene poco diffuso e poco conosciuto, come del resto adesso. Alcuni personaggi di questa scena hanno avuto però un minimo di eco, e penso ad esempio a Riccardo Tesi o altre persone, che hanno trovato qualche ragione in più. All’epoca c’era questa grande passione legata al folk e questo spirito ha animato il mio percorso negli anni successivi, anche se mi sono riavvicinato alla canzone d’autore, cosa che avevo un po’ dismesso in quegli anni. 

Puoi raccontarci dei tuoi primi passi nel mondo della musica, so che il tuo primo disco era in duo con tua sorella Olga… 
All’inizio della mia carriera, ho cominciato proprio come cantautore alla fine degli anni settanta, e nel 1983 ho realizzato una cassetta con mia sorella, poi ho fatto delle cose per conto mio, e che non hanno trovato mai la luce da nessuna parte. Erano canzoni che scrivevo e che poi rimanevano nel cassetto. Finito l’episodio del folk revival, nei primi anni novanta ho ripreso a lavora sulla forma canzone, ma quella matrice legata alla tradizione friulana è rimasta dentro, per cui anche lì è stato interessante per me, perché ho riutilizzato quelle esperienze come base per la mia musica, che è fortemente contaminata da tante cose, ma rimane sempre un modo di approcciare il songwriting molto territoriale, molto legata all’esperienza della musica tradizionale italiana. Nei miei primi dischi usavo strumenti della tradizione che suonavo io stesso, facendo sovraincisioni, il mio lavoro era indirizzato all’utilizzo dei materiali folk per creare qualcosa di nuovo. Erano delle sonorità, delle timbriche molto affascinanti, e quel modo di arrangiare i brani derivava dai tanti ascolti che avevo fatto in questo ambito. 

Nel 1987 sei entrato ne La SedonSalvadie, a distanza ormai di molti anni, quanto è stata importante quell'esperienza?
Il periodo del La SedonSalvadie è stato importante per la mia formazione in ambito folk e ha influenzato molto il mio cammino come cantautore, e ancora oggi ha una valenza fondamentale nel mio processo creativo. 

Ciò che ha sempre caratterizzato il tuo songwriting è la peculiarità di cantare in friulano, quanto è stata importante la tradizione della tua terra nel tuo modo di fare musica? 
Ora che sono “nel mezzo del cammin di nostra vita” e ho qualche annetto, mi chiedo che senso abbia fare musica oggi nel ripetere lo stile americano, o lo stile di Neil Young, e credo sia necessario trovare strade nuove. In questo senso credo che, nonostante quello che sembri, l’unica strada percorribile oggi per fare qualcosa di interessante ed innovativo, sia quello di rivolgersi al passato, alla tradizione nostra, a quella antica, che ha tanti elementi interessantissimi. Ad esempio in questo periodo sto studiando come funziona il sistema musicale friulano, e finalmente, con mia gran gioia, ho cominciato a comprendere qualcosa in più. Ho notato che spesso si fa di ogni erba un fascio, mettendo insieme canti degli alpini e ninne nanne, però capire un po’ se esiste un sistema in cui muoversi non è cosa semplice. E’ interessante poter individuare uno stile musicale, un carattere musicale tipico all’interno di una tradizione, e qui in Friuli incredibilmente abbiamo un grande esempio con una scala ridotta di note, che è alla base di tutti i nostri canti tradizionali, e parlo di oltre cinquemila melodie che hanno tutte una struttura molto simile, e seguono regole, formule e cadenze precise e riconoscibili come le quartine ottonarie, la disposizione su otto misure. Tutte queste cose rimandano anche per certi alle dodici misure del blues, alla scala pentatonica, strutture musicali sulle quali spesso in passato mi sono indirizzato per comporre la mia musica o improvvisare. In questo senso sono contento di aver individuato un sistema musicale, dal quale poter partire per creare nuova musica, e che parte dalle strutture tradizionali della mia terra, senza ricorrere al blues, che continuo ad amare come musica, e guai a chi me lo tocca. E’ interessante questa cosa a cui non avevo mai pensato, perché in fin dei conti, il rapporto con la musica tradizionale era per me di tipo affettivo, non c’era uno studio profondo sulle tecniche di improvvisazione, era qualcosa di meno consapevole in passato. Finalmente, dopo tanti anni, sto scrivendo delle melodie che sono nel puro stile tradizionale, come le avrebbe inventate un contadino friulano di duecento o trecento anni fa. 

