Enzo Vacca: L’Arpa Celtica e La Tradizione Musicale del Piemonte

Polistrumentista piemontese nonché talentuoso arpista, Enzo Vacca sin dai primi anni ottanta si è dedicato alla musica tradizionale della sua terra. Negli anni novanta l’incontro con Enrico Euron e lo sbocciare del suo amore per l’arpa celtica, hanno aperto una nuova fase del suo percorso artistico nel quale ha collaborato con musicisti del calibro di Dominig Bouchaud, Myrdhin, Bill Taylor, Grainne Hambly, Janet Harbisson e Cormac de Barra. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere con lui la sua carriera e per approfondire le connessioni tra la tradizione celtica e quella piemontese, senza dimenticare i suoi progetti futuri. 

Come è nato il tuo amore per la musica tradizionale? 
Ho respirato musica tradizionale sin da quando sono nato. Ho avuto la fortuna di vivere tutta la prima infanzia in un paesino del basso Roero, in una zona che sarebbe diventata famosa nel circuito folk revival degli anni Settanta. Canove di Govone infatti è a soli tre chilometri da Magliano Alfieri, sede del famoso Gruppo Spontaneo, fondato dal compianto Antonio Adriano. Vivere in campagna, e per di più vicino allosteria, mi ha permesso di avere un repertorio personale di prima mano ma crescendo le cose si sono un po’ complicate. Alla fine degli anni Sessanta sono stato riportato a Torino ed in breve ho respirato la vita complessa di quegli anni, i problemi legati alla seconda grande ondata di immigrazione dal Sud Italia, una cultura che imponeva di vergognarsi di tutto ciò che fosse in qualche modo legato alla campagna e al suo linguaggio, quindi mi sono dovuto vergognare del mio parlare e pensare in piemontese, e mi sono anche vergognato profondamente, questa volta senza essere obbligato, dei comportamenti razzisti e xenofobi che spesso hanno segnato la vita sociale di quegli anni. Tutto questo mi ha messo fortemente a disagio nei confronti delle mie radici e mi ha tormentato per lungo tempo. Come molti sono stato affascinato dal folk revival degli anni Settanta e la scoperta dei grandi interpreti di quel tempo, la figura carismatica di Alberto Cesa, il lavoro splendido del doppio lp La luna e ’l Sul, Prinsi Raimund e le feste popolari hanno segnato profondamente il cammino successivo. La cosa che non sopportavo nel mondo del folk revival era però una certa mitizzazione del mondo contadino e una sua politicizzazione estrema, certo normali in quegli anni, ma che poi di fatto portava a constatare che troppo spesso la musica tradizionale, il folk, venivano coniugati con lo sberleffo, il triviale, il grottesco, il ciarlatanesco, dando vita ad un controaltare colto che portava all’interno delle università il mondo contadino, analizzandolo, rielaborandolo e portando alla conoscenza degli intellettuali, patrimoni di cultura inaspettati ma di fatto lontani dall'anima profonda della loro terra di origine. Sono sempre illuminanti i pensieri di Pasolini sulla cultura popolare, e riletti oggi fanno molto pensare. Di fatto ho impiegato molti anni prima di arrivare a concretizzare la mia personale visione della musica tradizionale e a pensare che poteva essere la mia musica. 

Come hai cominciato a suonare l'arpa celtica? 
Erano gli inizi degli anni Ottanta e Stivell, Stivell e poi ancora Stivell! Lavoravo all’epoca quasi sempre di notte in un grosso centro elaborazione dati, e la musica serviva per stare svegli. Fu un mio collega a farmi ascoltare e conoscere la musica di Alan Stivell e, possiamo dire, tutto ebbe inizio da lì. Quella musica mi rituffava nella mia infanzia, vedevo la mia gente cantare, ballare, far festa. La musica bretone e la Bretagna mi affascinarono sin dal primo momento. Incontrai Enrico Euron ed iniziai lo studio dell’arpa celtica. Quasi subito, però, iniziai ad intraprendere un cammino molto personale. Pur amando il repertorio irlandese e scozzese, preferivo quello bretone e grazie ad un grande amico, conobbi per la prima volta la musica di Dominig Bouchaud. Era, credo, il 1993 o 1994 ed iniziarono i miei viaggi in Bretagna. 

