Refugees for Refugees – Amina (Muziekpublique, 2019)

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Se cercate il brano che da il titolo a questo lavoro lo trovate al centro dell’album: la voce e la dambura del bardo hazaro Mohammad Aman Yusufi offrono un sentiero limpido, invitante, cui poco a poco si uniscono gli altri musicisti di Refugees for Refugees, a cominciare dalle voci di Fakher Madallal e del flauto ney di Tammam Al Ramadan, caldo e creativo contrappunto lirico in più di un brano, istigatore di ispirati cambi di passo. Amina, raccontano i musicisti, è stato una delle prime composizioni che ha offerto un territorio comune aperto sia agli innesti dei diversi solisti, sia a energetici momenti corali. Amina è il nome della compagna di Mohammad Aman Yusufi: per lei ha composto una canzone che è al tempo stesso un atto di amore e di dolorosa elaborazione della separazione cui li ha costretti un lungo viaggio attraverso Afghanistan, Pakistan, Iran e Belgio. Proprio il Belgio è diventato la base di questo ensemble che dopo due anni di lavoro presenta il secondo album e una raffinata capacità di stendere ponti: fra un mantra tibetano, un canto sufi in arabo e un canto hindu (“Semki Molem”); fra una suite siriana che incorpora una melodia popolare hazara dall’Afghanistan (“Qad Hijaz” e “Kesaro Sarko”); fra un raga che canta in hindi la re-incarnazione (“Punarjanm”) e melodie siriane e irachene; fra i due cantanti tibetani, di Amdo, Dolma Renqingi e Kelsang Hula che trovano nelle canzoni dei pastori (“Tales of the mountain”) il terreno comune fra una famiglia di nomadi ed una di agricoltori; fra le diciannove corde del sarod di Asad Qizilbash nel raga megh (nuvole), capace di portare pioggia e vita alle regioni aride, e il canto di Dolma Renqingi alla capitale del Tibet (“Lhasa”). Dieci musicisti e quattro ospiti danno vita ad un lavoro articolato in quindici brani dove la perizia strumentale non mette mai in secondo piano la capacità di ascolto e dialogo e l’intensa capacità narrativa. La ricchezza di strumenti e di bagagli musicali permette di scegliere a articolare fra loro una varietà di registri ritmici e melodici che tengono alta l’attenzione dell’ascoltatore senza mai risultare frammentari. Sul palco si presentano a semicerchio, tutti sullo stesso piano. Al centro dell’ensemble, il sostegno ritmico è fornito dalle impeccabili percussioni del belga Simon Leleux, con una predilezione per la darbuka. A “legare” più di un brano sono l’oud e il qanûn. Quest’ultimo è suonato dal virtuoso iracheno Souhad Najem, formatosi all’Istituto Musicale Baghdad, ma anche in Tunisia, dov’era stato costretto a fuggire. L’oud del belga Tristan Driessens, allievo di Necati Celik e fondatore del Lamekân Ensemble, inserisce un registro turco nella paletta sonora del gruppo. Splendide le sonorità anche dell’altro oud, suonato dal siriano Tareq al Sayed. In Refugees for Refugees ritrova il ney del compagno di studi e di concerti ad Aleppo Tamman Ramadan (ney): dal loro incontro al Conservatorio di Aleppo non hanno mai smesso di suonare insieme e continuano a farlo in Europa. Il terzo musicista di Aleppo del gruppo è il cantante, figlio d’arte, Fakher Madallal, voce duttile e possente cui sa unire un sapiente accompagnamento di percussioni. Ad Aleppo è dedicata “Rose Gate” (Bab Alward) una delle nove porte, distrutta 100 anni fa e rievocata da Tareq al Sayed con questa composizione nel 2010 agli albori delle proteste sociali in Siria: un omaggio ad Aleppo come crocevia culturale. Il gruppo destina parte dei proventi delle vendite dell’album al sostegno di Cinémaximiliaan, il centro belga che offre contatti ed opportunità per migranti per sviluppare progetti creativi. 


Alessio Surian

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