Franca Masu: Il Canto Algherese Che Abbraccia i Mari

Franca Masu - 10 Anys (Aramùsica) 
B-CHOICE

Canto che si libra e si flette; voce inebriante di luce e calore, maestosa, ma anche umbratile, increspata ed irrequieta, venata di melanconia. Con la sua alguimia di umori canori, Franca Masu è “voce che racconta di sole, di mare e di genti”, ha scritto Paolo Fresu. Non meno efficace la parola del grande cantore e poeta catalano Lusi Llach: “Quando l’ho sentita per la prima volta mi ha catturato con tanta forza che ho manipolato il vento, il mare e la sorte perché mi portassero fino a casa sua, ad Alghero”. È trascorsa una decade da quando l’algherese è entrata nella scena musicale mediterranea. Oggi ritorna con un album che è desiderio di ripercorrere le tappe della sua carriera. 10 Anys (Aramùsica, 2011) fissa su disco alcuni tra gli episodi più significativi dei suoi tre dischi “catalani”, raccolti dal vivo tra il 2006 il 2010 sui palchi europei, ma presenta anche due inediti in lingua sarda. Accanto a Franca, ad esaltare un suono di squadra sempre elegante, mai preponderante sulla voce, troviamo Marcello Peghin (chitarra 12 corde), Fausto Beccalossi (fisarmonica), Salvatore Maltana (contrabasso, basso elettrico), Marco Malatesta (percussioni), Eros Cristiani (fisarmonica e tastiere in “No res”), arrangiamenti curati da Mark Harris (piano), Maltana e Peghin. L’album vibra di passione, restituendo appieno il percorso artistico dell’artista sarda. Ci sono brani che gemellano la lingua di Alghero con il tango (“Cor meu”, “Passa Jesucrist”, “Quedar-me sola”, “Amargantango”), liriche e musiche che giocano con suggestioni andaluse (“L’Adéu”), emerge l’amore primigenio per Mina (“Acquamare”), c’è una canzone che Franca ama tantissimo, scritta da Luigi Marielli per la voce unica dell’indimenticato Andrea Parodi (“Astrolicamus”), la testimonianza della devozione isolana (“Ave Maria”), il vorticoso, sognante orizzonte sonoro che getta ponti tra le città del mare nostrum (“Acquamare”, “Núvol blau”, “Tria la vida”, Mirant estrelles”, “Lo nassaiolo”), il dialogo fitto tra voce e percussioni che rivela l’amore per la libertà jazzistica (“No res”). Franca Masu ci racconta la sua passione per il canto, le sue stelle di riferimento musicale, la sua ricerca sulla lingua, il suo veleggiare tra terre mediterranee ed atlantiche. 

La tua carriera come cantante nasce da una passione per il canto ma anche da una sorta di illuminazione che ti ha consentito di ritagliarti uno spazio artistico autonomo. Quali erano i tuoi modelli canori, quando hai iniziato? Sappiamo che eri molto vicina più al jazz. 
Ho iniziato a cantare quasi per caso, come spesso accade. Tutti i miei amici sapevano che adoravo cantare fin da piccolissima. Ogni festa era mia, ogni riunione di famiglia culminava con il mio piccolo "spettacolo", dove facevo divertire i parenti imitando Mina e Patty Pravo. Sapevo tutto della musica leggera italiana. A nove anni mio padre mi regalò un LP di Mina: Del mio meglio n.2 e imparai in una settimana tutti i brani a memoria...compresa “Someday”, scimmiottando il suono delle parole in inglese. Ma una sera, in un piano bar, dove c'era un pianista di Napoli, fui praticamente obbligata ad esibirmi e da quel momento il pianista non cantò più! Due ore dove più titoli mi proponeva e più mi divertivo, perché li conoscevo. Nessuna paura, fu la prima sensazione che provai. E una gioia che assomigliava ad una vertigine. Da lì, il primo salto a un palco tutto mio, fu breve. Alcuni jazzisti di Alghero mi chiesero di divenire la loro vocalist. Erano affascinati dalla mia voce e dalla mia naturalezza nel cantare. Accettai e cominciarono a insegnarmi standard di jazz, ma io non avevo idea di cosa fossero! Mi misi a studiare, nel senso che ascoltavo tutto quel che potevo e cercavo di imparare, ma non potevo interpretare...ero solo allo stadio della pura "imitazione". Eppure mi servì tutto quel tempo, quegli ascolti e quelle serate nei jazz club perché dovevo stare al gioco, il gioco dell'interplay. L’ho imparato senza traumi, perché era come una sfida per me, stare con tutti quegli uomini e dovermi sentire al pari loro; dovevo imparare le regole, ma dalla mia avevo due vantaggi: una voce versatile e lo swing. Ecco cosa ancora oggi mi diverte cantando: lo swing. O ce l'hai o non ce l'hai. Quello non si impara. 

