Terrasonora: Il Suono della Terra, Dalla Terra del Suono

Con alle spalle una consolidata esperienza maturata dapprima nell’ambito locale e poi a livello nazionale ed internazionale, i Terrasonora sono, senza dubbio, tra le realtà più interessanti della scena musica campana. Il loro stile che coniuga tradizione e modernità si è evoluto negli anni grazie ad una attenta ricerca sia sulle fonti tradizionali quanto sull’utilizzo della strumentazione. In occasione della pubblicazione di Si Vo’ Ddio, il loro secondo disco, li abbiamo incontrati, per parlare della loro vicenda artistica, delle loro ispirazioni e del rapporto con la tradizione. 

Come nascono i Terrasonora? 
Gennaro - Terrasonora nasce ad Afragola (Na) nel 1992, quando eravamo soltanto un gruppo di giovani che suonavano per la locale parrocchia. La maggior parte di noi è appunto di questo paese, mentre Fabio è di Acerra e Antonello di Pomigliano D’Arco. Insomma viviamo più o meno tutti nella stessa zona. All’inizio ci chiamavamo Alli Dieci, perché il gruppo contava dieci musicisti. Solo nel 1996, quando cominciammo a collaborare con Amedeo Veneruso, è arrivato il nome Terrasonora. Il grande cambiamento lo abbiamo avuto tra il 2005 e il 2006, quando sono cominciati ad arrivare i primi consensi a livello nazionale, grazie alle nostre partecipazioni a diversi festival folk come FolkEst e FolkContest, con quest’ultimo che ci ha consentito poi di suonare in Bretagna, partecipando al Festival Celtique de Lorient. Quella in Francia è stata un’esperienza magnifica perché ci siamo ritrovati a suonare la musica della nostra terra tra tanti musicisti e gruppi che suonavano musica celtica. Nel 2007 abbiamo pubblicato il nostro primo album, Core e Tamburo, che è il frutto con della collaborazione con Saverio Carpine. Nonostante non abbia avuto una vasta distribuzione a livello nazionale, questo disco ha ricevuto numerosi consensi all’estero da parte di testate specializzate come il Trade Magazine Awars, e poi è stato disco della settimana a Braga in Portogallo. Abbiamo partecipato anche a Voci per La Libertà di Amnesty International, ma la soddisfazione più grande è arrivata poi nel 2010 con la nostra partecipazione a Musicultura, dove siamo stati tra i vincitori con il brano Guardame… 

Attualmente i Terrasonora vantano un’organico comunque molto ampio… 
Gennaro – Dopo alcuni cambi nella nostra formazione attualmente, il gruppo ha trovato una sua stabilità. Giovanna Faraldo e Francesco Ferrara sono le nostre voci e i nostri ballerini, poi c’è mio fratello Raffaele alle tastiere, io suono le chitarre, Fabio Soriano ai fiati etnici, Antonello GaJulli alle percussioni, e Antonio Esposito al basso, nonché l’ottavo nostro musicista ovvero Massimiliano Punzo, che è il nostro tecnico del suono che ci segue in ogni concerto da tantissimi anni. 

Come nasce Si Vo’ Ddio, il vostro nuovo album? 
Raffaele - Fare questo disco è stato un sacrificio enorme, gli addetti ai lavori sanno certamente quanti soldi sono necessari per realizzare qualcosa di buono a livello qualitativo. In questo abbiamo avuto la fortuna di conoscere diversi amici che ci hanno aiutato e sostenuto, ed in particolare mi piace ricordare Stefania e Aldo Coppola Neri di RadicMusic, che hanno creduto in noi, Pasquale Ziccardi che ha curato gli arrangiamenti del disco, Michele Signore che ha suonato il violino nel disco. 

Il vostro sound parte dalla tradizione musicale campana per allargarsi verso suoni più moderni. Qual è il vostro rapporto con le radici culturale della vostra terra. 
Fabio – La tradizione è il nostro punto di partenza. La nonna di un mio caro amico musicista diceva: “Si non saj a’ ro’ vien, nun saj a’ rò ia ì” (se non sai da dove vieni non puoi sapere dove poi devi andare), quindi non si può prescindere dalla essa. La tradizione però è in continuo movimento, è sempre viva e risente del contesto in cui è presente e si sviluppa. Noi suoniamo alcuni brani tradizionali, ma con uno spirito attuale, con gli strumenti moderni, con un orecchio diverso, insomma. 

Come si è evoluto il vostro sound in questi anni… 
Gennaro – Nella nostra visione della musica c’è soprattutto un discorso di ricerca sulla commistione tra strumenti antichi e moderni. Ad esempio Fabio spesso utilizza i delay della chitarra elettrica per la ciaramella. Sempre per la ciaramella abbiamo sperimentato il dialogo con il piano e la tammora, insomma la nostra ricerca è volta soprattutto verso un suono che sia davvero originale e distinguibile.

