Amina Alaoui – Arco Iris (ECM/Ducale)

Sin da giovane la cantante e compositrice marocchina Amina Alaoui si è imbevuta della tradizione classica andaluso-maghrebina, con predilezione per lo stile di canto Gharnati (che vuol dire Granada in lingua araba). Negli anni l’artista di Féz ha frequentato e vissuto altre forme e linguaggi musicali, pur restando profondamente legata al patrimonio sonoro di Al-Andalus (ricordiamo il suo ottimo Alcantara del 1998). Arco Iris è il secondo lavoro alla sontuosa corte bavarese di Manfred Eicher, dopo la collaborazione con Jon Blake in Siwan. Si segue con interesse l’esplorazione dei plurisecolari punti di comunanza tra forme musicali e poetiche dell’occidente mediterraneo (musica arabo-andalusa, sefardita, flamenco, fado). Alaoui (voce e daf) si avvale di bravi collaboratori internazionali: Sofiane Negra (ûd), Saïfallah Ben Abderrazak (violino), José Luis Montòn (chitarra flamenco), Eduardo Miranda (mandolino), Idriss Agnel (percussioni, chitarra elettrica). Il repertorio mette insieme versi di autori arabo-andalusi e di Teresa d’Avila, “Fado menor” firmato da António de Sousa Freitas, testi scritti dalla stessa Alaoui (“Que farè” e “Arco Iris”). Senz'altro il disco ha un notevole appeal per la nitidezza del suono ECM, per l’incantevole canto della vocalist, per la seduzione esercitata dall’itinerario nel significativo repertorio poetico, per la strumentazione a cavallo tra mondo arabo e flamenco, e, non da ultimo, per le suggestive, erudite note di presentazione del booklet che raccontano genesi e intento del lavoro, mettendo tuttavia l’accento, con una certa pretenziosità, su pregnanti categorie estetico-emozionali nella musicalità arabo-andalusa e del cante jondo. L’iniziale tradizionale andaluso “Hado” presenta il canto nudo di Amina che ci conduce a “Bùscate en Mì”, dove l’assolo violino fa da preludio alla voce che si libra sui versi della cinquecentesca mistica cattolica. Poco efficace, invece, il tuffo nel repertorio lusofono, né convince sempre la combinazione delle liriche dell’undicesimo secolo con i principi compositivi armonico-melodici tipicamente occidentali. All’opposto, brilla “Ya Laylo Layl" sui versi millenari di Ibn Zaydún de Còrdoba, con la sinuosa introduzione per violino solo, la sezione di voce e pieno strumentale (ûd, violino, percussioni), la sequenza finale di carattere improvvisativo. Toccano le corde dell’emozione anche lo strumentale con piglio andaluso “Moradia” e “Las Morillas de Jaén", con l’ensemble che ci mette calore e virtuosismo. Curiosamente, la canzone “Que fare” presenta una chitarra elettrica imbracciata da Agnel, figlio dell’Alaoui, mentre la solare “Arco Iris”, testo di Alaoui su musica del compositore capoverdiano Teofilo Chantre, rappresenta un po’ il conclusivo inno alla ricerca di affinità iberico-mediterranee, trascendimento di confini geografici e culturali e reciproca comprensione, le idee guida dell’album contro visioni integraliste e “scontri di civiltà”.



Ciro De Rosa