A questa determinazione non ci ero arrivato prima, e non perché fosse difficile, ma perché non ne avevo consapevolezza. Non esiste una scuola che ti insegni questo approccio, il mio è un pensiero divergente, nuovo, diverso, perché va contro quello che è il sistema più comune di intendere la musica. Io sono sempre uno spirito inquieto e mi piace sempre cercare qualcosa, qualche novità, mi sono addentrato in questi studi, e ho scoperto che guardando alla propria tradizione, finisci per scoprire delle cose che veramente ti lasciano sorprese, perché c’è ancora materiale su cui lavorare, continuare a studiare, confrontarsi e fare musica. Il problema della musica tradizionale non è proporre il materiale antico, cosa importante e che abbiamo fatto, ma piuttosto scrivere qualcosa oggi che sia in corrispondenza con le proprie radici. Questa è una cosa molto più difficile, perché presuppone una conoscenza profonda del sistema musicale della propria terra, e anche del testo, infatti se prendiamo un canto monostrofico lirico in friulano, in quattro versi dobbiamo esprimere un concetto ed è necessario poi chiudere perché dura appunto una quartina e basta, e se ne aggiungiamo un altro diventa un’altra canzone.Per dire qualcosa di importante, bisogna farlo in maniera stringata, come fosse un haiku giapponese. Per tanti anni ho fatto musica in friulano e non musica friulana, queste sono due cose ben diverse. Non è solo la lingua a caratterizzare un genere musicale, ma soprattutto le strutture musicali tipiche. In questo senso il nostro percorso è stato difficile perché in Friuli non avevamo un grande rapporto con la musica tradizionale, che negli anni ci è stata anche un po’ trafugata, nel senso che se ne sono impossessati altri, è un po’ come capita sempre nella musica del popolo, che viene sempre un po’ travisata e ce ne giunge sempre una versione deteriorata e distorta, così che per chi l’ascolta ed è abituato ad ascoltare cose molto più radicali e forse più vere, si trova spiazzato. Ascoltare un canto popolare a sei voci con l’orchestra, fa questo tipo di effetto, perché cancella e rende irriconoscibile la melodia. 


Nella tua carriera ha avuto un grande peso anche il tuo amore per il Blues… 
Da quando ho cominciato ad ascoltare musica, ho sempre amato il blues e la musica afroamericana, ed è stato sempre presente nella mia discografia e nella mia vita. Credo che ci siano però delle cose che vadano capite, il fatto ad esempio di aver reinterpretato in chiave blues alcune melodie tradizionali, per altro, molto conosciute e suonate, è una scelta che nasce dall’esigenza di rivitalizzare questo repertorio che è quello più comune e logorato. Molte persone che hanno ascoltato i brani tradizionali rifatti con il banjo, mi hanno detto che finalmente riuscivano a capire i testi, perché spesso erano abituati a cantarli in osteria con la cadenza solita e finivano per dire le parole come giaculatorie, preghiere, senza sentire quello che si diceva. Altra cosa importante, per me, è stato mettere in discussione anche l’approccio al blues perché, tornando alla nascita di questo genere che vede l’incontro tra melodie europee e i colori ritmici dell’Africa, è chiaro che entriamo dentro all’idea di sistema musicale, e quindi teoricamente può diventare blues qualsiasi cosa compreso un canto tradizionale friulano. Dipende dal fatto che, in fondo, utilizzare un certo tipo di ritmo e un certo tipo di modo di cantare, una cadenza, un uso di alcune blue note, questi pochi cambiamenti finiscono per dare un carattere blues a qualsiasi cosa. E’ la stessa cosa che i neri hanno fatto con gli inni religiosi cristiani cattolici o protestanti che fossero, facendoli diventare quella meravigliosa rassegna di spiritual e gospel, che ancora si sentono e ci fanno venire i brividi quando li ascoltiamo. Credo che questa operazione si possa fare con tutta la musica, adottare un sistema musicale come quello è chiaro che diventa tutto molto interessante. Poi il gioco ha funzionato molto bene, ed è nato questo disco che è “L’Alegrie”, che è piaciuto parecchio, nonostante questa operazione un po’ strana di eseguire i canti con il banjo o la chitarra acustica e l’armonica a bocca. Il questo mio lavoro c’è anche un ottica di provocazione, la musica che si crede ormai scaduta e fuori tempo, può dare ancora moltissimo a livello creativo. Tante volte anche i repertori più trascurati possono diventare un patrimonio importante. Mi conforta il fatto che questo disco, almeno localmente, sia stato molto apprezzato nel giro di chi mi segue, e in tutta la provincia di Udine. 