Nel 1999 hai fondato i Musici Vagantes ci puoi parlare di questo tuo progetto artistico?
L’idea era molto semplice e complessa al tempo stesso. I musici Vagantes, di fatto io e mio figlio Martino, dovevano presentare un repertorio di musica celtica ma in modo nuovo, sfruttando il duo e le sonorità necessariamente sobrie di questa formazione, volevo che ci fosse però poesia, ritmo, groove. E direi che, visti i risultati, ha funzionato con un momento molto felice in cui ci fu l’inserimetno di Francesco Vazzana alla chitarra e al bouzuki, nel mio primo lavoro Rèis ci siamo tutti e tre. Poi il progetto ha dovuto forzatamente e giustamente seguire altre strade. Ognuno di noi ha intrapreso un suo personale percorso musicale, io mi sono dedicato totalmente alla musica tradizionale del piemonte, Francesco ha continuato con altri progetti, e mio figlio Martino è partito per l’Irlanda dove nell’agosto 2009 a Tullamore, Co. Ofaly ha vinto il Fleadh Cheoil na hÉireann, o All Ireland come molti lo chiamano, la più grande competizione di musica irlandese al mondo nella specialità delle Uilleann Pipes. Inutile dire che ne vado molto fiero. Ma, come è scritto nel nostro sito, ci riuniamo per le grandi occasioni e nel 2010 abbiamo suonato nuovamente insieme in duo al Brintaal Folk Festival di Valstagna, dove abbiamo riproposto, per festeggiare i dieci anni del festival, uno dei nostri primi concerti in una chiave molto suggestiva: una lastra di roccia al bordo di un laghetto carsico ai piedi di una grande parete di rocciosa riproponendo il repertorio squisitamente celtico, tutto in acustico. 

Hai lavorato con diversi artisti come Myrdhin, Bill Taylor, Janet Harbisson, Gainne Hamly, Cormac de Barra, Françoise Le Visage ed in particolare con Dominig Bouchaud, quanto ti hanno arricchito queste collaborazioni? 
Tantissimo. Tutti questi musicisti mi hanno permesso di avere un panorama del mondo legato all’arpa celtica, di slegarmi da stereotipi e luoghi comuni, ma lavorare, e prima ancora, studiare con Dominig è stato fondamentale per tutto quello che ne è seguito. È stato lui ad insegnarmi ad ascoltare i materiali registrati e raccolti sul campo, ad avere attenzione estrema negli arrangiamenti, a cogliere le più leggere sfumature delle melodie, insomma gli devo molto. Ed anche a Françoise Le Visage, con la quale parteciperò al Festival di Lorient quest’anno, devo molto. Il suo lavoro sulla danza bretone arrangiata per arpa celtica è stato per me a dir poco illuminante. La collaborazione con Françoise si è anche concretizzata nel primo videometodo di Arpa Celtica edito nel 2010, dieci lezioni con repertorio bretone e piemontese per muovere i primi passi. 

