Girolamo De Simone, Un Artista In Movimento

Artista in movimento, autorevole compositore e pianista, così come raffinato musicologo e didatta, caparbio nel rivendicare una netta autonomia culturale, Girolamo De Simone è musicista segnato, nella sua formazione, soprattutto dagli incontri con Luciano Cilio e John Cage negli anni ‘80 del Novecento. Innumerevoli le sue collaborazioni con i maggiori compositori contemporanei, tra i quali ricordiamo Michael Nyman, Pietro Grossi, Luciano Chailly, Giuseppe Chiari. De Simone, che è anche il direttore responsabile della rivista di musiche contemporanee “Konsequenz”, ragguardevole “fabbrica di idee”, da tempo si misura sul terreno del superamento delle demarcazioni musicali. Dopo ai “Ai piedi del monte”, dedicato al Monte Somma alle cui pendici, a Sant’Anastasìa, De Simone vive, ecco “Inni e antichi canti”, opera ammantata di spiritualità, che sembra iniziare lì dove finiva il lavoro precedente (l’improvvisazione all’organo ispirata da una permanenza al cenobio aretino de La Verna). Come rivela lo stesso compositore nel raccontarne la genesi, è un album scaturito da uno studio laborioso quanto esaltante del canto siriano di matrice gnostica in cui si ritrovano i prodromi delle nostre origini musicali. “Inni e antichi canti” è il secondo tassello di un trittico, che Girolamo stesso ho definito trilogia bianca (un terzo lavoro è in via di pubblicazione), scelta cromatica derivante dal colore dominante nel packaging dei dischetti. 

Con l’idea di border music, hai teorizzato la fine di barriere che sono soprattutto mentali tra generi musicali che corrisponde a un libero fluire della. Cosa si è realizzato di quanto da te proposto? 
Noi abbiamo realizzato una rivista, “Konsequenz”, fondata nel 1994 e che oggi, con enormi difficoltà, ancora esce in cartaceo e in formato elettronico. La versione cartacea viene reimmessa sul territorio attraverso le iniziative gratuite dell’Associazione musicale Liszt, che opera soprattutto nel vesuviano. Quella elettronica può essere liberamente scaricata da www.konsequenz.it. Sempre l’Associazione Liszt ha prodotto nel tempo numerosi CD, uno intitolato proprio “Border music”, con l’apporto delle etichette Konsequenz e Hanagoori Music, di Max Fuschetto, col quale c’è intesa e sodalizio musicale da molti anni. Con lui abbiamo pubblicato il CD “Frontiere”, che ha ricevuto molti premi ed è stato perfino ristampato. Cosa che nella situazione attuale ha del miracoloso... Voglio precisare che, però, il manifesto di una musica “al plurale” risale ad una pubblicazione del 1984. In Italia erano i tempi di Pestalozza, e dei neoadorniani. Oggi tutti hanno dovuto cedere alle ragioni della contaminazione tra linguaggi. Eccetto sparuti radical chic della sinistra, anche a Napoli, che pensano di fare musica contemporanea utilizzando linguaggi di settant’anni fa, o accreditandosi attraverso la proposta sistematicamente esterofila, di repertori ormai storicizzati, superati, ormai solo dannosi. Se invece uscendo dal territorio, guardiamo a quali risultati si siano raccolti nel mondo della musica in genere, credo che essi siano sotto gli occhi di tutti. Basterebbe far caso all’evoluzione delle musiche da spot, che da girotondi infantili, o trascrizioni/citazioni di classici sono diventate anche dirompenti colonne sonore rumoriste, o minimal, o politonali, etc etc. Naturalmente in miniatura! 

“Inni e antichi canti” segue “Ai piedi del monte” in quella che preannunci come una trilogia. Le motivazioni sono contenute nel simbolismo del tre o c’è altro? 
Le motivazioni sono già nella sequenza dei titoli, e nel nome della raccolta: “Trilogia bianca”. Il bianco è un colore fortemente simbolico, fa riferimento a una sorta di opera metalinguistica e spirituale, della quale non è quindi opportuno dire altro, almeno fino all’uscita, ormai imminente, del terzo disco. 

Quali punti comuni tra il primo e il secondo lavoro? 
C’è una forte esigenza di spiritualità; e soprattutto la mia tendenza ad evitare il pregiudizio d’autore, ovvero la nozione di ‘possesso’ sulle opere d’arte. Ciò è speculare: da un lato trasformando quelle degli altri, che assumono vesti particolari e riletture personali; dall’altro dando forma a ‘temi conduttori’ che sono maturi, pronti per essere colti, e che ho colto io solo grazie ad un pretesto, un’occasione. Come se passassi lì per caso. Sembra difficile, ma è invece un po’ come togliere via il marmo in eccesso. Ormai le immagini sono così forti che non devo fare altro che soffiare via il suono ridondante, e scolpire quello che resta come se ciò accadesse senza alcuna ‘pregiudiziale’ autorale. Difatti, non sono per nulla interessato al riascolto. Non mantengo vincoli di appartenenza con quanto viene prodotto. È un profilo che mi consente una maggiore purezza e libertà. 