Il tuo songwriting spesso si è incrociato anche con la poesia friulana e parlo di dischi come “La Farie”, “Lino Straulino cjante Ermes” e “Tiere Nere” 

Questi tre dischi fanno parte di una sorta di trilogia di dischi ispirati da testi poetici. La primissima stesura dei brani de “La Farie” risalgono al 1987, all’epoca avevo ventisei anni e mi ero organizzato con il mio registratore quattro piste e avevo realizzato questo lavoro per soli chitarra e voce. E’ stata una cosa molto bella perché prese vita da un confronto tra musicisti, c’era Francesco Messina, il compagno di Alice, che al tempo viveva ad Udine e presenziava alla giuria del Premio Friul, organizzato dalla Radio Onde Furlane e dedicato alla canzone friulana, e lui mi disse che le musiche erano molto belle e che però bisognava potenziare i testi, e mi consigliò di riprendere in mano la parte letteraria, magari andando a ricercare se nella letteratura friulana ci fossero elementi che potessero essere di mio interesse. Così mi incuriosii a questo aspetto, e ricordo che all’epoca era uscito anche un disco di Angelo Branduardi dedicato a Yates e nel quale aveva musicato alcune sue poesie, e allora mi sono messo alla ricerca qualcuno o qualcosa che potesse ispirarmi. Ho trovato Emilio Nardini, questo poeta, che è un personaggio incredibile, che già negli anni Trenta era un animalista, e aveva scritto un piccolo opuscolo nel quale denunciava i maltrattamenti agli animali. Le sue poesie mi incantarono, soprattutto per la incredibile qualità del suo friulano, una lingua che aveva reso preziosa, con la sua cura per il suono delle parole, che venivano disposte in modo quasi magico e non è un caso che alcune di essere erano già state musicate all’epoca. Già negli anni Trenta c’era stato un grosso movimento di rinascita della musica e della cultura Friulana, e poeti ed intellettuali dell’epoca avevano scritto cose molto interessanti. Mi dedicai a musicare queste poesie, e il risultato mi piacque subito, così le feci ascoltare un po’ in giro ed in particolare Mauro Quai, che scriveva per Buscadero e alcuni giornali locali, e anche lui rimase entusiasta di queste canzoni. 
Fu l’inizio un po’ della mia carriera perché nel 1990 pubblicai la cassetta a mie spese con le canzoni di Nardini che poi diventarono un album. Da questa esperienza nacque alcuni anni dopo, dieci per la precisione perché era il 1997, anche il disco dedicato ad Ermes Di Colloredo, che era una cosa a cui lavoravo da tempo, ma fu molto veloce come realizzazione perché per me era come affrontare Dante, lui è infatti il più grande poeta friulano. Mi fece molto piacere che Renzo Pellegrini, che è un professore universitario ma anche un grande studioso della letteratura locale, apprezzò molto il mio lavoro di rielaborazione, perché nonostante fosse un disco per soli chitarra e voce ha ricevuto grandi consensi e non solo in Friuli. Ricordo che anni fa è venuta una ragazza, che non parlava assolutamente friulano e che si era così innamorata di questo disco che aveva scritto un libro di suo pugno, in risposta alla prima canzone, “Nicolò”, che parla di un amore travagliato. Mi fece omaggio di questo suo libro che conservo ancora tra le cose care. Il terzo disco Tiere Nere, un lavoro a cui sono molto legato come del resto ad ogni mio disco e che ho realizzato nel 2001, insieme a Mattiuzza, un giovane poeta friulano che stimo molto. Questa volta ho scelto un poeta vivente. Qui i testi non nascono per le canzoni, infatti non ci sono rime. Il mio lavoro è stato essenzialmente volto a far diventare canzone un testo che canzone non è, perché si tratta di scritti nati con altri intenti. E’ una forma intermedia tra la canzone ortodossa con strofa e ritornello e questi testi poetici che racchiudono una struttura melodica. Ritengo infatti che la poesia per la sua stessa natura, possegga una musicalità propria, perché c’è sempre un ritmo nelle parole, e trovarlo è come un rebus da risolvere. Bisogna cercare qual è la formula che tiene insieme il tutto. Nelle quartine in rima è facile, con testi come quelli di Mattiuzza è più complesso. 