Reis che hai inciso in collaborazione con Bouchaud ha rappresento una svolta importante nella tua carriera. Come è cambiato il tuo approccio con la musica tradizionale? 
Con Rèis è veramente cambiato tutto. Da quel lavoro in poi non ho quasi più suonato musica celtica ma mi sono dedicato interamente alla musica piemontese e alla ricerca, sia sul campo, sia dei materiali già registrati ma spesso di difficile reperimento. In Rèis ci sono gli esperimenti, è un disco difficile da ascoltare, gli arrangiamenti sono scarni, sono veramente i primi passi. Non posso dire di avere cambiato approccio ma di avere fatto chiarezza in quello che volevo e del sentiero che volevo percorrere. Vedi, ho sempre sofferto per come è considerata la musica tradizionale qui da noi, ho già detto qualche cosa prima, la musica tradizionale da noi è politicizzata, è fatta bandiera di questo o di quello, è sfruttata quando il mercato discografico ufficiale non va bene. Se parli piemontese ti guardano con sospetto, molta gente pensa che tu voglia creare barriere, difendere chissà quali baluardi di progresso e civiltà, e tutta una serie di stupidità umane di cui puoi immaginare l'elenco. In Bretagna dove l'identità è molto forte, ho imparato e visto una cosa molto semplice: ho le mie radici, ne vado fiero e proprio perché ho radici posso capire gli altri che hanno radici diverse dalle mie e lavorarci insieme, nella musica e in tutto il resto. Ho intervistato recentemente Amerigo Vigliermo e parlando a ruota libera proprio delle questioni identitarie mi ha detto: è arrivato il momento di partire per una nuova ricerca sul territorio e di chiedere al magrebino, al nigeriano, all'albanese, di cantare le canzoni che gli cantava la sua mamma, come io gli canto le canzoni che mi cantava la mia. Non c'è altro da aggiungere. 

Quali sono i tuoi medoti di ricerca sul campo nell'alveo della musica tradizionale?
Come ho appena detto mi sono mosso su due linee di ricerca, la prima apparentemente più semplice, ha comportato il reperimento di quanto esisteva: il mio primo acquisto fu la raccolta di quindici cd curata da Amerigo Vigliermo sulla ballata epico lirica e sul Nigra, e poi tutto quanto riuscivo a recuperare, sia registrazioni che opere letterarie, fotocopie e via dicendo. Quindi Il gruppo spontaneo di Magliano Alfieri, Da Pare An Fieul di Bagnolo, per terminare con il materiale di Leydi su Teresa Viarengo, oggetto del mio ultimo lavoro. La seconda linea di ricerca è quella sul campo. Ho trovato ancora gruppi di persone anziane che hanno memoria di repertori tradizionali, ho ritrovato il Nigra anche in versioni ancora mai sentite, e continuamente cerco di recuperare quanto più possibile, Oramai tutti gli amici sanno di questo mio interesse e mi capita di incontrare ancora persone incredibili con repertori molto interessanti. 

Come è nata l'idea di rielaborare la musica tradizionale piemontese per l'arpa celtica? 
Vedi, sin dall’inizio, non ho voluto fare un lavoro filologico: non mi interessava e non mi interessa anche se ritengo fondamentale avere ben chiaro il punto di partenza e conoscere e i lavori filologici e di ricerca più importanti di cui si può disporre. In Bretagna ho conosciuto molti gruppi che fanno musica bretone con i linguaggi contemporanei, di sperimentazione, anche discutibili per carità, ma molto liberi perché la musica tradizionale è considerata ed è di fatto una musica viva, non un reperto da museo. Questa è l’idea di fondo. L’arpa celtica certo non è uno strumento della tradizione popolare piemontese, ma è per me lo strumento che mi permette di trasmettere l’anima della mia terra. Poi che ci riesca è un'altra questione ma nei miei lavori mi sono lasciato guidare dalla mia storia di ascolti e frequentazioni musicali che vanno dalla musica classica e contemporanea, adoro Arvo Part, fino alla sperimentazione più spinta. Affondo le mie radici negli anni Settanta e nel Progressive italiano, nella musica dei cantautori, nel rock e nel pop, chi vuole può cercare le citazioni che spesso volutamente metto nei miei arrangiamenti. Un brano non è solo musica e parole, deve trasmettere anima, vita, persone, luoghi, cose, deve riuscire a raccontare qualcosa di quelli che hanno cantato prima di me queste ballate o suonato queste danze. Quindi non mi muovo secondo linee precise, se vogliamo individuare un metodo diciamo che ascolto il brano, quasi sempre cantato, decine di volte e mi lascio guidare dai ricordi, da idee musicali che provo ad immaginare, da frammenti di arrangiamento che provo a suonare, immagino orchestrazioni varie, affido la melodia agli strumenti più improbabili, e finalmente quando decido lo stile che voglio dare a qual brano, suono e scrivo, prima la parte di arpa e poi il resto. Anche qui non ho uno schema fisso di strumenti, mi piace cambiare, sentire suoni nuovi, anche se ho delle preferenze come tutti, il violoncello e l’oboe ad esempio mi piacciono alla follia! 

