V "Festival Del Canto Spontaneo" - Udine/Givigliana - 5/7 ottobre 2012

Il Manifesto del Festival
Due ore di musica e di emozioni a tutto tondo hanno concluso, nella assiepata, piccolissima eppur così tanto accogliente, chiesetta di Givigliana (Udine), la V edizione del Festival del canto spontaneo. Comincerò a ritroso - per la precisione da domenica 7 ottobre per poi approdare alle prime ore pomeridiane del venerdì precedente - il reportage della bella manifestazione organizzata dall'Associazione culturale Fûrclap, in verità un caleidoscopico susseguirsi di appuntamenti ad alto interesse interdisciplinare, tra incontri ad impronta etnomusicologica, ascolto di genuina arte canora, incroci tra sacro e profano e uno straordinario concerto finale di Giovanna Marini. Un itinerario che imporrà, in conclusione, un'impegnativa e doverosa riflessione sul tema dei patrimoni della tradizione da tutelare e valorizzare. Primo focus dunque sul segmento del Festival del canto spontaneo svoltosi a Givigliana, minuscola frazione di Rigolato (una decina gli abitanti residenti), situata a poco più di 1200 mt. sul livello del mare, caratterizzata dai panorami mozzafiato della prospiciente Alta Val Degano e da una bella, recentemente restaurata, torre campanaria. Di qui, alle 11 del mattino, un discreto corteo di persone (ben più ampio della decina di autoctoni giviglianesi) si è mosso, in una sorta di processione propiziatoria, dalla piazza verso la chiesa, dove poco dopo si è svolta la Santa Messa officiata in friulano e accompagnata da corposi inframmezzi cantati, a cura dei Cantuors di Ludario. La parte performativa, in un certo senso, è cominciata già durante questa breve marcia transitata nell'unica via del paese, con le Donne di Giulianello nel ruolo di avanguardie canore. 
Processione Propiziatoria
Impegnate interpreti dell’antico repertorio di canti “alla mietitora” dell’area del Vulcano laziale (siamo in provincia di Latina), questo caratteristico gruppo corale costituito da contadine (o ex contadine) è anche latore di un antico canto della Passione, composizione che ha attirato in passato l'interesse sia di esperti di linguistica sia di etnomusicologia (tra i quali Tullio De Mauro e appunto Giovanna Marini) e che, seppur in forma molto parziale, è stata proposta durante l'appuntamento musicale pomeridiano, sempre nella chiesa del paese, dedicata ai Santi Vito e Pietro (quest'ultimo patrono di Givigliana). E proprio la seconda parte della domenica - dopo un veloce pranzo comunitario (allietato da alcuni canti dei Gjovins Cjanterins di Cleulas, appunto giovanissimi) ed altrettanto brevi "pillole" culturali (sulle quali ritornerò più avanti) negli insospettabili spazi dell'unico ritrovo/osteria di Givigliana - ha fatto registrare quel momento magico a cui in esordio di questo scritto si faceva riferimento. 
Giovanna Marini e il Trio di Gjviano
Dodici donne hanno riscaldato un pubblico motivato e partecipante: il Trio di Gjviano, costituito da Novella Del Fabbro, Ada Bottero Zanier e Edda Pinzan, con i loro intensi canti della tradizione dell'Alto Friuli e in particolare della Carnia; le già citate "Donne di Giulianello" (in questa occasione in formazione da ottetto, poiché la decana del gruppo, ultranovantenne, non se l'è proprio sentita di sostenere il viaggio...), presentate dal giovanissimo Eugenio Marchetti (figlio di Raffaele, ideatore trent'anni or sono del gruppo corale); infine Giovanna Marini, a chiudere la giornata (e con essa il Festival), rigidamente in acustico con il suo stile vocale che penetra nelle ossa e nel cuore, con un florilegio di citazioni, musicali e non solo, densa anche di notizie, aneddoti, storie che hanno suscitato anche il sorriso, un messaggio a 360° sul valore inestimabile della musica e della cultura popolare. Ecco la scaletta delle scelte che Giovanna ci ha proposto, scatenando spesso nel pubblico l'irresistibile stimolo all'intervento corale: un canto-omaggio a Pier Paolo Pasolini (anche per tutto ciò che egli rappresentò per la cultura orale), il “Ricordo di Pavese” di Mario Pogliotti, due splendide liriche di Matteo Salvatore, i canti della tradizione padana e quelli di protesta dell'ex mondina Giovanna Daffini. 