Quali sono le vostre principali ispirazioni? 
Gennaro – Come ha detto Fabio, la tradizione, senza dubbio è un punto di partenza, qualche tempo fa ho avuto la fortuna di conoscere Zi’ Giannino Del Sorbo, uno dei grandi cantori della tradizione campana, loro ovviamente sono una immensa fonte di ispirazione a livello musicale. Negli anni, però, abbiamo cercato di far evolvere anche il nostro sound verso qualcosa che fosse veramente originale e che in qualche modo ci contraddistinguesse. Il nostro desiderio era quello di riattualizzare una tradizione antica, in questo senso le nostre radici, il legame con la nostra terra è diventa la nostra base di partenza. Per quello che riguarda i temi delle nostre canzoni, noi siamo attenti a tutto quello che ci circonda, dai temi dell’attualità, alla cronaca, al nostro contesto sociale. 

Nel vostro ultimo disco, Si Vo’ Ddio, avete dedicato un brano alla tragedia della Thissen Krupp… 
Fabio – Prima dicevamo che guardiamo a chi ci ha preceduto, uno dei gruppi che ci ha ispirato ovvero il Gruppo Operaio ‘E Zezi aveva già cantato le morti bianche trent’anni fa, quindi noi ci inseriamo in quel filone e siamo vicini a quel tipo di approccio musicale. 
Gennaro - Quando ho scritto insieme a Pasquale Ziccardi i testi e le musiche del disco, abbiamo cercato di porre l’attenzione proprio verso queste storie di attualità, e il brano dedicato ai morti della Thissen Krupp, ne è un esempio importante. Il tema delle morti bianche è più che mai attuale, e la musica non può che essere un ulteriore strumento per sensibilizzare le coscienze di chi ci ascolta. Le tematiche della denuncia sociale in qualche modo ci hanno sempre contraddistinto, anche in Core e Tamburo c’era un brano come L’America Stà Ccà in cui cantavamo degli sbarchi degli immigrati sulle nostre coste. 

Per descrivere la vostra proposta musicale, usate la frase: “Il suono della Terra, dalla Terra del Suono”, quanto è importante il rapporto tra le vostre canzoni e la realtà che vi circonda? Gennaro – La nostra musica ha un respiro ampio, e ovviamente le tematiche delle nostre canzoni non sono legate solamente ad Acerra. La sera della presentazione ufficiale di Si Vo’ Ddio in molti mi hanno chiesto il perché abbiamo deciso di suonare proprio ad Acerra, nella Casa dell’Umana Accoglienza. Quello è un luogo significativo, perché nasceva per volere della Diocesi come alloggio per i familiari dei pazienti che sarebbero stati ricoverati nel nascente policlinico che sarebbe dovuto sorgere a pochi chilometri da lì. Poi sappiamo tutti com’è andata con la realizzazione del termovalorizzatore, che ovviamente ha bloccato la nascita del policlinico. Partiamo dalla nostra terra, per toccare temi di respiro più ampio. 

Nel disco sono comunque presenti due brani tradizionali ovvero, Alli Uno e Votta Votta… 
Fabio - Alli uno è un po’ il simbolo di quella che è la nostra concezione musicale, di come si può trasporre e riattualizzare nei nostri tempi la tradizione. Votta Votta è ispirato da alcuni frammenti di brani tradizionali, che i cantori chiamano Barzellette e che sono degli ottonari, cioè versi di otto sillabe che vengono inseriti all’interno di un testo più ampio che è la tammuriata. Noi abbiamo preso queste rime baciate e le abbiamo innestate su ritmo di tarantella, in sostanza anche in questo caso abbiamo lavorato su un testo tradizionale riattualizzandolo. 

Gennaro, come nasce la title-track? 
Gennaro - Si vo Ddio è una tammuriata d’amore, un canto per un amore non coronato, ma comunque pieno di speranza. E’ un invito a rivolgersi a Dio, affinchè esaudisca le nostre preghiere e le nostre richieste, ma sostanzialmente è un incoraggiamento a non perdere mai la speranza. 

Guardame invece vi ha fruttato il successo a Musicultura… 
Gennaro - Guardame è stata molto apprezzata perché era una fusione musicale tra tradizione e suoni moderni, ma credo che anche il testo abbia avuto un peso determinate. E’ un brano dedicato allo sguardo, quello sguardo che in momenti gravi può donare speranza. E’ un testo molto breve ma credo che abbia una grande profondità. Già il titolo suona come un invito, riassume in una parola tutto il senso della canzone. 