Se dico Mina, Amália Rodrigues, Argentina Santos, Maria del Mar Bonet, Maria Carta, Elena Ledda? In che rapporto sei con tutte queste signore della voce? 
Andiamo per ordine: la prima in assoluto è stata Mina, come ho già detto. E ancora oggi non smetto di emozionarmi perché è stata e rimane un mito per me, per la mia infanzia, per tutta la mia adolescenza e per la sua storia di donna e di artista. E molto mi manca non poterla vedere. Amália? Era il 2000 quando mi regalarono alcuni suoi nastri e al sentire quella voce e quel mondo, la prima reazione fu piangere. E così riaffiorarono sensazioni profonde che dovevo aver tenuto sepolte senza ben sapere perché...e questo mi spaventava. Ho cominciato a collezionare tutto quel che potevo di lei e a imparare sempre di più il fado e il portoghese. Perché più lo cantavo, più paradossalmente , ero felice. Mi sentì cantare una docente di lingua e letteratura portoghese della Sapienza di Roma e rimase senza parole. "Franca-disse-ti prego, devi cantare fado. Tu hai saudade dentro". L'ho ascoltata, ho studiato tanto e mi sono esibita in alcuni contesti cantando fados finché sono stata notata da un produttore di Torino che mi scelse per interpretare “Maria di Lisbona” nel musical omonimo, che andò in scena a Torino con sei repliche al teatro Alfieri. Fu il coronamento di un sogno: come musicista era stato scelto l'ultimo chitarrista di Amália, Màrio Pacheco, oggi il più grande virtuoso di chitarra portoghese. Non solo fu un onore lavorare con lui, ma ancor di più ebbi la conferma da "cotanto artista portoghese" : "Franca, está fadista!" Argentina Santos, l'ho conosciuta quando è venuta in Italia e abbiamo cantato nella stessa rassegna. Un temperamento eccezionale. Con Maria del Mar ci conosciamo e ci stimiamo molto. Lei mi ha trasmesso la voglia di scommettere sul canto in algherese e quindi sulla vera ricerca delle mie origini. Ammiro molto Elena, ci conosciamo bene. Ha una tecnica formidabile. Quanto a Maria Carta…bellissima, austera, piena di mistero. Voce dell’anima sarda come nessuna. 

Ed oggi, hai ascoltato recentemente qualche cantante che ti ha affascinato? 
Da alcuni anni ascolto e ammiro una grande cantante spagnola: Martirio. E' affascinante, una vera artista, una carriera eccezionale. Canta il flamenco tradotto con accenti jazzistici, con una rilettura raffinatissima delle antiche coplas, ma interpreta anche il tango, le musiche cubane e brasiliane con grandissima personalità e originalità di arrangiamenti. Ci siamo conosciute on line e sono andata a trovarla a Madrid, mi ha molto incoraggiato ad andare avanti a proseguire sul mio filone musicale. A Madrid, a febbraio lei è stata l'ospite d'onore del mio concerto. Un altro sogno avverato. Prepariamo uno spettacolo assieme che spero di portare prestissimo anche in Italia. 

