Joe Henry Reverie (Anti)

Joe Henry è musicista e produttore dotato di una estrema prolificità , capace di atmosfere romantiche e perdenti, da crepuscolo di grande città del wasteland americano ma con un occhio di riguardo verso l’Europa. Immaginatevi un quadro di Edward Hopper. Joe fa la colonna sonora ideale. Una dozzina di begli album, che spaziano dal genere recentemente chiamato alt-country a un pizzico di jazz e l’impronta di un Randy Newman su tutto. Personalmente seguo le gesta di Joe dal suo favoloso ellepì “ShuffleTown” del 1990, dentro c’era già la sua cifra stilistica, rappresentata da una strana vocalità a metà tra Dylan e Newman (un timbro nasale e ferroso) mescolata con voicings degli accordi di chi ha frequentato il jazz, a riprova di questo amore, Shuffletown si fregiava della presenza dellal tromba di Don Cherry. Mi è piaciuto tanto il suo dolente “Scar” del 2001, ove Joe si metteva i panni polverosi di un Tom Waits più leggero e ti faceva invaghire dell’”ambiente” attorno alla batteria con delle canzoni suadenti ed eleganti, proprio come di lui si è invaghita , perlomeno artisticamente, Veronica Ciccone, in arte Madonna, che gli fa da etichetta per qualche disco. Ho apprezzato il produttore quando ha preso le redini di un trionfante e uplifting Solomon Burke producendogli il capolavoro raffinato di “Don’t Give Up On Me”. Il lavoro di Reverie parte da un giorno del Ringraziamento che Joe ha trascorso a casa del suo fido e geniale drummer Jay Bellerose a condividere l’ascolto di uno stellare album come “Money Jungle” frutto dell’incontro tra Duke Ellington, Charlie Mingus e il genio batteristico di Max Roach, insomma non proprio una band di esordienti. Joe chiama a raccolta nel suo home studio, Jay , il contrabbassista David Piltch e il pianista Keefus Ciancia , li mette nella sala di ripresa il più vicino possibile, anche fisicamente, agli altri, apre le finestre dello studio e , in tre giorni, registra dieci canzoni, con postini e cani che abbaiano che entrano allegramente nella registrazione. Marc Ribot di passaggio vicino allo studio aggiunge la sua acustica minimale e l’Ukulele National ( un dobro minuscolo a quattro corde...) e pochi altri colori completano un disco che restituisce valore alle paroole delle canzoni, una specie di “Basement Tapes” del 21°Secolo, creato con grande maestria da un raffinato esteta del suono. La tessitura del suono è restituita nella sua pienezza, potete sentire bei rumori dell’ambiente fatto di aria e colore che era attorno ai musicisti mentre parlavano con le note. Sono cose che una persona decide di far sentire. Jay Bellerose usa un drum kit che è una raccolta amorevole di diverse batterie vintage, pezzi di Gretsch e Ludwig restaurati e uniti a creare un kit di percussioni con una voce. Aggiunge una veridicità alle registrazioni che mi fa venire voglia di aprire le finestre e cantare. Anche se Joe ha compiuto 50 anni e a me spetta tra 2 anni. Ma non ci credo. Su tutti i pezzi si eleva il treno ritmico e le spazzolate di note al piano di Odetta. Ben tornato Joe Henry.



Antonio "Rigo"Righetti
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