Hai avuto modo di presentare il tuo lavoro di rielaborazione anche all'estero in circuiti strettamente collegati alla musica celtica, come è stata questa esperienza e qual'è stato il riscontro che hai avuto?
Credo che essere invitato al Festival di Lorient quest’anno proprio in virtù del lavoro fatto con la musica tradizionale del Piemonte sia un buon riscontro positivo. Ma al di là dei luoghi ufficiali, è stato il pubblico incontrato e gli allievi che partecipavano agli stages che mi hanno convinto della forza contenuta in questa musica. Uno dei momenti più emozionanti è stato il Festival di Edimburgo, dove ho ricevuto un'accoglienza molto calorosa ed inaspettata trovando molta curiosità ed interesse per repertori nuovi ed esperienze come la mia. 

Negli anni ti sei dedicato anche all'insegnamento dell'arpa quanto ti ha arricchito questa esperienza e quanto è importante la divulgazione di uno strumento etnico? 
Insegnare musica tradizionale è bellissimo. Non trasmetti soltanto le conoscenze tecniche per permettere a qualcuno di suonare uno strumento, ma gli racconti un mondo, fai da ponte con il passato cercando di portare avanti quello che hai ricevuto. Il senso della cultura orale contadina, e non solo contadina, in fondo è questo. Certo uno strumento etnico si porta dietro la sua storia e la sua tradizione e quindi aiuta a capire questo senso di appartenenza a qualcosa che pur essendo più grande di te ha bisogno di te per continuare il suo viaggio. 

Nel 2007 hai dato alle stampe Evoa, dedicato a Costantino Nigra nel centenario della sua morte e al grande repertorio della ballata epico-lirica, puoi parlarci di questo disco, che tra l'altro ti è valso il Bravos! da Trad Magazine? 
Evoa è stato per me un po’ il disco della conferma di quanto progettavo. Fino ad allora ero abituato a parlare dei miei progetti e ricevere dei sorrisetti di commiserazione che erano molto chiari nel loro messaggio, oppure consigli su come rendere più accessibile, più accattivante quanto proponevo. Quindi quando parlai ad Yves Ribis del progetto chiedendogli di collaborare per gli arrangiamenti, adoravo Arz Nevez e il lavoro che Yves aveva fatto per Stivell, ero pronto ad ogni evenienza, forse l’unica a cui non ero pronto e che dicesse di si e che fosse interessato alla cosa! Da tempo ascoltavo il materiale del Nigra e più lo ascoltavo e più lo trovavo bretone, provavo arrangiamenti in stile un po' troppo Dominig Bouchaud come diceva spesso mio figlio Martino, ma funzionavano e rendevano, per me, il cuore e l'anima di questo repertorio. Così nacque l’idea di un disco tutto dedicato al Nigra e alla ballata epico-lirica. Non so quanto la collaborazione di Yves, Doming e Françoise abbiano inciso sul successo del disco, ma posso dire che lavorare con loro e per loro, mi ha costretto a notevoli sforzi, e anche a distaccarmi dalla musica bretone per cercare un linguaggio più personale, insomma fatti i primi passi era ora di camminare da solo! 

