Abdesselam Damoussi/Nour Eddine – Jedba. Spiritual Music from Morocco (Arc, 2019)

Bisogna leggere il libretto per comprendere luogo, senso, occasione e tribolazioni di queste registrazioni, concepite dal produttore marocchino Abdel Damoussi, che ha messo le mani su svariati ambiti musicali, dal jazz all’hip hop, dall’elettronica alla world, e dal suo conterraneo Nour Eddine Fatty, polistrumentista dalla lunga carriera, da tanti anni attivo dalle nostre parti, anche come didatta oltre che artista di rango. Diversamente, si può rinunciare alla mediazione delle note esplicative per lasciarsi “possedere” dall’intenso flusso di voci, timbri e sensazioni che si susseguono per quasi sessanta minuti, raccogliendo parte delle svariate espressioni di spiritualità musicale che si incontrano in Marocco. Ad ogni modo, un primo incontro, nel 2015, tra Damoussi e Nour Eddine all’importante fiera musicale Visa for Music che si svolge a Rabat, e un successivo confronto proprio nella città rossa gettano le basi per questo progetto anche se il loro intenso lavoro di registrazione ha rischiato di essere vanificato da contese di natura personalistica. In seguito, proprio quella spiritualità che voleva essere il principio ispiratore delle musiche prodotte ha favorito la riconciliazione della coppia e portato a compimento la realizzazione di “Jedba” (nozione che si può ricondurre al significato di possessione, trance estatica), in cui Damoussi ha agito da compositore e produttore, ha cantato e suonato percussioni, mentre Nour Eddine, oltre che ha comporre alcuni brani e ha co-produrre l’album, ha suonato percussioni e outar (un liuto berbero di foggia simile al guembri, dotato di quattro corde e con cassa armonica di pelle di capra). La scena ora si sposta nella medina di Marrakech, nella celebre agorà musicale che è la piazza Jemaa El Fna di Marrakech, caleidoscopico palcoscenico per cantastorie, musica estatica, chaabi, note afro-maghrebine, spettacoli acrobatici e di incantatori di serpenti. Tutte arti musicali e di intrattenimento che hanno portato alla patrimonializzazione dello spazio sincretico delle attività culturali della piazza, dove si rappresenta e si mette in scena l’autenticità, inserita nella lista dei patrimoni immateriali dell’umanità dell’UNESCO. Proprio nella piazza-mercato, Damoussi si imbatte in gruppi di musicisti delle confraternite sufi Jīlāliyya e Aissawa; incantato dalla combinazione di suoni, li invita a prendere l’immancabile thè alla menta per poi invitarli a incidere nel suo studio Agafay. Da qui è germinata l’operazione ideata da Damoussi e Nour Eddine, di celebrare lo spirito unificante della “jedba”, allestendo un disco che porta l’accattivate sottotitolo di “Spiritual Music from Morocco”. «È una ricerca sulla musica spirituale sufi marocchina, alla cui base c’è l’idea di unificazione e d’amore. Ricerchiamo la pace e la coesistenza che si ritrovano in una seduta dikhr annaboul o in una notte di trance in musica», mi spiega Nour Eddin. Le dieci tracce sono una sorta di chiamata a raccolta di musicisti di diversa provenienza ed estrazione musicale, accomunati dall’elemento spirituale della musica proposta, che rinvia alle pratiche del sufismo marocchino. Si inizia con la potente iterazione delle percussioni di Nour Eddine e dell’oboe popolare ghaita di Abdelaziz Inouiti nella title track d’apertura, cui segue “Sabaato Rijal”, che dà un po’ il senso della elaborazione del progetto. Difatti, il brano è composto da due sezioni: una prima, breve, nella quale si ascolta la voce di Lahsen Al Bouhali, un musicista appartenente alla confraternita itinerante Haddawa, incontrato da Damoussi per strada mentre elemosinava salmodiando le sue preghiere; una seconda parte in cui, dopo un bridge con il flauto di canna nay, ai due produttori si unisce un coro di tre voci femminili e soprattutto il canto del maestro Abderrazak Baba la cui voce si estende all’invocazione dei sette santi di Marrakech. “Spiritual Mawal” inizia con la voce della piccola figlia di Damoussi, su cui si inserisce la setosa vocalità (di tradizione jbala/ jajouka) di Said Lachhab, imam di una moschea di Tangeri, portatore della musicalità delle montagne del settentrione marocchino. Segue “Allah Hay”, un tripudio di voci, ghaita e percussioni. Voci e chitarra elettrica (Hassan Haddad) in “Arrahmane”, un canto che può ricordare la vocalità della mauritana Dimi Mint Aba. Il canto da brividi è quello di Yemdeh Selem, notevole vocalist di Sakia El Hamra, che porta l’impronta della cultura nomade del Sahara occidentale (le note del disco parlano, tuttavia, di Sahara marocchino per quel territorio che è a tutt’oggi sotto il controllo di Rabat, nonostante le risoluzioni ONU). Con “Ziyara” (voci, ghaita e percussioni) ci trasferiamo in pellegrinaggio al mausoleo del santo sufi Moulay Abdesselam, nel nord del Marocco, mentre “Assalat Al Machichya” è confluenza di voci pure di Said Lachhab, Abel Damoussi e Nour Eddine. Con “Tazalit” c’è il tributo alla musicalità berbera dell’Atlante, in cui intervengono Raiss Brahim, maestro sufi al canto in amazigh e al cordofono ribab. “Lailah Illa Allah” (“Un solo Dio”), a quanto ci dicono le note, è il brano preferito da Nour Eddine, che qui imbraccia il liuto popolare outar. Chiude “Adan”, la chiamata alla preghiera, per la quale è stato convocato Saad Temsamani, ben noto artista di Tangeri, di famiglia sufi. Una volta arrivati alla fine di questo disco, si ha subito voglia di rituffarsi nel suo flusso sonoro ed emotivo. 


Ciro De Rosa

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