Sylvain Barou – Sylvain Barou (Aremorica Records/Albumtrad)

Noto per essere uno dei componenti dei Guidewires nonché di un nuovo trio insieme a due leggende della musica tradizionale irlandese come Donal Lunny e Padraig Rynne, Sylvain Barou è senza dubbio uno dei più talentuosi flautisti bretoni della nuova generazione. Sebbene abbia solo trentadue anni, il suo curriculum presenta una lunghissima lista di collaborazioni prestigiose tanto in studio con artisti come Denez Prigent, Dan Ar Braz, Soig Siberil, Gilles Le Bigot, Liz Carroll, Yvan Cassar, Alain Genty, Erik Marchand, Keyvan Chemirani, e Prabhu Edouard quanto sul palco con Celtic Procession, Jean-Charles Guichen, David Pasquet. A questo va aggiunto anche il fatto che il suo eclettismo e il suo percorso di ricerca lo hanno condotto negli anni ha superare i confini della musica bretone e celtica, per studiare da vicino anche sonorità provenienti da altre zone del mondo come l’India, la Turchia, la Grecia, l’Iran e la tradizione sufi. Non è un caso dunque che oltre al suo strumento di elezione il flauto, Barou suoni con disinvoltura anche le uilleann pipes, la cornamusa Kozh, il flauto bansuri, e il duduk. Recentissimo è il suo disco di debutto omonimo, registrato in un lungo periodo di tempo che va dal 2005 al 2011 approfittando dei pochi momenti liberi che caratterizzano la sua vita. Interamente strumentale, il disco di compone di tredici tracce equamente divise tra inediti e brani tradizionali, tratti da vecchi nastri o registrazioni sul campo effettuate dallo stesso Barou, compongono una sorta di affascinante diario di viaggio che compendia tutto il suo percorso artistico. Non a caso al suo fianco ha voluto molti dei suoi già citati amici e collaboratori con i quali in questi anni ha lavorato in studio e sul palco. Durante l’ascolto infatti si spazia dalla musica irlandese delle gighe The Naga Jigs, e The Windy Set al reel di JD’s Reel al 7/8 della tradizione afgana Shah Koko Jaan fino a lambire la musica greca e balcanica nella splendida Mare Nostrum. Non mancano alcune piccole gemme come la piccola suite che si compone dell’intro Margaretig e della fascinosa Ton Doubl Plinn, o la sinuosa Esfahan nella quale traspare tutto il suo amore per la musica orientale, e da ultimo l’intesa Melodie Kozh. Considerare questo primo disco solista di Sylvain Barou come un debutto sarebbe assolutamente riduttivo, è piuttosto un opera di alto profilo artistico che non mancherà di suscitare grande interesse e curiosità tanto da parte degli appassionati quanto da quella degli addetti ai lavori. 


Salvatore Esposito