Il tuo ultimo lavoro è Un'Arpa per Teresa, dedicato a Teresa Viarengo come nasce questo disco? 
L’idea è nata leggendo il libro Canté Bergera, dove Leydi illustra i materiali da lui raccolti e del suo legame con Teresa. Purtroppo di edito c’è molto poco rispetto a quanto è stato registrato e così sono partito per la Svizzera in quel di Bellinzona per ascoltare tutto il materiale, interviste comprese. Le interviste sono state una parte determinante della stesura finale del repertorio, potrei dire di avere ritrovato e riascoltato tutte le persone che sentivo parlare e cantare all’osteria, i racconti di quando ero bambino, i segreti che i bambini non dovevano sentire quando, facendo finta di giocare, ascoltavo i grandi raccontare. Ero convinto che ci fossero brani inediti e bellissimi ed infatti così è stato. Il solo di arpa de La Bela va all’Inghilterra è un frammento di pochi secondi ma la melodia è semplicemente meravigliosa, sembra scritta per l’arpa. E poi volevo indagare e sostenere una teoria molto personale e cioè che questa musica comunque la si suoni, qualunque linguaggio si scelga, dal più classico al più sperimentale ha un potere evocativo unico. Ascoltando il cd, ti accogerai che ci sono linguaggi molto distanti, c’è del classico quasi vivaldiano unito al pop e al jazz, c’è la musica contemporanea, questo grazie al grande aiuto dell’amico e compositore Aldo Sardo, c'è musica tradizionale, che poi l’esperimento sia riuscito non sta a me dirlo, ma posso dire che a me piace quello che ne è uscito ed è proprio quello che volevo! 

Quali sono le connessioni tra la musica celtica e bretone e la tradizione musicale piemontese? 
Qui apriamo un’enciclopedia, ma la chiudiamo subito: non sono malato di celtismo. Nigra nell’introduzione del suo lavoro del 1888 parla espressamente di “materiali che abbiano un substrato celtico” essendo egli conoscitore di altre ricerche a lui contemporanee come il Barzaz Breiz di Villemarqué o il lavoro di Luzel sulla musica popolare. Molto oltre non si va. I ricercatori e gli etnomusicologi ci consegnano dei dati interessanti e certo ci sono aspetti ancora da indagare così come la storia apre spunti di ricerca che varrebbe la pena perseguire, ma questo non è il mio lavoro. Molti musicisti e amici bretoni mi hanno spesso chiesto se le melodie fossero ispirate alla loro musica e restano sempre stupiti nel conoscere che nulla nella melodia è stato toccato, questa è una delle caratteristiche del mio lavoro, le melodie sono esattamente le stesse che ho ascoltato. Esistono curiosi casi in cui i testi sono quasi identici e sono in francese, non dimentichiamo che per il Piemonte il francese è stata lingua comunemente utilizzata nei secoli scorsi e conosciuta anche dal popolo, oppure ballate che raccontano la stessa storia, alcune melodie sono conosciute sotto forma di brani da danza sia in Piemonte sia in Bretagna. In ogni caso la ballata è sempre stato un genere molto diffuso in tutta Europa. Quello che a me è interessato e interessa è pensare che, come Stivell ha fatto per la Bretagna, si può fare anche da noi un lavoro nuovo sulla nostra musica. 

Hai avuto modo di collaborare anche con Alberto Cesa e Donata Pinti, puoi parlarci del tuo rapporto con loro… 
Il lavoro con Alberto e Donata è stato legato strettamente a Rèis, non ho avuto la fortuna di proseguire oltre la collaborazione con loro ma è qualcosa che è rimasto nel profondo. Il primo brano di musica piemontese che mi permisi di arrangiare in chiave personale, anche se all'epoca era per chitarra con accordatura aperta, fu Il Moro Sarasin, dal repertorio di Canto Vivo e quando pensai a Rèis accarezzai il sogno di avere Alberto a cantare il mio arrangiamento, arricchito per l'occasione dall'arpa e dalle uilleann pipes. Da Alberto il passo fu breve nel chiedere a Donata di collaborare, anche perchè credo fosse l'unica, e lo sia ancora, a poter reggere il confronto con la voce di Anne Auffret. In realtà avevo ancora qualche progetto nel cassetto con loro, ma la prematura scomparsa di Alberto lo lascerà per sempre li, e credo sia anche giusto così. 