Come nasce questo secondo progetto? 
Negli “Inni ed antichi canti” si mescolano temi, incisi (quindi piccoli frammenti) tratti da antiche melodie siriane con intuizioni tematiche personali, che ritengo io abbia tratto dalla mia personale memoria religiosa, avendo fin da bambino assistito ai riti e alle processioni delle nostre terre vesuviane. I frammenti che mutuo dalla Siria sono i più antichi del canto liturgico noto. Gli altri sono così contaminati che non saprei più dire, come diceva a ben altri livelli Igor Stravinskij del Pulcinella, cosa sia mio e cosa appartenga alla traslitterazione musicologica. 

Un lavoro che, come spieghi nel disco, nasce dallo studio ma anche dalle suggestioni procurate da letture. 
Giovanni Mosco, Giovanni Damasceno... e tra i contemporanei William Dalrimple e Gianmaria Malacrida, un musicologo straordinario. Devo anche dire che una parte di questa spinta la devo a Davide Riccio, che tempo fa mi aveva chiesto una permutazione/rilettura del celebre “Inno di San Giovanni”, quello usato per ricordare i nomi delle note musicali... 

Hai accennato alla memoria religiosa del territorio in cui vivi, nel disco si avverte una forte spinta, motivazione spirituale. 
Devo in effetti confidarti che ormai faccio musica solo per questo, quindi mi fa piacere che anche all’ascolto qualcosa resti qualcosa di questa tensione! 

La tua religiosità ti portato a visitare luoghi di pellegrinaggio ma anche santuari come La Verna, che ti ha molto colpito anche musicalmente. 
Da tempo faccio pellegrinaggi. I luoghi del francescanesimo mi sono stati di grande aiuto. Come una concentrazione spirituale avvertibile quasi fisicamente. Ma anche il viaggio in Palestina ha avuto grandissima importanza. 

Alla luce di quello che è stato il tuo background accademico e delle avanguardie che si sono succedute, che significa per te oggi fare ricerca musicale? 
Giuseppe Chiari, principale esponente Fluxus italiano mi disse, un mese prima di morire, che una battaglia era stata combattuta, poi era stata vinta, e successivamente ripersa... In quel momento io gli dissi che non doveva essere pessimista, che senza quella generazione di straordinari ricercatori (e molti ebbi la fortuna di conoscerli di persona, a partire da John Cage), oggi nemmeno la musica rock sarebbe come è. Lui scosse la testa e ribadì: l’improvvisazione “non è entrata”. Intendeva dire che le ragioni del repertorio, della proprietà, delle società concertistiche e soprattutto dell’Accademia, avevano prevalso. Non avrebbe immaginato, credo, che oggi persino le Accademie stanno chiudendo, e che la linea di difesa si è tristemente spostata dall’improvvisazione al salvataggio, almeno, delle memorie (vedi la recente proposta di chiusura dell’Archivio Beni audiovisivi di Roma, dove con Claudio Bonechi e Max Fuschetto ho presentato proprio gli “Inni e antichi canti”). 

Nel disco lo sguardo si rivolge al passato, verso i fondamenti stessi della musicalità occidentale. Come hai scelto i frammenti su cui lavorare? 
Come ti dicevo i frammenti sono arrivati sia da volumi contenenti sequenze, da testi di insigni musicologi, memorie personali, registrazioni reperite in rete. E, soprattutto, ascolto del sé... 

Pianoforte e spinetta, due strumenti molto diversi, esprimono anime musicali differenti? 
No, lo strumento per me è indifferente. Proprio questo tento di dimostrare. La spinetta è presente perché mi ha consentito di proporre l’accordatura siriana su base pitagorica, e tentare l’impossibile: rendere ‘armonico’ qualcosa che è stato concepito per evolversi ‘a spirale’, e andare, letteralmente verso l’alto (e non mi riferisco solo alle ‘frequenze’ sempre più alte, tipiche dell’accordatura pitagorica). 

Parli di un’ “arcaica nostalgia per tutto ciò che si è perso e dimenticato”? 
Un certa malinconia traspare nelle tue opere. Hai ragione, ho un temperamento sempre più melanconico e sempre meno d’ ‘azione’. Eppure continuano a dirmi che sono vulcanico e iperattivo. Mah, posso solo dirti che se oggi sono iperattivo, allora dieci anni fa avrebbero dovuto darmi del matto. La tristezza è anche dovuta allo stato profondamente ingiusto dell’arte e della musica in Italia; un paese così ricco eppure lasciato in balia della decadenza più assoluta. 