Tornando ai primi anni Novanta, ci puoi raccontare della tua esperienza con il gruppo Fale Curte? 
Avevo appena registrato il disco “La Farie” in uno piccolo studio a Tolmezzo di proprietà di Bruno Cimenti, e lui si era innamorato di questo progetto e così avevamo messo su un duo con il quale, per un certo periodo, abbiamo suonato in giro per la Carnia. E’ nata poi l’idea di formare un gruppo vero e proprio, così abbiamo chiamato Franco Stocco alla batteria, in un primo tempo c’era Edo Luise al basso che è stato con noi un anno, Gianni Cataino al flauto che è un amico comune e che fa il medico di base a Tolmezzo ed è un grande appassionato di musica jazz, Bruno poi è un ottimo chitarrista, e decidemmo di chiamarci Fale Curte. Questo nome era scaturito dalla mente di Cataino e in italiano vuol dire “falla corta, dacci un taglio”, e in realtà l’abbiamo fatta abbastanza spiccia anche noi perché non siamo durati moltissimo, in tutto avremmo suonato insieme un paio di anni, e suonato dal vivo una decina di volte, forse anche meno. Qualche data fu anche registrata ed esiste anche un video di qualche concerto di quegl’anni. Era una band molto interessante che faceva musica trasversale, un crossover come andava di moda in quegl’anni. Bruno era invaghito di Steve Vai e compagnia bella e suonava la chitarra in quel modo, io avevo tutte queste cose gaeliche e celtiche con l’acustica, poi c’era una ritmica abbastanza feroce. Oggi si potrebbe dire che facevamo musica progressive, e forse oggi avremmo avuto maggiore fortuna. All’epoca andavano forte i Negress Vertes, i Mano Negra, i MauMau, le fisarmoniche, i tamburelli, noi avevamo questo taglio più rock, molto compatto, però abbiamo realizzato solo la cassetta, e dopo di che per vari motivi il gruppo si è fermato lì, nonostante avessimo avuto alcune buone recensioni e qualche contatto per fare un album. Poi non se ne fece nulla e il gruppo si sciolse. E’ un po’ di tempo che non riascolto quel disco, ma ogni tanto su Onde Furlane ne passano qualche brano e mi fa sempre piacere, perché è un disco molto bello, e magari chissà nel tempo torneremo a fare qualcosa insieme. 