Concludendo quali sono i tuoi progetti futuri? Stai preparando un nuovo disco? 
Non mi piace stare fermo e vivere di rendita, il nuovo lavoro sarà proprio nuovo. Sono composizioni su dei testi poetici, sempre in piemontese questo è chiaro, ma con un linguaggio aperto a nuovi suoni e qualche esperimento come al solito. La novità principale è la collaborazione con Barbara Borra, nuova voce dei miei lavori, cantante jazz, compositrice e ottima pianista, con un'esperienza internazionale non indifferente, quindi nuovi suoni delle tastiere, ci saranno percussioni in modo decisamente superiore a quanto non ho utilizzato fino ad ora, il contrabbasso e il basso elettrico, gli archi molto probabilmente e come sempre qualche comparsa dal mondo celtico. Vorrei fosse pronto al più presto ma, come puoi immaginare, di questi tempi non è semplice risolvere gli aspetti economici anche se riduci al minimo i costi. 



Enzo Vacca & Dominig Bouchaud - Rèis (ArteNomade/Coop Breizh) 
Registrato nel 2004 insieme a Doming Bouchaud ed ispirato da Canté Bergera, l’opera di Roberto Leydi dedicata a Teresa Viarengo, Rèis è il disco che apre il percorso musica di Enzo Vacca attraverso la riscrittura e la riproposizione per arpa celtica della tradizione musicale piemontese ed in particolare della ballata epico-lirica. Al suo fianco troviamo oltre al già citato Bouchaud, Anne Auffret (canto, arpa), Elisabetta Bosio (viola), l’indimenticato Alberto Cesa (canto, ghironda), Donata Pinti (canto), il figlio Martino (uilleann pipes) e Francesco Vazzana (chitarra). Il disco raccoglie tredici brani di pregevole fattura che rispecchiano il riavvicinamento di Vacca alle tradizioni della sua terra, attraverso un viaggio a ritroso nel tempo che parte dalla Bretagna e ritorna alla suo paese di origine tra la provincia di Cuneo e quella di Asti. E’ dunque un fluire di ricordi, melodie e canti antichi, frammenti di vita, che diventano musica per arpa, ispirandosi al lavoro dei Cantovivo di Alberto Cesa, e non è un caso che il disco si chiuda con Escriveto, versione franco provenzale della ballata piemontese ël Mòro Sarasin, brano tradizionale che per primo catturò l’attenzione del musicista di Canove di Govone. L’ascolto ci consente così di scoprire anche sorprendenti connessioni tra la musica celtica e quella piemontese con brani come Gli Anelli, Ar c'hallez vihan, cantata dalla Auffret sulla melodia del tradizionale Cecilia, e Marion cantata da Donata Pinti, e caratterizzata dal testo piemontese scritto da lei stessa, sulla melodia di Eliz Iza, brano del repertorio bretone. Sebbene Rèis sia solo il primo passo del cammino musicale di Enzo Vacca, da questo disco emerge chiaramente come la sua opera di contaminazione sonora non sia volta semplicemente alla ricerca di un suono ma piuttosto si ponga come strumento di dialogo tra tradizioni diverse e tra presente e passato alla ricerca di una radice sonora unica che collega la Bretagna con il Piemonte. 