La tua arte ha rappresentato anche una riscoperta della tua città? Guardata con occhi diversi?
Riscoprire Alghero attraverso i suoi canti è stato un po’ come restituire a me stessa una nuova identità e ritrovare la piena consapevolezza di essere sarda e figlia di quest'isola. Sono andata a vivere dentro il cuore de l'Alguer vella. Un'altra Alghero: quella del centro storico, dei pescatori, delle piccole storie di vita semplice, fatta di momenti pieni di famiglia, condivisione delle piccole cose, lunghe chiacchierate sui bastioni, di tramonti mozzafiato, di profumo di mare, di pesce fresco che frigge la mattina, suono di campane che scandiscono il passare delle ore, senso di libertà a guardare dalla mia finestra sul porto le barche che partono per la pesca, il silenzio dei vicoli, le case povere e i bei palazzi in stile catalano, le lenzuola bianche che sbattono al maestrale. L’odore di salsedine. Non potrei vivere in nessun altro posto al mondo! 

Anche la ripresa creativa di un dialetto, imparentato con una grande lingua importante nella storia culturale del Mediterraneo... 
L’algherese è una variante del catalano. E la penso come lingua, più che come dialetto. Credo proprio abbia dignità di lingua. E’ il catalano che ormai non si parla più, perché il catalano ufficiale è stato standardizzato. È una ricchezza, una grande risorsa culturale per la Sardegna. Ancora una specificità nella molteplicità culturale sarda. Alghero è come un’isola nell’isola. Ma nella accezione più positiva che io le voglio conferire. 

Quanto ti ha catturato lo studio del catalano? Non si è trattato soltanto di imparare le basi fonetiche di una lingua per pronunciare bene solo le liriche di qualche canzone.
Si è trattato di apprendere da capo una lingua che non parlavo e che a malapena capivo a casa di mio marito. Non so bene come è stato, ma mi sono innamorata di questa parlata così dolce e musicale allo stesso tempo. Mi son buttata a capofitto nella lettura, nell’ascolto delle frequenze radio in onde medie delle stazioni catalane per apprendere almeno la cadenza, se non potevo capire il significato. Mi sono iscritta ai corsi di algherese in città. Ma io volevo essere capita dai catalani, quindi l’algherese non mi bastava. E così ho studiato contemporaneamente algherese e catalano standard. La mia ambizione era diventare “la voce catalana di Sardegna”. E i catalani sono 10.000.000 nel mondo. Non potevo pensare di cantare solo per gli algheresi, dovevo fare una nuova scelta linguistica. E così ho azzardato: coniare un algherese “colto”. Laddove il lessico algherese non mi poteva aiutare, perché è sempre stata una lingua ”povera”, del popolo, quindi della semplice quotidianità, mutuavo i termini mancanti dal catalano. E così sono andata avanti e la formula è stata vincente. Uso termini tipici dell’algherese, ma con una pronuncia e un‘ampia scelta di vocaboli e di sintassi catalane. Mi capiscono tutti!! E la lingua è un processo in divenire…altrimenti le parole rischiano di morire. 

Come racconteresti Alghero? 
Ho sempre immaginato Alghero come una bella donna distesa che ti aspetta. Alghero è femmina. E’ magica e misteriosa allo stesso tempo... È solare ma può essere anche un luogo pieno di malinconia. C’è una strana saudade in questa città. E quell’orizzonte che ti lascia dentro un languore continuo, un desiderio di partire, di cambiare, di andare lontano. Eppure non se ne ha il coraggio. E si rimane. Alghero è moderna, è piena di vita, di turismo, di attrazioni, di eventi, di cultura e di saperi. Del mare di Alghero è l’aragosta più pregiata del mondo e il corallo più prezioso di tutti i mari. È un luogo speciale dove poter creare le cose, le cose belle, forse sarà la luce, una luce speciale, azzurra. Alghero è il silenzio sulla punta del molo, è il fiato sospeso dal frontone di Capo Caccia. È il mio puerto escondido. Già un destino.