Altro progetto molto interessante è quello dedicato a Victor Jara, nel quale riprendevi le sue canzoni traducendole in friulano… 
Era più o meno il 1998 e anche qui l’idea nasceva da lontano, perché già negli anni Settanta seguivo Victor Jara e all’epoca avevo una cassetta che avevo comprato all’Upim in sconto. Negli anni ho poi coltivato la passione per la sua musica e ho acquistato diversi suoi dischi, poi non so come accadde che ripescai questa mia vecchia passione e mi venne la voglia di provare a tradurre in friulano le sue canzoni. Registrai queste canzoni, e mandai una richiesta scritta alla Fondazione a Santiago, visto che il materiale non era mio. La figlia mi rispose dicendomi che potevo utilizzarlo, e ho ancora conservato da qualche parte questa lettera. Così pensai di fare qualcosa, perché mi sembrava che quei brani avessero ancora un senso, le sue sono canzoni bellissime. All’epoca era abbastanza sconosciuto perché tutto quel filone là, erano parecchi anni che non veniva ripreso da nessuno. Ho provato a mettere insieme qualcosa e sono entrato in contatto con una associazione, Viento del Sur, che è legata alla denuncia dei desaparecidos. Ho trovato alcuni musicisti americani che vivevano ad Udine e insieme abbiamo costruito questa cosa, ci fu uno spettacolo molto molto bello, davvero da brividi. Ricordo che non riuscivo a finirlo senza che in qualche maniera non mi scendessero le lacrime dagli occhi, era una cosa che mi strappava il cuore, perché era tutto molto sentito, molto emotivo. All’epoca c’era stato un contatto con Il Manifesto perché facevano anche dei dischi, e poteva essere interessante per loro, ma qualche mese più tardi uscì un disco su Jara fatto da Daniele Sepe. Ci avevano contattato, promettendoci di fare il disco e poi non se ne fece più nulla. L’importante è che se ne parli di Victor perché è stato un grande, quel progetto avrebbe meritato più fortuna, ma le cose sono poi così, se hai le occasioni per far conoscere le cose che fai è meglio, ma non sempre è tutto facile ed immediato. Ci vuole un pizzico di fortuna, ma ricordo con gran piacere quel periodo, i concerti che facevamo indossando il poncho e con le sculture che fece Pecile, uno scultore argentino. Credo che esista anche un video di quel periodo, era la storia di Victor, poi su cd era raccontata in più lingue, era proprio un bel lavoro. 


Con Andrea Del Favero sei stato protagonista del progetto Tishlbong, ce ne puoi parlare? 
Questa è un’altra storia molto bella perché ha a che fare con il mio primo lavoro, sono infatti un maestro elementare da quasi trent’anni. Lavoro nella Carnia, e fra l’altro insegno educazione musicale in una piccola scuola tra Timau e Cleulis che sono due frazioni di Paluzza, un paese che si trova quasi al confine con l’Austria. Lì hanno questa particolarità linguistica molto rara e molto interessante che è il tischlbongarisch, che è un dialetto germanico, che appartenente alla famiglia dei dialetti sud-bavaresi, di tipo carinziano, e che ricorda il tedesco antico come si parlava cinquecento, seicento anni fa. Vengono studiosi dall’Austria e dalla Germania, che studiano ancora questo fenomeno, nonostante la comunità sia ormai esigua e coloro che parlano questo dialetto sono pochissimi e praticamente presenti solo nella frazione di Timau. A scuola però si cerca di recuperare questo antico dialetto e sono rimasto molto affascinato anche da alcune melodie tradizionali di quella zona che mi ricordavano certe cose gaeliche, che avevo ascoltato nei dischi dei Runrig. E così ho pensato, con gran gioia anche delle maestre e della preside di allora, di riproporre alcuni di quei brani in un mio spettacolo fatto ad hoc, era una cosa fatta per bambini ma giocoforza avevo bisogno anche di alcuni musicisti che mi dessero una mano e mi sono rivolto ai migliori che c’erano sulla piazza, ovviamente a questo va aggiunta anche l’amicizia che mi lega ad Andrea Del Favero, e lui su questi temi è molto sensibile ed attento. Abbiamo costituito insieme questo gruppo e i musicisti i quali hanno risposto in maniera splendida, e ben presto abbiamo realizzato un mini cd da destinare ai bambini, successivamente sull’onda dell’entusiasmo abbiamo poi realizzato un disco vero e proprio che è stato presentato in alcune occasioni, non molte, anche dal vivo. E’ un album che è nato con questa idea di aprire una finestra su quello che è un mondo sconosciuto ai più e che stà scomparendo, però abbiamo ancora un occhio aperto per poterci rendere conto di questa cosa. Poi c’è anche una questione spiccatamente linguistica, noi possiamo giustamente lottare per la nostra identità e per la difesa del friulano ma dovremmo essere accorti anche verso le nostre minoranze linguistiche. E’ troppo comodo che il friulano vada difeso, ma anche queste piccole realtà meritano di essere valorizzate per la loro cultura. Sono molto felice di questa operazione, e qualche volta canto, come posso, anche qualche brano di questo disco, perché non conosco bene il dialetto, ma cerco di introdurre questa realtà nella mia musica. 