Che rapporto hai con il tuo territorio vesuviano? Come osservatore, rispetto alla musica alle manifestazioni di devozione religiosa ancora viva? 
Ho un rapporto di odio/amore con questo territorio. Sono sempre lì lì per andarmene. E ti dirò che ultimamente penso sempre più lucidamente alla mia resa, alla mia fuga. Lo diceva anche Laborit, che a un certo punto l’unica soluzione è cedere, un momento prima di... frantumarsi. 

Sei impegnato come docente nella scuola pubblica. Quale la tua visione sulla didattica della musica nella nostra scuola. 
 Dobbiamo molto, anzi moltissimo agli attuali dirigenti MIUR. Assieme a molti Comitati stanno facendo in pochi anni quello che in decenni non era stato fatto. Ad esempio, a piccoli passi stanno realizzando la verticalizzazione degli studi. Di altre iniziative, che mi coinvolgono, preferisco non dire, mi parrebbe ingiustamente autoreferenziale. 

Ma almeno dei progetti “Atlante Sonoro I e II”, imperniati sulla ricerca-azione, che toccano il cuore delle tradizioni musicali viste in una prospettiva di processo dinamico, e di cui sei stato pienamente parte del gruppo di progetto, ci devi parlare… 
Il progetto punta alla costruzione di una cartografia 'deleuziana', attraverso una ricerca-azione al fine di superare le ipotesi di sviluppo lineare e monoculturale delle tradizioni musicali, con ricadute formative. Già è stato prodotto un CD-ROM nel 2006 con materiali e documenti frutto della collaborazione con Paesi del Mediterraneo. Atlante Sonoro, portato avanti dal MIUR, che potrà diventare uno straordinario strumento per individuare l'identico e il diverso tra le culture, e determinare come si sia evoluta il nostro senso di appartenenza ai luoghi, come sia nato e si sia evoluto il sentimento di cittadinanza. Anni fa introdussi il concetto di 'transito' come elemento di fusione e contaminazione tra soggetti, generi, territori. Era il 1999. Oggi questa idea si è radicata, e dimostra che talvolta e fortunatamente, le idee viaggiano più degli uomini… 

E la seconda parte del progetto “Atlante Sonoro”? 
 “Atlante Sonoro, fase seconda” è in corso. Si sono individuate alcune città del suono da collocare in rete, con la finalità di realizzare una raccolta di materiali ‘oggettivi’: produzioni legate alla storia sonora, anche quotidianamente esperita, della città prescelta. Presto si terranno i primi seminari di presentazione del lavoro. Poi seguirà una pubblicazione. 



Girolamo De Simone – Inni e Antichi Canti (Hanagoori / Konsequenz) 
Sono pagine che emanano un fascino profondo, perfino visionario. Pathos e spiritualità si compenetrano nelle distese di note e in quelle sospese, nei densi, ostinati, nei passaggi sottili e adamantini, nelle trame tese e pressanti, nei registri alti, nei timbri cupi. L’omogeneità di fondo è spiegata nelle note al disco da Girolamo De Simone che, in totale solitudine, organizza la materia musicale sulla base di un’esigenza estetica e comunicativa al contempo. Musica da assaporare come antidoto a perniciose produzioni sonore contemporanee. L’artista vesuviano al pianoforte (Steinway & Sons) e alla spinetta (Neupert modello Sibermann) ci dona dodici brani che procedono senza soluzione di continuità. Non sono trascrizioni, ma partiture stillate da procedure di fine rimodellamento, innesto, studio di consonanze e affinità. Ad iniziare dal fondamentale ”Inno di San Giovanni”, da cui si è sviluppata la solmisazione occidentale. Il programma prosegue con adattamenti di frammenti vocali ed antifone del gregoriano simplex. Vertici espressivi e stilistici sono raggiunti in “Variatio Moran” ed “Antico canto siriano”. Come in altre opere del compositore non mancano i richiami alla musicalità contadina vesuviana, che non si esprime mai nello scontato diletto della riproposta del canto etnico, ma è memoria, suggestione ed emozione immaginativa (“Organetto sul monte Somma-Vesuvio”). Squarci di intenso fascino si aprono con i brani in cui il maestro suona la spinetta con accordatura siriana: "Salmo 77 Introitus", "Maria autem conservabat" (proposta in precedenza anche al piano), e il frammento dell’antica cerimonialità religiosa beneventana “Ingressa del giovedì santo”. Il finale è affidato al crescendo imperdibile di “Organza”, architettura di 3 minuti di improvvisazione con sovraincisione al pianoforte. 


Ciro De Rosa

Foto di Antonio Coppola