Le Donne di Giulianello
La passione di Giovanna Marini ha contagiato proprio tutti, facendo viaggiare il pubblico su un insolito crinale, fra ricordo, gioia e commozione. Tornando alla cronaca del Festival, la giornata precedente, svoltasi come quella inaugurale nel centro storico di Udine, presso le prestigiose stanze di Palazzo Giacomelli, sede del Museo Etnografico del Friuli, si era conclusa con la performance di un trio davvero particolare, composto da Giovanni Floreani, Tony Pagliuca (ex tastierista dello storico gruppo de Le Orme) e Lorenzo Marcolina (foto). Concerto: "Intrecci sacri" Dissonanze Profane", così recitava il programma di sala. Il risultato finale non ha ingannato le aspettative, un contenuto denso di musiche antiche e canti liturgici intrecciati, appunto, a improvvisazioni di alta scuola virtuosistica con effetti sonori appartenenti del tutto alla sfera della modernità. 
Giovanna Marini in Concerto
A tratti irreale (e perciò con un orizzonte più vicino al sacro che al profano) l'atmosfera, a mio avviso, ha regalato agli astanti numerosi momenti intimi di "consonanza", a parziale correzione o, forse meglio, integrazione del titolo della performance. Meritevole di cenno, infine, l'ensemble strumentale utilizzato dagli artisti. Se, infatti, Tony Pagliuca ha suonato su un classico mezza coda Steinway & Sons, ben più assortito si è rivelato lo strumentario utilizzato dagli altri due musicisti. Giovanni Floreani: voce, lira calabrese, musette francese (cornamusa ad ancia doppia), ceccola polivalente (cornamusa italiana di origine medioevale ad ancia semplice), cister con corde di metallo e suonato con plettro. Lorenzo Marcolina (clarinetto basso, EWI - acronimo dell'inglese Electronic Wind Instrument -, gaita galiziana). In precedenza, dopo una breve presentazione pubblica delle Donne di Giulianello, a cura di Giovanna Marini, si era entrati un po' più nel merito del sottotitolo, esplicito ed implicito, che ha contraddistinto questa edizione del Festival del canto spontaneo, ovvero i tanti itinerari confluenti e divergenti che attraversano le aree del sacro e del profano. 
Giovanni Floreani, Tony Pagliuca e Lorenzo Marcolina
Affidata agli interventi di esperte del settore, come Magda Minotti e Stefania Colafranceschi, questo primo segmento seminariale è apparso, ad onor del vero, un tantino sacrificato dal punto di vista temporale, compresso tra i momenti performativi e le esigenze tecnico-organizzative (in soldoni, l'orario di chiusura...) del Museo ospitante l'evento. Si è cercato, in un certo senso, di risarcire in qualche modo le due relatrici, concedendo loro una fettina di spazio nel primo pomeriggio di domenica, ma probabilmente ciò non è bastato per offrire al pubblico un'idea compiuta del lavoro di riflessione che esse volevano offrire. Un elemento, questo, da tenere a mente nella riprogettazione della manifestazione il prossimo anno. Nonostante le ristrettezze d'orario, comunque, qualche suggestione è stato sparsa in attesa di approfondimenti, l'una, la Magda Minotti, affrontando l'interessante tema dei Santi della tradizione, venerati localmente più per necessità di esistenza da parte del popolo (e successiva fama acquisita) che per veridicità storica dei loro atti (curioso il caso di Santa Sabata, con i frequenti intrecci del nome Sabata, adattato o storpiato, con personaggi della letteratura popolare), l'altra, Stefania Colafranceschi, professoressa romana, che ha battuto il tasto delle molteplici connessioni, musical-culturali, fra tradizione orale e liturgia sacra antica. 