Quanto è stata ispirante la figura artistica di tuo padre Manlio, al quale hai dedicato “Núvol Blau”, musicata dall’immenso Mauro Palmas? 
Mio padre è come un faro in mezzo al mare. Oggi sono una donna adulta, eppure, lui è costantemente presente. È un artista, un sognatore, ma allo stesso tempo è sempre presente a se stesso e mi guida, mi incoraggia e mi sostiene. Nelle sue tele c’è tutto il suo sogno, che è il mio stesso sogno, quando davanti al mare, mi lascio naufragare nel mistero.

Ti sarà stato detto tante volte, ma nella tua musica si avverte molto la presenza di Napoli e di Lisbona. 
Immaginiamo Alghero al centro del Mediterraneo: al suo estremo ovest Lisbona e ad est Napoli. Immagino di aprire le braccia e di poter sfiorare queste due città così lontane e oppure così vicine. Comincio a cantare. Cosa canto? Canto della lontananza , del mio amore perduto, del mare, del distacco, della paura di dover lasciare la mia terra, canto alla luna che conosce il mio segreto. Canto tutto questo con i mandolini tipici di Alghero….ma ci sono anche a Napoli…eppure quel suono c’è anche a Lisbona con quelle preziose corde di chitarra portoghese…e adesso che ci penso i canti sono gli stessi. Ecco perché nella mia musica tutto questo confluisce naturalmente. Lo porto dentro. 

In ogni modo, la critica catalana ti ha accolta con entusiasmo. Come hai vissuto da algherese questo riconoscimento? 
È stata fin dall’inizio una sensazione molto particolare, speciale direi. Infatti il mio ingresso in terra catalana fu concepito da una parte come una novità musicale e dall’altra fui “vista” quasi come un fenomeno linguistico che arrivando dall’altra costa del mare parlava la stessa lingua. Poi nel tempo è stato riconosciuto sempre più valore alla musica e al contenuto culturale che portavo con me e questo mi ha fatto conquistare sempre più spazio nel panorama artistico catalano. Oggi per la critica e per il pubblico sono una artista di taglio internazionale pur conservando, per i catalani, quella caratteristica di “germana” cioè di “sorella” d’oltremare. 

La tua ricerca musicale e interpretativa ti ha condotta oltre il Piccolo Mare, al di là dell’Atlantico. Come nasce l’incontro col tango? 
Nasce subito dopo aver conosciuto Fausto Beccalossi, lo straordinario accordeonista che mi accompagna dal 2003. E’ stato lui che mi ha insegnato il primo tango, “Chiquilin de Bachin” di Ferrer/Piazzolla: fu amore a primo ascolto, quasi una nostalgia. Poi venne l’incontro con Oscar Del Barba, che mi fece sentire gli arrangiamenti di diversi tangos che già suonava con il suo trio Nuevo Tango. E il resto è storia, è tutto nel nostro CD Hoy como ayer. Un altro grande sogno realizzato. Ogni volta che faccio un concerto di tango, mi emoziono fino alle viscere, è qualcosa di grande, di profondo che mi cattura e mi sembra di trasformarmi sul palco e tante volte mi commuovo fino alle lacrime. Insomma, il tango mi ha regalato tanto, tante belle soddisfazioni raccolte soprattutto in Argentina, dove la domenica spesso programmano le mie interpretazioni alla Radio nazionale di Tango di Buenos Aires: Radio2x4. Adorano il mio lavoro. Questo è straordinario. 