Parlando di progetti collaterali mi viene in mente lo splendido disco in trio con Fedele e Vescovo, com'è nato questo altro progetto? 
Crosby, Stills, & Nash o Morandi, Tozzi e Ruggeri… (ride). In quel disco c’è tutto il nostro amore per la West Coast che è una pagina della storia della musica americana che conserviamo e che abbiamo sempre viva davanti a noi. Stefano è uno che dal punto di vista musicale è ricchissimo, ha una splendida voce e suona in modo magistrale la chitarra con uno stile molto personale. Loris è un menestrello che è in grado di incantare con le sue storie delicate, con le sue trame molto raffinate e ricercate, è un cesellatore notevole. Io, boh, ho fatto del mio meglio per tenere insieme il tutto, perché uno sgattaiolava da un lato, uno dall’altro ma quando ci trovavamo facevamo cose meravigliose. Quel disco è davvero splendido e ancora mi pento di non essere riuscito a farne qualcosa che sia più conosciuto ed ascoltato, perché dentro ci sono almeno cinque sei, brani molto belli. Ci sono delle armonie vocali splendide, c’è quella rilettura di Bob Dylan che è superba, e non perché ho scritto io l’arrangiamento ma credo sia una delle versioni di Blowin’ In The Wind che mi piace di più. L’intenzione dell’album ha qualcosa di speciale, lo abbiamo registrato in presa diretta, c’è qualche sbavatura, qualche cosina che non va, ma come diceva Miles Davis, non si può buttar via un disco perché c’è una nota stonata. Oggi c’è questa mania di perfezionismo, dove non deve esserci mai un errore nei dischi, eppure suonano male nella loro perfezione. L’orecchio ha bisogno di sentire le imperfezioni e a riguardo ho letto che di recente è stato fatto un esperimento dove sono state sottoposte all’ascolto dieci persone dello stesso brano, di cui solo uno era eseguito da un uomo, le altre erano suonate dal computer. Tutti quanti hanno riconosciuto la migliore in quella suonata dall’uomo perché c’erano degli errori. Alla fine il nostro orecchio ha bisogno di queste cose perché ci incuriosiscono. Spero che prima o poi anche negli studi si riesca a togliere di mezzo il computer, i loop e che si torni a suonare la musica, e in questo spezzo anche una lancia a favore di Neil Young, che fa dei dischi buttati un po’ là, ma ha sempre scelto di fare musica vera. Spesso abbiamo paura di fare questo, e così si confezionano dischi inutili nella loro perfezione. Il disco con Fedele e Vescovo, va in quella direzione, perché fotografa tre amici con tre chitarre che fanno le loro canzoni, e questo ha una magia tutta sua. 

Concludendo, come nasce invece il tuo ultimo disco Mosaic, che hai inciso dal vivo in Svizzera e che raccoglie il meglio della tua copiosa produzione… 
Mosaic è stato registrato nel corso di una trasmissione per la Radio Televisione Svizzera, ed è una piccola antologia, la cui scelta dei brani è stata condivisa con Valter Colle, che di questo disco è il produttore. E’ stato lui ad indicarmi un po’ il criterio da adottare per la scelta dei brani. Abbiamo preferito non fare un best of, ma piuttosto selezionare il materiale in modo da dare una visione completa dei vari ambiti in cui si è mosso il mio modo di fare musica in questi anni, e i vari interessi che ho nel mio percorso di ricerca. Si spazia quindi dai brani tradizionali ai testi poetici musicati, fino a toccare le mie canzoni. Il disco si apre proprio con alcune poesie che ho musicato in vari dischi, poi c’è una parte centrale dedicata ai canti tradizionali che ho reinterpretato con questo stile un po’ da folksinger, e l’ultima parte è invece dedicata ai miei brani che ho scritto negli anni, e si conclude con l’inedito Orion. Questa è un po’ l’idea del disco, il cui progetto base è stato funzionale anche alla trasmissione nella quale abbiamo parlato anche dei tratti principali della musica tradizionale del Friuli, delle sue strutture poetiche e musicali, e della quale è stato protagonista anche Valter Colle con le sue presentazioni dei vari brani, ma che però è stata omessa perché poco fruibili all’interno del disco. La scelta dei brani non è stata dettata da una particolare preferenza, ma piuttosto dall’esigenza di descrivere il mio percorso, ad ogni modo sono tutte canzoni a cui sono molto affezionato. 