Valter Colle, Renato Morelli e Simone Sassu
Ed eccoci giunti, in conclusione di questa succinta cronaca, alla giornata d'esordio della quinta edizione del "Festival del canto spontaneo", dedicata, in buona parte, a ricordare Pietro Sassu, scomparso nel 2001, uno dei più significativi musicologi contemporanei (con particolare riferimento anche al mondo dell'etnomusicologia), il cui rapporto con il territorio friulano si è concretizzato, e nel tempo consolidato, oltre che per l'attività accademica, anche per le notevoli campagne di ricerca e studio sul campo, sviluppatesi a metà degli anni Settanta del Secolo scorso insieme a Piero Arcangeli, poi interrotte solo per i tragici fatti legati al terremoto del 1976. I ricordi, biografici e professionali, di suo figlio Simone, degli amici e colleghi Valter Colle, Renato Morelli e del già citato Piero Arcangeli, hanno occupato una buona parte del pomeriggio, con una chicca finale, la proiezione in anteprima regionale del docufilm “I Cantori di Premana” di Renato Morelli, un tema peraltro molto caro allo stesso Pietro Sassu. Per inciso, visto che stiamo discutendo di "canto spontaneo”, Premana, paese di poco più di duemila anime in provincia di Lecco nella Alta Valsassina, soprattutto rinomato per la tradizione della lavorazione del ferro, forse anche in conseguenza del lavoro di Renato Morelli, si è rivelato nel corso del tempo uno scrigno preziosissimo per la ricerca etnomusicologica. Infatti, il repertorio canoro polivocale, sia sacro che profano, inerente ai canti della tradizione di Premana - in parte tuttora viventi, in parte ricuperati dalla memoria dei cantori anziani - e il particolare stile vocale (il cosiddetto "Tìir", uno stile di canto urlato, al limite del grido, potente, lento e sostenuto, nella tessitura acuta) costituiscono tuttora uno dei più importanti documenti del canto popolare dell'intero arco alpino italiano. In coda di serata, infine, il compositore, ricercatore e soundmaker udinese Antonio Della Marina, a partire da brevi estratti di materiali liturgici (fonti: "Lu cantuors de Glisio di Sant Jacom" - canti di tradizione orale di Rigolato e "I cantori di Cercivento"), ha proposto al pubblico un'improvvisazione densa di suggestioni sensoriali con pronunciati aspetti sonoro-spaziali legati alla dicotomia primo piano-sfondo. Chiuso il sipario del Festival, con parole, persone, emozioni e tanta musica, insomma con tutto ciò che ci ha regalato, cosa rimane nelle orecchie e nella mente di coloro che hanno avuto la fortuna di assistervi? La brochure promozionale della manifestazione riporta pensieri inequivocabili su ciò che il "Festival del canto spontaneo" intendeva soprattutto promuovere nella tre giorni friulana, diluita tra Udine e la piccola Givigliana, "l'approfondimento per un tema trascurato se non addirittura dimenticato... [quello di] una pratica canora tipica soprattutto delle aree rurali e montane quali sono le zone dell’alto Friuli ed in particolare la Carnia. Un modo arcaico, semplice ma estremamente incisivo di canto corale che privilegia, spesso, il canto di gola, la lentezza, i melismi e si esprime attraverso due uniche voci: la prima e la seconda, vale a dire il primo ed il terzo grado e, non sempre, il basso. Attraverso il canto spontaneo (più corretto sarebbe utilizzare il termine vernacolare) le liturgie in lingua latina (spesso storpiata da una conoscenza orale e non accademica) sono divenute patrimonio di una tradizione popolare ancora oggi fortemente sentita nonostante lo storico e deleterio cambiamento voluto dal Concilio Vaticano II attraverso il quale si sanciva la fine dell’uso del latino in chiesa, canti compresi.". Sono pensieri che affermano soprattutto una chiara mission, un orizzonte da salvaguardare e, se possibile, valorizzare, in linea con la Convenzione di Salvaguardia per il Patrimonio Culturale Immateriale promulgata a Parigi nel 2003 dall'Unesco e ratificata dallo Stato Italiano il 24 ottobre 2007, la quale indica chiaramente la strada da praticare: rafforzare e istituzionalizzare il sistema di protezione delle espressioni particolarmente vulnerabili dell’identità culturale dei popoli. Si dirà: ma se l'obiettivo degli organizzatori era quello di focalizzare l'attenzione su un preciso contesto geografico-culturale, perché allora invitare all'interno del Festival, facendole oltretutto sobbarcare un così lungo viaggio, le Donne di Giulianello, che con la Carnia, direbbe qualcuno, non c'azzeccano nulla? Ebbene, c'azzeccano, eccome se c'azzeccano, perché " ‘Fare’ Cultura popolare e mantenere la Memoria sono un'impresa collettiva”, come si ricorda in un passaggio del Manifesto programmatico della Rete Italiana di Cultura Popolare, uno degli enti maggiormente impegnati in una faticosa opera di messa in rete dei tantissimi patrimoni immateriali e materiali, disseminati nelle numerosissime realtà uniche e particolari del nostro bel Paese, rammentando ancora che "la diversità delle espressioni culturali si concreta nel dialogo interculturale, le cui basi sono l'ascolto dell'altro da sé e il reciproco riconoscimento." Si tratta dunque di impegnare la/le comunità appunto in un'impresa collettiva, convintamente condivisa dalle stesse. È per questo motivo che il Festival del canto spontaneo, appena trascorso, con la sua fresca - pur giungendo da un antico passato - ricchezza culturale che ci ha donato, non può e non deve essere confinato nell'ambito né dell'autoreferenziale incontro tra intellettuali né dell'ennesimo, pur rispettabilissimo, evento codificato come spettacolo dal vivo. Si tratta di una promessa. Vogliamo crederci. 

Michele Santoro