Dieci anni. Un punto d’arrivo, ma, immagino, anche una nuova partenza… 
10ANYS è un live entusiasmante dove ho cercato di raccogliere alcune tra le tracce più rappresentative per me, la mia carriera, la mia personalità, dalle registrazioni più belle nei palchi del mondo: un bell’anniversario. Un bilancio più che positivo direi. Dieci anni e cinque dischi. Ma questa settimana ho appena finito di registrare il nuovo CD , quello con 12 tracce nuove!! Molte sono scritte da me. Sono felicissima, trovo che sia un lavoro maturo, ricco di musica e di suggestioni. Porta arrangiamenti bellissimi del contrabbassista Salvatore Maltana aiutato dal chitarrista Alessandro Girotto, ma anche preziosi inserti di Oscar Del Barba al pianoforte, lo splendido accordeon di Beccalossi e la sensibilità mista ad energia del percussionista catalano Roger Soler. Ho registrato a Udine all’ArteSuono di Stefano Amerio. Il disco ha un suono straordinariamente autentico. Stefano Amerio è l’unico che può e sa restituire autenticità ai suoni. È stata una esperienza esaltante. Non vedo l’ora che possa andare in stampa, ma bisognerà attendere l’autunno, credo. 

Rimpiangi qualcosa del tempi in cui eri un’insegnante a tempo pieno? 
Nei primissimi tempi dopo aver lasciato l’insegnamento mi sentii un po’ sguarnita, mi mancavano i ragazzi. Loro mi facevano sentire dentro la vita, la quotidianità, le cose di tutti i giorni. Poi, col tempo sono stata assorbita completamente dal mio lavoro, a cui mi sono potuta dedicare completamente. Quando oggi vedo le condizioni in cui versa la scuola, beh, rimpianti non ne ho. Sono andata via, forse, nel momento giusto. 


Ciro De Rosa 


BONUS TRACK

Oscar Del Barba Ensamble featuring Franca Masu - Pasyon Y Amor (Velvet Luna) 
Musicista di grande esperienza e solida preparazione accadamica, Oscar Del Barba è senza dubbio uno dei pianisti jazz più interessanti degli ultmi anni e questo non solo per le tante collaborazioni che costellano la sua carriera ma soprattutto per il suo lungo percorso di ricerca attraverso la world music ed in particolare per la musica sudamericana. Da qualche anno ormai intorno a se ha radunato un gruppo di eccellenti musicisti, dotati di grande duttilità interpretativa, composto da Salvatore Maiore (contrabbasso e violoncello) Maria Vicentini (violino), Fausto Beccalossi (fisarmonica), e Gianni Alberti (sax e clarinetto) e con loro ha inciso di recente, Pasyon Y Amor, che vede l'Ensamble, arricchito dalla straordinaria voce di Franca Masu, confrontarsi con il tango. Registrato in presa diretta, nella splendida acustica naturale degli studi MagisterArea di Preganziol da Marco Lincetto, il disco presenta otto brani, i cui testi sono stati scritti e curati da Alan Zamboni, e che compongono una sorta di romanzo nel quale vengono evocati la passione e l'amore insiti nel tango come nella cultura sudamericana ma nello stesso tempo evocano anche le sofferenze e le violenze subite durante i regimi dittatoriali. La grande forza descrittiva dei testi si trasforma in evocativa e densa di emozioni grazie alla voce della Masu che ci conduce attraverso le storie raccontate dai testi spaziando da Madrid a Buenos Aires. Si tocca così con mano la tragedia della guerra civile spagnola in Pais o le dolorose vicende dei desaparesidos argentini evocati in Plaza De Majo, ma altrettanto intensi sono anche i brani più passionali come Ora, Argento Vivo e la splendida Il Cuore Muto. Dal punto di vista prettamente musicale brilla l'eccellente interplay fra i musicisti dell'Ensamble che guidati in modo magistrale da Del Barba, si ritagliano in ogni brano il proprio spazio di improvvisazione. Oscar Del Barba mettendo insieme gli insegnamenti di un grande maestro come Astor Piazzolla con i suoi studi su Igor Stravinsky e Bela Bartok, ha dato vita ad un disco di grande intensità dove i ritmi sudamericani di chacarera e candombe si mescolano con un'approccio poetico tutto italiano. 


 Salvatore Esposito