All’importanza della parola è invece dedicata ‘Na Parola E’ Cchiù… 
Gennaro – E’ un brano che rispecchia lo stato d’animo attuale, tutto ciò che ci circonda non va come dovrebbe, è un momento difficile per tutti. Siamo circondati dalle ingiustizie, ma a volte basta una parola, una parola che non costa niente, per rendere il mondo migliore. La canzone esprime il disagio di chi non si riconosce in ciò che ci circonda… 

Concludendo, dopo la presentazione del disco ad Acerra, con l’inizio dell’estate cominciano i vostri impegni dal vivo… 
Gennaro – Abbiamo molti contatti e stiamo studiando le varie proposte, di certo c’è solo che suoneremo a fine luglio nel beneventano e successivamente ad agosto saremo in Emilia Romagna per il Festival Folk organizzato dalla Scuola di Musica Popolare di Folimpopoli, nell’ambito di una serata dedicata a Radici Music. 


Salvatore Esposito


Terrasonora - Si’ vo’ Ddio (Radici Music) 
Se Core e tamburo è stata più di una promessa, la seconda produzione di Terrasonora mostra che il gruppo dell’entroterra partenopeo (i musicisti sono originari di Afragòla, Acerra, Pomigliano d’Arco) sia fuori tanto dal cono d’ombra dei modelli dominanti nel folk revival campano, quanto distante dal neo-tradizionalismo tutto tammorre di chi celebra “raccolti che non ha mai portato a casa”, per dirla con l’antropologa Maryon McDonald (cfr. We are not French. Language, Culture and Identity in Brittany, 1989). Non è casuale che la celeberrima tammurriata vesuviana “Alli Uno”, unico brano di tradizione e cavallo di battaglia della storica NCCP, si proietti verso orizzonti rock. In ciò la band esplicita da un lato la sua volontà di rimarcare il rispetto per il mondo contadino, dall’altro, non volendo considerare la tradizione come peso morto, cerca una via di fuga da percorsi sonori già battuti. Per niente passatista, dunque, senza slogan sudisti o revanscisti, il folk d’autore di Terrasonora conserva quella matrice melodica combinata ad immediatezza esecutiva che aveva già colpito nel disco d’esodio. Tutto è mediato dall’esperienza maturata in questi anni. La mescolanza di voci (c’è un cambio d’organico rispetto all’album precedente con l’inserimento di una nuova vocalist), strumenti acustici ed elettrici (batteria, flauti, tamburi a cornice e a calice, basso elettrico, chitarra, bouzouki, chitarra battente, clarinetto, ciaramella, pianoforte, tastiere, scacciapensieri) trova corrispondenza nella fusione di ritmi della tradizione campana e forma canzone con nuances pop e rock. Con una poetica dialettale d’autore profonda, in virtù del contributo di Pasquale Ziccardi che affianca Gennaro Esposito nella stesura dei brani, i Terrasonora raccontano il proprio territorio, ma si proiettano in una dimensione più universale, come con “Statt’attiento”, dedicata ai sette operai della Thyssen-Krupp, che diventa lucido, rabbioso commento alle morti sul lavoro. Un suadente flauto di canna è lo strumento guida di “Si vo’ Ddio”, che su ritmo di tammuriata descrive una storia d’amore tramontato malamente. Nel ripercorrere i motivi che hanno condotto alla rottura, il protagonista si rivolge perfino a Dio. Nel finale il brano diventa “una sorta di processione per le vie del paese” – racconta Gennaro Esposito – “che vede intrecciarsi fede, preghiera e quotidiano, rappresentato dal gioco dei bimbi in strada”. Si mantiene sempre elevata la tensione emotiva nella splendida “Guardame”, che prova a raccontare il conflitto israeliano-palestinese con gli occhi di chi si trova a pagarne le conseguenze pur senza averne colpa. Una sinuosa ciaramella costruisce un adeguato clima sonoro, le inattese trame finali del pianoforte trovano perfetta sponda negli altri strumenti. Costruita su una mistura di versi ottonari tipici dei canti sul tamburo e un impianto ritmico-armonico di tarantella è “Votta Votta”, mentre chitarre folk-pop si impongono nella solare “Bona Jurnata”, elogio del vivere intensamente le piccole cose del quotidiano. “Nunn'o ssaje” immagina un dolce dialogo tra una madre scomparsa e il proprio figlio. Di nuovo un cambio di passo con “'O Katanga” – sotto l’andatura un po’ scanzonata, ecco la descrizione amara e ironica di personaggi di cui è piena l’Italia, e che a parole si dicono capaci di risolvere tutti i problemi. Il disagio di chi non si identifica in una società che non rispetta la dignità dell’uomo è il tema di “Na parola 'e cchiù”. Lo strumentale “Angulanum”, dall’ipotesi etimologica dell’antico nome di Agnano, località dell’area nord-occidentale di Napoli, chiude il disco con il suo umore mediterraneo orientale portato da violino e lira pontiaca di Michele Signore. Come sempre, il disco è prodotto nell’elegante packaging cui ci ha abituato l’etichetta fiorentina. 


Ciro De Rosa