Enzo Vacca – Evoa! (R&G Zedde) 
Evoa. L’acqua, proprio quella che durante le estati trascorse a Canove di Govone, Enzo Vacca chiedeva alla nonna per dissetarsi dopo aver giocato. Ormai adulto, quella stessa acqua è diventata simbolo di memoria, di ricordi ma anche delle radici della sua terra. Pubblicato nel 2007 Evoa! è il titolo del secondo disco del musicista piemontese nel quale, attraverso undici brani, prosegue il suo cammino di riscoperta dei suoni e delle tradizioni della sua terra, e non è un caso che il disco sia dedicato a Costantino Nigra, precursore dei tanti ricercatori che si sono avvicendati negli anni nello studio della cultura e della musica popolare in Italia. Ad affiancarlo in questa nuova avventura oltre a Dominig Bouchaud, già con lui nel primo disco, troviamo anche altri musicisti della scena bretone come Françoise Le Visage e gli Arz Nevez ovvero Grégoire Hennebelle (violino), Gael le Bozec (violino e viola) e Maud Caron (violoncello) ed alcuni ottimi musicisti italiani come il figlio Martino (uilleann pipes), Francesca Funnone (violoncello), Claudia Bellamino (oboe) e le voci di Arianna Ferraudo, Giovanna Marello, Dario Marello, Enzo Marello, Alberto Marello e Batista Cornaglia. Durante l’ascolto si spazia così dalle sonorità della tradizione piemontese con Papà Dame La Bella, Taca Bòrgno e O Mama Mia Marideme Mi, a composizioni originali come la splendida Tera Sagrinà nel quale si intrecciano un personale Dies Irae e una toccante Ave Maria. Vertice del disco è senza dubbio Cassin-a Sola, una delle più belle canzoni tradizionali piemontese raccolte da Costantino Nigra, tuttavia di grande intensità sono anche Suite ‘d Natal, che mescola tre brani natalizi, la toccante Amore Risponde a Tutto e I Veuj Nen Scordè (Moreto), brano ascoltato in un’osteria e qui riletto per l’arpa e le voci del coro composto da Giovanna Marello e la sua famiglia. Come il precedente, Evoa! unisce tradizione, dialogo ed innovazione in una proposta musicale assolutamente originale, ciò che però lo rende ancor più affascinante è la cura per le melodie ora più eleganti ed fascinose. 

Enzo Vacca - Un’Arpa Per Teresa (Concert-Azione/R&G Zedde) 
Complice l’ascolto del disco della GEOS “Teresa Viarengo e la ballata popolare in Piemonte" ed una traccia di lavoro sui materiali del Coro Bajolese, Enzo Vacca con Un’Arpa Per Teresa torna all’ispirazione che aveva animato il suo disco di esordio, ma questa volta per focalizzarsi solo ed esclusivamente sul repertorio di Teresa Viarengo. E’ nata così l’idea di riprendere quella traccia di ricerca, concretizzatasi con l’ascolto delle registrazioni integrali del fondo Leydi conservate in Svizzera presso il Centro di Dialettologia e di Etnografia di Bellinzona. E’ nata così l’idea di recuperare sette brani del repertorio della cantante astigiana, ai quali si uniscono due composizioni dello stesso Vacca e quattro del compositore classico Aldo Sardo, tra cui la suggestiva Suite ëd Pasqua. Una scelta bene precisa questa, che evidenzia come il musicista piemontese abbia compiuto un ulteriore passo in avanti nel suo percorso artistico, puntando con maggior decisione anche sulle composizioni originali, così intense dall’essere difficilmente distinguibili dai brani tradizionali. In questo senso fondamentale è stata anche la scelta di circondarsi di quasi esclusivamente di musicisti italiani fra cui il figlio Martino alle uillean pipes, il produttore Giancarlo Zedde alla fisarmonica, e il trio d’archi composto da Marco Allocco al violoncello, Lorenzo Prelli e Gianluca Allocco al violino. Durante l’ascolto brillano così sia i tradizionali come Doi Anelin, Batajin e la struggente La Cecilia ma anche le composizioni originali come il toccante Tango Per Teresa e Ar Me Matòt dello stesso Vacca e Sant’Alessi di Sardo, che recupera la tradizione del teatro liturgico popolare del piemonte. Un’Arpa Per Teresa è senza dubbio il lavoro più compiuto e maturo artisticamente parlando di Enzo Vacca e questo anche grazie alla preziosa collaborazione con Aldo Sardo che ha consentito di allargare ulteriormente gli orizzonti musicali. 



Salvatore Esposito