Lino Straulino – Mosaic (Nota) 

Lino Straulino è uno di quegli artisti che sfuggono a facili classificazioni, ma soprattutto ai tentativi di compressione e sintesi del loro percorso musicale, poiché tanti e diversificati sono i sentieri battuti dalla loro ispirazione. Un po’ Neil Young, un po’ Woody Guthier, ma soprattutto profondo conoscitore e custode della poesia e della liricità della cultura friulana, il cantautore di Sutrio (Ud), nell’arco di trent’anni di carriera ha messo insieme le tessere di un mosaico complesso nel quale ha esplorato in lungo e in largo la tradizione della sua terra, rileggendola ora attraverso il blues, ora attraverso il folk, ora la west coast e il rock, senza mai perdere di vista il suo stretto rapporto con le radici della tradizione. Così non ci sorprende che il suo primo disco dal vivo in oltre trent’anni di carriera, si chiami proprio Mosaic, quasi a volter sottolineare proprio la complessità e la ricchezza del suo songwriting, che si è concretizzata in oltre quindici dischi realizzati come solista o in collaborazioni con gruppi ed artisti sempre diversi. Registrato nel corso dell’esibizione tenuta 3.10.2007 presso l’Auditorium della Radio Televisione della Svizzera Italiana a Lugano, e prodotto da Valter Colle, il disco raccoglie undici brani tratti dai principali dischi del cantautore friulano ed eseguiti in solitaria con il solo accompagnamento della chitarra, più l’inedito Orion. L’ascolto è così un viaggio attraverso il songwriting di Lino Straulino, nel quale si tocca con mano la profondità delle liriche e la cura per le melodie e le strutture musicali. La prima parte del disco è dedicata alla trilogia di dischi che contenevano le poesie musicate di alcuni tra i più importanti autori friulani, e non è un caso che il disco si apra proprio con la struggente “Nicolò” tratta da quel gioiello che “Lino Straulino cjante Ermes” dedicato all’opera di Ermes Di Colloredo. Seguono poi la dolcissima “Lis Stelis” su testo di Emilio Nardini e tratta da “La Farie”, “L’Ore Dolce” le cui liriche sono firmate da Renzo Snaidero, e “Highway” ripescata dal progetto “Tiere Nere” con il poeta Maurizio Mattiuzza. Si passa poi alla parte dedicata alla musica tradizionale con le superbe “Fasìn Un Cjant”, “Ce Partence Dolorose” e “Donna Lombarda” da quel piccolo capolavoro che è “La Bella Che Dormiva”. Completano il disco i brani autografi di Lino Straulino, nei quali si riflettono le tante stratificazioni che insistono sul suo cammino artistico, ma ciò che più colpisce è come in queste versioni scarne ed essenziali, venga esaltato tutto il fascino e la bellezza delle strutture musicali, così brillano brani come “Doman”, l’intensa “Jo Sei L’Inviern, ed “Hey Joe”. Chiude il disco, ad impreziosirlo ancor di più l’inedito “Orion” nel quale si affiancano a Straulino anche Jvan Moda all voce e Pietro Sponton alle percussioni. Ad impreziosire il tutto, oltre alla curatissima confezione formato booklet, c’è un corposo libretto con tutti i testi e le relative traduzioni dal friulano, e un racconto breve di Giorgio Olmoti. Mosaic è dunque un disco meraviglioso che racchiude l’essenza di tutto il percorso artistico di Lino Straulino, ed è dunque consigliatissimo non solo a chi ben conosce l’opera di questo grande cantautore e ricercatore friulano ma anche a quanti sono curiosi di scoprire il suo songwriting. 


Salvatore Esposito