Bruce Springsteen - Wrecking Ball (Columbia)

ANTEPRIMA!!


Da dove diavolo posso iniziare a parlare del nuovo disco di Bruce Springsteen? Forse dal fatto che il signore in quesione è una delle ragioni del mio essere musicista, del mio voler fare il musicista come lavoro, del mio tenere la musica nel mio cuore e dentro alle viscere come una spinta che mi manda su e giù per il nostro paese alla deriva (soprattutto culturalmente) macinare chilometri e blue notes. Dai miei primi momenti di coscienza ho voluto fare musica con la spinta e la carica poetica che Bruce mi ha soffiaato nelle orecchie a partire da “Darkness on The Edge of Town”, ascoltato grazie a mio fratello Riccardo e al suo fottuto buon gusto in un lontano giorno del 1978, una vita e mezzo fa, i miei quattordici anni che si riscaldavano al suono indubitabilmente rock di Bruce e della E Street Band. C’è poi stata la fase dell’emulazione, quella che anche Bruce ha vissuto vedendo Elvis all’Ed Sullivan Show. C’è stato il live act di Bruce, dapprima sognato poi visto a Zurigo all’Hallenstadion, nell’aprile del 1981, durante il tour seguito alla pubblicazione del favoloso “The River”. Ci sono stati gli stivali e le basette. Arriva anche “Nebraska”, dapprima non capito dal mio cuore di rocker, ora adorato per la sua premonizione di tutto il suono indie /Americana. Ogni disco è stato un momento della mia vita importante, “Born in The U.S.A.” con il primo rimpianto dovuto al fatto che ora si doveva “dividere” Bruce col mondo, seguito da “Tunnel of Love”, che all’inizio mi aveva disturbato per il fatto che la E Street Band non vi appariva come ensemble, ora capisco che un musicista, per quanto tu lo adori, se è un artista vero non puo’ rimanere una fotografia di sè stesso, deve cambiare. Gli ultimi dischi di Bruce sono passati senza lasciarmi grandi emozioni. Sto parlando di “Magic” e “Working on A Dream”. L’ultimo, vero disco di Bruce fatto di canzoni e suono è stato The Rising. Ora, nel 2012, la E Street Band non esiste più. Esiste una versione di un gruppo che purtroppo, proprio per l’umanità dei suoi componenti, ha cominciato a perdere componenti,dapprima Danny Federici e ora Clarence Clemons. Con loro se ne va l’idea della gang e del Boss, di quel cameratismo che faceva battere il cuore di ogni rocker che potesse permettersi questa definizione. E’ il 2012, esce Wrecking Ball. 11 canzoni, durata “giusta” e “pensata”, troppo spesso il formato digitale e la possibilità di mettere più pezzi ha portato gli artisti a perdere di vista la coesione e la coerenza. Perdendo la misura, la regola aurea. Il disco è accreditato al solo Bruce. Giusto. I pezzi parlano con rabbia del perdurante stato di crisi della società ove il Nostro vive e , di riflesso, di quella del mondo. C’è l’amore, uno degli argomenti principe del Nostro. Non sono un topo da lirycs , mi piace che le parole di una canzone mi penetrino mentre sotto c’è la musica. Lascio le interpretazione esegetiche a quelli che son capaci di dire: “qui ha voluto dire che...” e tu che cazzo ne sai? Eri con lui mentre scriveva? Tale atteggiamento mi deriva dalla frequentazione di diversi grandi musicisti americani, non ultimo il grande Danny Montgomery Master of the Groove e batterista supremo che, nel corso di uno dei nostri viaggi, alla domanda circa un testo di Bob Dylan che passava per radio, laddove gli ho chiesto cosa avesse detto, mi ha guardato e, sollevando le sopracciglia folte in uno sguardo a meta’ tra Walter Matthau e l’indiano che è in lui, mi ha detto: “Ma io non capisco quasi nulla di quello che Bob dice... e va bene così... il testo di questa canzone è come la parte di batteria o chitarra...si deve capire e intuire dal modo nel quale viene detto...e a volte anche fraintendere...”. Poi, ci sono autori che sciorinano le loro parole e le stesse, per la loro forza, il timbro, la particolarità di arrangiamento , l’originalità, scavano un posto di grande peso che va oltre la posizione all’interno del mix. Sto pensando all’ultimo Cohen, recensito qui, dal primo pezzo senti che sei in presenza di uno strano misto tra poetico e filosofico, cantanto... Bruce è un cantante dotato di una capacità emozionale eccezionale, con un phrasing assolutamente originale, un timbro veramente bello. Le sue canzoni si stanno sempre più semplificando, è un processo naturale, come quello che prevede che gli alberi , continuando a crescere, diventino più forti e che lo stato umido della gioventu’ venga sostituito dalla grande compattezza della maturità. Non sono qui per farvi una disamina pezzo per pezzo, il disco è un’opera coesa, dove Bruce tenta di raccontare qualcosa di nuovo, sicuramente il pezzo che mi piace di più è Rocky Ground, dalle parti delle ballads di Tunnel Of Love, rivisitato con piglio quasi black dal nostro. Il suono del disco è un poco sfocato, laddove Bruce si è sempre caratterizzato per avere preso delle decisioni molto personali sul suono appunto, dallo pseudo wall of sound di spectoriana memoria di Born To Run al white punk di Darkness, dal suono festoso di Born In The Usa al livore digitale di Tunnel Of Love Ora proprio il sound sembra essere un poco un problema, con delle batterie troppo pompate, quasi antiquate, e arrangiamenti un poco pomposi, quasi una torta troppo dolce. Ma non faccio parte dell’esercito di quelli che ritengono figo e cool dire che Bruce fa schifo, anzi, dico che siamo sempre in presenza del miglior performer vivente, di uno che dona cuore e anima al suo pubblico. Mi rimane il cruccio di pensare a un disco come questo, con le stesse canzoni , prodotto da T Bone Burnett o Joe Henry o Daniel Lanois, tanto per citare qualche produttore che potrebbe far saltare dalla poltrona un ascoltatore. Poi, mi manca da morire l’E Street Band, quella vera, mi manca e basta, con il suo modo personale ed originale di affrontare la musica, con Clarence e Danny. Mi mancano le doppie tastiere, con arrangiamenti pensati per lo spazio che le stesse avevano, mi manca il sassofono di Clarence Clemons. Mi manca così come mi manca Stan Lynch dietro ai tamburi con Tom Petty o Kenny Aronoff alla batteria con John Mellencamp o Bill Wyman a pizzicare le corde del basso con gli Stones. Perchè ogni persona è un suono e il suono è un racconto che i musicisti ti fanno in diretta e, quando i musicisti non ci sono più, rimane un vuoto. Che io sento con veemenza nella musica ancora emozionante di Bruce. Perchè a Bruce ho sempre chiesto tanto, abituato a un livello di proposta suo che andava oltre le più roseee previsioni. E’ lui che ha alzato l’asticella e si è lanciato più in alto. E’ normale che io chieda tanto alla sua musica. Che continuo ad amare. Bruce è un musicista capace di ridare forza e vigore a un mondo del rock che l’innocenza forse non l’ha mai posseduta. Lui la sua l’ha messa in mezzo, l’ha urlata dentro un microfono, l’ha grattata sulle corde della sua Esquire scartazzata, l’ha limata dentro la buca di una chitarra acustica. Sempre grato per la tua musica Bruce.




Antonio "Rigo"Righetti